Smart working, in morte del mondo del lavoro

Lo smart working non è una conquista dei lavoratori, la riduzione dell’orario settimanale a parità di salario potrà essere declinata in termini diversi da quelli tradizionali, quando era un obiettivo da perseguire per ampliare la forza lavoro occupata e ridurre lo sfruttamento padronale, nell’immediato futuro potrebbe diventare un obiettivo padronale come la settimana breve.

Le nostre affermazioni speriamo siano utili e rompere quel muro di gomma, e di omertà, costruito nell’epoca pandemica, del resto lo smart è servito per mettere in sicurezza tanti lavoratori e lavoratrici ma soprattutto ad evitare alle aziende pubbliche e private pericolosi contenziosi legati al riconoscimento delle cause da lavoro (al resto ci hanno pensato circolari e interventi del Governo per ridurre ai minimi termini le vertenze per i contagi nei luoghi di lavoro), lo smart permette del resto quella modernizzazione digitale indispensabile per una Pubblica amministrazione moderna ed efficiente.

Sono ancora da studiare poi gli effetti del lavoro agile sul benessere psico fisico della forza lavoro, analogo discorso andrebbe fatto per quanti operano in presenza con organici ridotti e scollegati da colleghi \e in smart. Recentemente Il Sole 24 ore si è chiesto se lo smart working possa estendersi anche ai distretti industriali e dare un contributo fattivo alla industria 4.0, è bene allora guardare alla via Emilia, laboratorio non solo di repressione (con i circa 400 operai\e e solidali sotto processo per le vertenze promosse dal Si cobas) , ma anche modello dello sfruttamento intensivo attraverso il sistema degli appalti e delle cooperative e terreno fertile per applicare lo smart al lavoro privato. E cosi’ in attesa di una legge quadro nazionale nei prossimi mesi i contratti nazionali andranno a disciplinare lo smart con appositi istituti. Nel frattempo, nella Pa, chi opera in smart sta subendo decurtazioni economiche inspiegabili rispetto ai quali il silenzio dei sindacati firmatari del contratto è a dir poco preoccupante.
Lo smart, regolato e ripensato, rappresenta un vantaggio per le aziende, almeno per quelle che operano nel campo dei servizi e della Pa, tanto che stanno pensando di stabilire nella Pa un 60% della forza lavoro in smart e a questa tipologia di lavoro ricorrono aziende emergenti come ad esempio la modenese Hpe Coxa, fornitrice chiave di tecnologie ingegneristiche per la motorvalley che come altre imprese sta pensando di stabilire un orario di  “contattabilità”   del lavoro con ampio utilizzo della flessibilità oraria (e anche di mansioni) . Ancora da chiarire se saranno corrisposti alcuni istituti contrattuali come le indennità di rischio e disagio (ove esistenti)  e diritti inalienabili come la partecipazione alle assemblee sindacali.
La Fiom dell’Emilia Romagna ha realizzato una sorta di mappatura del lavoro agile nelle aziende meccaniche e scopriamo che oltre la metà delle imprese ricorre al lavoro agile per la forza lavoro impiegatizia e per i quadri a conferma che lo smart conviene soprattutto alle imprese che potranno avere risparmi per i costi di affitto risparmiando sui costi legati alla sanificazione degli ambienti, alle pulizie, al welfare aziendale con la rinuncia ad alcuni benefit accordati alla forza lavoro.

Per queste ragioni lo smart va analizzato da un altro punto di vista, non piu’ una forma di lavoro pensata per l’epoca pandemica ma all’interno dei processi di ristrutturazione del lavoro . E ad incentivare lo smart non sarà certo il benessere dei lavoratori ma la ricerca di nuove forme di sfruttamento basate sulla flessibilità.

Federico Giusti

Collaboratore di Lavoro e Salute

25/9/2020

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