Aborto, la verità è nei dati

Foto: FABIO CIMAGLIA/SINTESI

L’aborto è uno dei temi che sono entrati di prepotenza nella campagna elettorale in corso. Giorgia Meloni in un comizio ha parlato genericamente di “diritto a non abortire”, alzando un vespaio di polemiche senza però chiarire fino in fondo che cosa effettivamente intendesse. Ma qual è il reale stato di salute del diritto sancito dalla legge 194, che dal 1978 depenalizza e disciplina le modalità di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza?

Come sempre accade, la propaganda finisce per scontrarsi con la granitica solidità dei dati. Per farsi un’idea chiara sullo stato di salute della 194 in Italia bisogna infatti spulciare la Relazione sull’attuazione della L.194/78, trasmessa al Parlamento ormai più un anno fa dal ministero della Salute. Sono le cifre più recenti in circolazione, periodicamente raccolte dal Sistema di sorveglianza epidemiologica, attivo in Italia dal 1980, che impegna l’Istituto superiore di sanità, il Ministero e l’Istat da una parte, le Regioni e le Province autonome dall’altra.

In calo costante 
Ebbene, secondo il rapporto, si conferma un costante calo degli aborti in Italia. Sono state calcolate 67.638 interruzioni volontarie di gravidanza come dato provvisorio per il 2020, con un decremento del 7,6% rispetto al dato definitivo del 2019 (73.207). Dal 2014 i casi sono sotto i 100.000, meno di un terzo dei 234.801 aborti del 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia (-71,2% nel 2020). 

È però il tasso di abortività (il numero d’interruzioni rispetto a 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione. E anche questo dato conferma un trend in diminuzione: a 5,8 per 1.000 nel 2019 (con una riduzione del 2,7% rispetto al 2018) e 5,5 per 1.000 come valore preliminare nel 2020. I dati, insomma, ci mostrano una flessione costante degli aborti nel nostro Paese anche nel 2020. Un fenomeno che, però, non può essere imputato alla pandemia. Il Ministero della Salute, infatti, fin dall’inizio del Covid ha identificato l’interruzione volontaria di gravidanza tra le prestazioni indifferibili in ambito ginecologico e le Regioni hanno reagito con la riorganizzazione dei servizi. 

Un diritto disuguale 
Nel 2020, tra l’altro, il numero di interruzioni di gravidanza è diminuito in tutte le aree geografiche e in tutte le classi di età rispetto al 2019, in particolare tra le giovanissime e le minorenni. Le cittadine straniere continuano ad abortire di più rispetto alle italiane, con tassi più elevati di 2-3 volte in tutte le fasce di età. Tuttavia, anche in questo gruppo si osserva una diminuzione. La percentuale d’interventi effettuati precocemente, quindi meno esposti a complicanze, continua fortunatamente ad aumentare: il 56% è stato effettuato entro le 8 settimane di gestazione, rispetto al 53,5% del 2019, il 26,5% a 9-10 settimane, il 10,9% a 11-12 settimane e il 6,5% dopo la dodicesima settimana. Il ricorso all’aborto farmacologico varia invece molto tra le Regioni, sia per quanto riguarda il numero d’interventi sia per il numero di strutture che lo offrono. Il confronto nel tempo evidenzia un incremento continuo dell’uso del mifepristone e prostaglandine e l’utilizzo esteso ormai in tutte le Regioni.

Ci sono però evidenti differenze territoriali.  Nel 2019, quasi la metà degli aborti volontari (oltre 30.000) si sono registrati nel Nord Italia, oltre 14.000 nel Sud e nel centro Italia, mentre solo 5.000 nelle Isole. Il numero di interruzioni, in ongi caso, è diminuito in tutte le aree geografiche.

Il dato italiano, in ogni caso, rimane tra i più bassi a livello internazionale. A livello europeo, il nostro è uno dei paesi in cui si effettuano meno aborti. Il 9 giugno di quest’anno, l’assemblea plenaria del Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per considerare l’aborto come diritto umano. Più volte l’Unione europea aveva richiamato l’Italia sull’importanza di meglio regolamentare il diritto all’aborto e di fornire dati sulle interruzioni clandestine di gravidanza. Secondo i dati Eurostat del 2018-2019, infatti, il tasso di abortività per la fascia tra i 15 e i 44 anni in Svezia era del 19%, in Italia solo del 7,1%. 

Pochi aborti, molti obiettori 
Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Veronesi, questo decremento continuo nelle interruzioni di gravidanza è da attribuire anche a una maggiore consapevolezza sull’importanza della contraccezione. Il territorio, attraverso i consultori familiari tenta di diffondere la cultura della contraccezione. Inoltre, c’è stato un deciso aumento delle vendite dei contraccettivi di emergenza a seguito dell’eliminazione dell’obbligo di prescrizione medica da parte di Aifa. C’è però un altro aspetto che incide fortemente sul diritto all’aborto in Italia: l’obiezione di coscienza di medici e paramedici.  Secondo il rapporto del Ministero, nel 2019 il fenomeno ha riguardato il 67% dei ginecologi, il 43,5% degli anestesisti e il 37,6% del personale non medico. Ci sono ampie variazioni regionali per tutte e tre le categorie, ma di registra un calo degli obiettori.  

Eppure c’è chi contesta questi dati, contrapponendo cifre indipendenti a quelle ufficiali. Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, hanno infatti recentemente pubblicato un libro dal titolo “Mai Dati, Dati aperti (sulla 194) – Perché ci servono e perché ci servono per scegliere”. Secondo quest’analisi, condotta tramite accesso civico generalizzato, si evidenza ciò che la relazione ministeriale non fa emergere: sono 31 (24 ospedali e 7 consultori) le strutture sanitarie in Italia con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o Oss. Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%. 

“L’indagine ci dice che la valutazione del numero degli obiettori e dei non obiettori ufficiale è troppo spesso molto lontana dalla realtà”, dichiarano Lalli e Montegiove. “Dobbiamo infatti sapere, tra i non obiettori, chi esegue realmente le interruzioni di gravidanza. In alcuni ospedali alcuni non obiettori eseguono solo ecografie, oppure ci sono non obiettori che lavorano in ospedali nei quali non esiste il servizio, e quindi non ne eseguono. Non basta quindi conoscere la percentuale media degli obiettori per regione per sapere se il diritto è davvero garantito in una determinata struttura sanitaria. Perché ottenere un aborto è un servizio medico e non può essere una caccia al tesoro”. https://www.google.com/maps/d/embed?mid=1JCnlbRjqoC94g9OgH7-O_V1Ll4Idpoha&ehbc=2E312F La mappa delle strutture con più di 80%  obiettori – fonte: Indagine Mai Dati  

Sia il ritardo nella presentazione, sia gli indicatori e le modalità di pubblicazione dei dati (chiusi e aggregati), renderebbero quindi il rapporto del Ministero un’osservazione “passiva e neanche tanto veritiera della realtà”. L’indagine ‘Mai Dati’ intende quindi rendere evidente come sia necessario consentire la lettura, l’analisi e la rielaborazione di queste informazioni da parte di chiunque. 

I valori dell’obiezione forniti al Parlamento, in ogni caso, restano molto elevati: riguarda 2 ginecologi su 3 e quasi 1 anestesista su 2, con picchi superiori all’80% in alcune regioni.   Nella provincia autonoma di Bolzano, ad esempio, esercita il diritto all’obiezione l’84,5% dei ginecologi, in Abruzzo l’83,8%, in Molise l’82,8%, in Sicilia l’81,6%, in Basilicata l’81,4%. I minori tassi di obiezione si riscontrano in Valle d’Aosta (25%), nella Provincia autonoma di Trento (35,9%) e in Emilia Romagna (45%). 

Anche in questo caso, dunque, la propaganda s’è fatta avanti a colpi di clava in un territorio assolutamente delicato, come quello dell’interruzione volontaria di gravidanza. Le prese di posizione di molti partiti, lo abbiamo visto in questa scomposta campagna elettorale, si basano spesso su una conoscenza quantomeno approssimativa dei fatti. Un certo grado di verità però, almeno in alcuni campi, lo si può cercare solo nei dati.   

Carlo Ruggiero

21/9/2022 https://www.collettiva.it

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