Appello per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale


L’aborto farmacologico è una delle più importanti conquiste della medicina degli ultimi 30 anni. Introdotto in Francia e in Cina nel 1989, ha reso più sicura l’interruzione di gravidanza, strappando la salute e la vita di moltissime donne dalle mani di operatori spesso improvvisati e privi di scrupoli. Nel 2005 l’OMS ha inserito i farmaci che si utilizzano per questa procedura nella lista delle medicine essenziali per la salute. Nello stesso periodo, in Italia, gli operatori che avevano iniziato ad utilizzarli sfidando i veti della religione e della politica, subivano intimidazioni, ispezioni ministeriali, denunce e procedimenti penali. Finalmente nel 2009, grazie ad una procedura comunitaria di “mutuo riconoscimento”, il nostro Paese fu costretto ad introdurre la RU486 per l’aborto medico; contemporaneamente negli altri Paesi, dopo le cautele iniziali, si era cominciato ad adottare il regime ambulatoriale, senza che si fosse evidenziato un maggior rischio di complicazioni o eventi avversi.

Ci si sarebbe aspettato  che l’Italia facesse tesoro della ormai ventennale esperienza altrui; invece, il Ministero della Salute  chiese un parere al Consiglio Superiore di Sanità, che, pur analizzando la letteratura scientifica fino ad allora prodotta, inspiegabilmente trasse conclusioni opposte a quelle dettate dall’evidenza, raccomandando il ricovero ospedaliero dal momento dell’assunzione della RU486 fino alla “avvenuta espulsione del prodotto del concepimento”, ossia un ricovero che nella maggior parte dei casi sarebbe durato almeno tre giorni (i due farmaci utilizzati nella procedura vengono somministrati a distanza di 2 giorni l’uno dall’altro). Tale parere, seppure non vincolante, ha ispirato  le linee di indirizzo ministeriali, che impongono il regime di ricovero ordinario per tutta la durata della procedura.

Nei 7 anni successivi, le relazioni del Ministro della Salute sullo stato di applicazione della legge 194 non hanno potuto fare altro che ribadire la sicurezza della procedura e la bassa incidenza di complicazioni. Ciò avrebbe dovuto portare a rivedere le linee di indirizzo, ammettendo finalmente la possibilità di dispensare i farmaci per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, anche in nome dell’appropriatezza delle prestazioni, tanto cara all’attuale Ministra Lorenzin. E invece, ancora oggi, in tutte le regioni italiane – ad esclusione delle tre “disobbedienti” Emilia Romagna, Toscana, Lazio –  mentre  per la procedura chirurgica è previsto un ricovero di mezza giornata, per la farmacologica il ricovero dovrebbe durare almeno tre giorni. Ciò costituisce un evidente ostacolo, a volte insormontabile, per l’accesso alla IVG farmacologica, ed una evidente violazione del diritto di scelta delle donne, tanto che, mentre negli altri paesi più del 50% delle IVG viene effettuato con metodo farmacologico, in Italia siamo a quota 15%, con enormi differenze tra le varie regioni e una reale impossibilità di accedervi per molte donne, in particolare nel centro-sud.

Non esiste, nella letteratura scientifica internazionale, un solo motivo che giustifichi un ricovero ospedaliero “preventivo”, finalizzato ad intervenire nel caso in cui si dovessero presentare complicazioni (è come dire che chiunque prenda un’aspirina deve essere ricoverato perché potrebbe avere un’emorragia gastrica); il ricovero dovrebbe dunque essere riservato alle complicazioni reali. La Ministra ci dice che il ricovero non lascia sole le donne in un momento difficile della loro vita. Certamente le donne sarebbero meno sole se potessero, come avviene negli altri Paesi, prendere le prostaglandine a casa loro, in compagnia di persone care, piuttosto che in un letto di ospedale, ignorate dal personale sanitario che non è tenuto all’assistenza psicologica. Al di là della risibilità di tali motivazioni, rimane lo sconcerto nel vedere come il Ministero della Salute –e in generale la politica- considerino le donne che vivono nel nostro Paese: stupidine incapaci di decidere in autonomia. E resta la domanda cruciale: perché tanti ostacoli all’introduzione di una procedura semplice, sicura ed efficace, che oltretutto farebbe risparmiare notevoli risorse economiche al nostro Sistema Sanitario?

Certo, la IVG farmacologica fa paura ai nemici della 194, perché semplificare la procedura facilitandone l’accesso  potrebbe minimizzare il peso dell’obiezione di coscienza sulla applicazione della legge. Ma il nodo vero, all’origine di tanta ostilità, sta nella paura che le donne possano sganciarsi dalla tutela altrui. Non è la paura di “banalizzare” l’aborto, come ripetono continuamente questi  appassionati interpreti del sentire delle donne, ma è il terrore di vederle diventare soggetti attivi di un processo che riguarda il loro corpo, la loro salute. E’ il terrore che le cittadine e i cittadini del nostro Paese possano cominciare a prendere decisioni autonome, nel campo della salute riproduttiva, come nel campo del fine vita. E questo non è ammissibile per un sistema che ci vuole gregge passivo nelle mani di qualcuno che è chiamato a decidere “per il nostro meglio”.

Per firmare l’appello clicca qui:https://www.amicacontraccezioneaborto.it/articoli/ivg-farmacologica-regime-ambulatoriale-subito

Anna Pompili 

da Left 37/2017

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