CGIL, fin qui tutto bene?

CGIL, fin qui tutto bene?

Fin qui tutto bene… Come quella storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, per farsi coraggio si ripete: fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene… È il tema conduttore del film L’odio di Mathieu Kassovitz. Ma anche quello della linea politica e sindacale della Cgil negli ultimi anni.

Proprio in questi giorni è iniziato il XVIII Congresso del più grande sindacato italiano, in un clima politico del paese per niente rassicurante. Il Congresso, ogni quattro anni, dovrebbe essere il momento in cui si discute di cosa si è fatto e di cosa si dovrà fare. Questo Congresso sembra, invece, essere segnato dalla molto più prosaica rincorsa alla nuova segreteria generale, visto che Susanna Camusso è in scadenza. La larga maggioranza sostiene un unico documento. Dai gruppi dirigenti dei pensionati a quelli dei metalmeccanici, fanno tutti finta di andare d’amore e d’accordo, nascondendo la polvere sotto il tappeto, fino al momento in cui, a gennaio 2019, dovranno contarsi, fino all’ultima delega, per decidere nome e nomenclatura del prossimo segretario.

Accanto a questo documento, ce ne è però un altro, radicalmente alternativo, autonomo e di classe, sostenuto da delegati/e e militanti di base. Un documento che speriamo faccia discutere i lavoratori e le lavoratrici nelle assemblee dei luoghi di lavoro. Una bella sfida, forse anche un po’ folle, perché la burocrazia non è una bestia facile da domare, tanto meno quella granitica della Cgil. Ma è una sfida necessaria, per tenere aperto un punto di vista conflittuale e di classe dentro a un sindacato di circa 6 milioni di iscritti/e.

Il documento di Susanna Camusso riconferma la linea di questi anni, sostenendo che la Cgil abbia fatto tutto il possibile, ottenendo persino “risultati straordinariamente importanti”. È quasi surreale, in un paese in cui in poco più di 5 anni, la pensione è arrivata a 43 anni di lavoro o 67 di età; in cui il Jobs act ha definitivamente cancellato l’art.18 e reso tutti/e precari; in cui la Buonascuola ha imposto l’alternanza scuola-lavoro e obbligato gli studenti e le studentesse al lavoro gratuito; in cui la sanità, i trasporti e i servizi sono sempre meno pubblici, gratuiti e universali. Per non parlare del continuo aumento degli omicidi sul lavoro, degli infortuni e delle malattie professionali. O ancora dei salari: i metalmeccanici l’anno scorso hanno avuto un aumento di 1,7 euro al mese lordo, quest’anno di 16. I lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico 80 euro lordi medi dopo 10 anni di congelamento degli aumenti. E ovunque sono peggiorate le condizioni di lavoro, aumentato il ricatto, la precarietà e la flessibilità degli orari, anche festivi e domenicali.

Sono davvero questi gli “straordinari risultati” che vanta il gruppo dirigente della Cgil? O forse si poteva e si doveva fare molto di più? Da qui nasce il documento alternativo #Riconquistiamotutto! Da chi pensa e ha sostenuto in questi anni che la linea della Cgil sia stata fallimentare, perché ha scelto l’unità a tutti i costi con Cisl e Uil (sempre più complici delle politiche di austerità e sempre più spesso freno alle rivendicazioni, alle lotte e alla democrazia). Perché ha scelto la concertazione fine a se stessa, anche con governi che non ci hanno mai nemmeno ascoltato (a cominciare da quelli del PD). Perché non ha mai provato fino in fondo e sul serio a mettere in campo i rapporti di forza e una vera mobilitazione. La Cgil ha, infatti, accennato e poi interrotto ogni lotta in questi anni, con manifestazioni di sabato finite nel nulla, come sulle pensioni, sull’art.18, sul Jobs act. Ha puntato tutto sulla raccolta di firme per la Carta dei Diritti e sulla campagna referendaria e, anche quelle, senza una vera mobilitazione, sono rimaste sospese nel vuoto.

È ora invece di riprendere il conflitto, senza paura di pronunciare la parola sciopero, che, per inciso, non compare mai nemmeno una volta nel documento di maggioranza. Nemmeno per sbaglio e non certo per dimenticanza. Non è facile, certo, riconquistare tutto! Ma bisogna tornare a rivendicarlo e a lottare per ottenerlo. Non si tratta di chiedere la luna. Ma soltanto di rompere la logica delle compatibilità a tutti i costi. Quella per la quale i nostri diritti, i nostri salari, le nostre pensioni, il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie vengono sempre dopo. Non ci sono ricette facili, certo. Però i soldi per la grande finanza e per le imprese ci sono sempre, per le pensioni e per i salari mai! Ecco, la Cgil non deve rassegnarsi a questa logica.

#Riconquistiamotutto! mette al centro l’abrogazione della Fornero e del Jobs act, l’aumento dei salari e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la lotta alla precarietà e ai licenziamenti, la difesa dello stato sociale e il contrasto al welfare contrattuale. Ma non è soltanto una lista di promesse, come questo o quel programma elettorale. Il punto non è illudere i lavoratori, ma dire loro che queste cose il sindacato deve tornare a rivendicarle, sapendo che non ne porterà avanti mezza senza le lotte, senza rompere con Cisl e Uil e con la subalternità alla politica e al PD, senza dare maggior protagonismo ai delegati/e. Lo slogan #Riconquistiamotutto! è tutt’altro che demagogico. È la concreta – persino amara – consapevolezza che ci hanno portato via tutto e che quindi dovremo, giorno dopo giorno, riconquistarlo, sapendo che nessuno ci regalerà niente, nemmeno la più piccola delle richieste.

È importante questo passaggio per la Cgil. C’è in gioco molto più che il nome del prossimo segretario. Il clima nel paese è pericoloso, il senso comune razzista e xenofobo si è diffuso come un cancro, accompagnato da decenni di austerità e di sconfitte della classe operaia. Le responsabilità della politica e del sindacato sono grandi. Affrontiamole prima che sia troppo tardi. Far finta che il problema sia altrove è irresponsabile e non aiuta nessuno, tanto meno la credibilità della Cgil. Perché se anche fosse vero che fin qui va tutto bene… bisogna essere consapevoli che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

Eliana Como

30/06/2018 www.lacittafutura.it

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