Contratti pubblici al via. Senza soldi.

Tre milioni di lavoratori – i “pubblici”, indicati dai media come i quasi unici “colpevoli” della crisi italiana – guardano da domani alle riunioni che si tengono all’Aran tra i sindacti e, appunto, l’ente incaricato di rappresentare il governo nelle trattative sul rinnovo dei contratti di lavoro.

 Il motivo di tanta attenzione è semplice: da sei anni non si rinnovano i contratti del pubblico impiego, e quindi da otto gli stipendi del settore sono fermi. Congelati, come se i prezzi, le tariffe, le bollette e le assicurazioni fossero rimasti ai livelli del 2007. C’è stato insomma nel settore pubblico un pesantissimo calo del potere d’acquisto, che motiverebbe una conflittualità ben superiore a quella fin qui messa in mostra soprattutto là dove anche il posto di lavoro è stato messo in discussione dalla “mobilità coatta” (nella scuola, per esempio, come anche nei girono infernali delle province in via di scioglimento).

Il primo ostacolo è altrettanto chiaro: il governo, per bocca della ministra Marianna Madia, non ha intenzione di metterci un soldo. Il budget per fare il contratto, infatti, si aggira sui 3-400 milioni. Fatevi i conti: sono circa 8-10 euro al mese, in media.

E dire che il governo è stato “salvato” da una sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto come “eccezionalmente gravi” le condizioni economiche che hanno condotto al blocco dei contratti e quindi sgravato lo Stato dal dover restituire gli arretrati ai dipendenti pubblici per il periodo di congelamento. Ma ha anche sentenziato che questo giochino non può andare avanti all’infinito e che, quindi, bisogna tornare alla normalità contrattuale. Specie se, aggiungiamo noi e anche i sindacati, bisogna prendere sul serio le chiacchiere del governo sull’”Italia è ripartita”, “la crescita è più consistente del previsto”, ecc.

I pochissimi soldi messi sul tavolo, però, stanno lì ad indicare che il governo intende andare avanti sulla stessa linea, congelando di fatto gli stipendi mentre fa finta di discuterene l’adeguamento. Uno schiaffo in faccia, soprattutto se si tiene conto del fatto che, contemporaneamente, va entrando in vigore la “riforma Brunetta”; e quindi una ristrutturazione completa – e autoritaria – dell’amministrazione pubblica basata su parole altisonanti («valutazione», «meritocrazia», «semplificazione») che in realtà significano “arbitrio” dei dirigenti, favoritismi ad personam, ecc.

In più, nelle intenzioni del governo, dovrebbe anche entrare in vigore un diverso criterio di attribuzione degli “scarsissimi) aumenti salariali. Secondo la “Brunetta”, infatti, l’unica voce aumentabile è la parte chiamata “salario accessorio” (quella che, per esempio, il Comune di Roma aveva unilateralmente sospeso causando le proteste dei dipendenti, autisti dei trasporti locali compresi). Non basta. La «quota prevalente» di quest’unica voce dovrebbe essere differenziata in base alle “performance individuali”, secono il giudizio espresso dal dirigente. In pratica, un modo per conferire ai dirigenti (gli stessi che vengono di frequente arrestati per episodi di corruzione) il potere di crearsi una piccola corte distribuendo (piccole) gratifiche ad personam.

La “Brunetta”, peraltro, fissa già preventivamente le percentuali di dipendenti che potranno avere qualche spicciolo, divisi per “fasce di merito”: un quarto di loro potrà ricevere il 50% dei fondi disponibili, il 50% avrà l’aumento medio, il restante 25% non avrà nulla. Prendendo a misura la cifra stanziata per il rinnovo del contratto, insomma, il 25% riceverà 16-20 euro a testa, il 50% soltanto 8-10 e gli altri niente.

Sicuramente vi sarete posti la domanda: ma come fa una legge a sapere prima quanti lavoratori saranno stati “meritevoli”, quanti “così così” e quanti “reprobi”? Non lo sa, lo stabilisce. Non è infatti una legge per sviluppare la “meritocrazia” (le valutazioni si possono fare solo dopo la prestazione, non prima), ma soltanto per dare uno strumento discriminatorio ai funzionari con ruoli dirigenti.

Non è finita, naturalmente. La parte salariale fa schifo, ma quella normativa anche di più. Un obiettivo dichiarato è infatti la “riduzione dei comparti” in cui è suddivisa l’amministrazione pubblica: a tutt’oggi sono dodici, si vorrebbe protarlia quattro. Bene, diranno gli ignari, “si semplifica”…

Non è bene, invece. Lo scopo non è affatto una semplificazione dell’organizzazione, ma l’eliminazione completa dei sindacati più conflittuali. La legge sulla rappresentanza sindacale nel pubblico impiego, infatti, limita al 5% la soglia minima di iscritti/voti che dà diritto a partecipare ai rinnovi contrattuali e tutte le altre (calanti) prerogative sindacali. In alcun settori Usb e poche altre sigle superano agevolmente questa soglia, in altre, per molte ragioni (polizia e militari in genere, per esempio), no. L’idea del governo è accorpare i comparti in modo tale da impedire che la soglia del 5% sia raggiunta. Ed è abbastanza facile capire che una volta persa l’agibilità sindacale sia molto difficile potere svolgere la propria azione e quindi puntare a riguadagnare la “rappresentatività” numerica.

Il governo vorrebbe riuscirci ancor prima di riaprire formalmente la partita contrattuale. Il 1° ottobre, infatti, il ministro competente, Marianna Madia, ha scritto all’Aran che «per rendere possibile la formale riapertura della contrattazione» è necessario «dare tempestiva attuazione» alla nuova geografia dei comparti, anche «valutando la percorribilità di soluzioni innovative» per «giungere presto a un’intesa» con i sindacati.

Cgil-Cisl-Uil non vedono l’ora di vedersi togliere dai piedi i concorrenti (Usb, Cobas, qualche sigla corporativa, ecc), ma è abbastanza complicato fare prima la ristrutturazione dei comparti e poi il rinnovo contrattuale (a quel punto senza scomodi e conflittuali testimoni).

Le difficoltà non sono “politico-sindacali” (il via libera dai “complici” arriverebbe in un attimo), ma proprio organizzative. Nelle ipotesi inziali, infatti, c’era quella di creare un “compartone” statale (ministeri, agenzie fiscali, Aci, Inps, enti vari, ecc), distinto dal “comparto scuola” (università compresa), da quello “sanità e infine un comparto “enti locali”. Ma così si vanno a mettere insieme gruppi e professionalità molto diverse, con stipendi e modalità di lavoro molto diverse; soprattutto con storie contrattuali differenti. Quel che viene semplificato sulla carta, insomma, rischia di diventare ingestibile nella pratica quotidiana. Anche sul piano salariale…

Per non parlare, infine, dell’innumerevole mole di ricorsi e cause che potrebbero esser messi in moto da singoli dipendenti o intere organizzazioni sindacali. Un rebus ingarbugliato, certo, che a palazzo Chigi qualcuno vorrebbe veder risolto con la scure.

Claudio Conti

13/10/2015 www.contropiano.org

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