Covid-19: rimedi miracolosi, pubblicità e disinformazione

Covid 19 e nuove panacee: torneremo all’«aceto dei 4 ladri»? Speriamo di no ma intanto l’industria ceramica ci propone il biossido di titanio.

In tempi di crisi la credulità popolare cresce – incoraggiata dalla cattiva informazione che dilaga – e qualcuno è tentato dall’approfittarne. Crescono anche preoccupazioni ipocondriache accanto a vere e proprie fobie.

In tempo di peste, secoli fa, spopolava la teriaca, fondamentalmente a base di carne di vipera. I re francesi erano ritenuti portatori di poteri taumaturgici: “guarivano” la plebe dalla scrofola con la semplice apposizione delle mani. Poi in tempi di colera fu la volta di una miriade di rimedi dall’«aceto dei 4 ladri» al cremore di tartaro. La situazione oggi è certamente molto cambiata ma di fronte a certe proposte miracolistiche avanzate con l’obiettivo (dichiarato) di contrastare il virus, la questione dei re guaritori torna in mente.

La premessa storica per dire: esercitiamo le nostre capacità critiche contro le “soluzioni” che rischiano di essere controproducenti. Intendiamoci: si sbaglia anche in buona fede e anche gli “onesti” possono essere vittime delle spinte del mercato. Moltissimi lavoratori si stanno ammazzando di lavoro in particolare nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali. Errare è umano ma il punto è che il capitalismo e il mercato inquinano oltre misura. Se per mesi si è prescritto, anche negli ospedali pubblici più affidabili, un farmaco come la clorochina, oggi – tanto per chiarire – negli ecm (educazione continua in medicina) la risposta giusta alla domanda se questo farmaco sia utile… è pesante: inutile, anzi dannoso.

Un po’ simile la storia del cortisone, prima accreditato per l’uso domiciliare (anche da fonti oneste ed attendibili) ma oggi “diffidato” letteralmente e formalmente dai massimi esperti (sul campo) se non per situazioni particolarmente gravi; ma – chiariscono gli esperti – talmente gravi da rendere comunque necessaria l’ ospedalizzazione. Quanto cortisone inutile e dannoso è stato usato prima della diffida formale? Anche qui riaffiorano i ricordi: il cortisone che fu somministrato ai bambini martoriati dalla cloracne dopo lo scoppio del reattore di Seveso. Anche allora qualcuno, pure in buona fede, sbagliò e “tirando a indovinare” fece danni perché nulla sapeva sulla natura del rischio.

Molti soggetti – non solo medici ma anche architetti, designer, ingegneri, psicologi, chimici, artigiani industriali – hanno proposto una valanga di rimedi. Le pagine dei quotidiani pullulano di pubblicità il cui bersaglio covid 19. Mai come in questo momento si sono viste nei media immagini di tute bianche (come nel dopo Seveso o nella cinematografia “acchiappa fantasmi”) di scudi (per il rafforzamento delle difese immunitarie…di cui tutti abbiamo bisogno), di nuove tecnologie, presunti rimedi e potenti panacee: dall’ascensore no touch ai disinfettanti da “soluzione finale”. E galoppando sul panico diffuso dal virus si propongono sostanze chimiche ad azione antimicrobica ben sapendo che i virus sono diversi di microbi… ma comunque qualcuno comprerà.

Le istituzioni dopo avere sposato frettolosamente l’ipotesi del metro come distanza di sicurezza (scartate altre ipotesi più fondate) ora prende quota – “merito” della variante inglese? – la tesi dei 2 metri. Eppure sulla distanza che le goccioline di saliva possono percorrere c’erano da tempo osservazioni scientifiche con studi con i raggi ultravioletti che parlavano di tragitti possibili di 1-3 metri; osservazioni scientifiche ignorate, come è stata messa da parte la saggia raccomandazione, adottata in certi Paesi del sudest asiatico, di parlare comunque sottovoce. Però a parlar sotto voce non si vendono merci.

Nessuna riflessione seria sulla scelta sudafricana di dare una stretta al tabagismo, eppure nessun fumatore – neanche il più accanito – avrebbe sofferto se fosse stato “aiutato” a ridurre, con un amorevole razionamento, le sue sigarette a non più di dieci al giorno (basta eliminare quelle “automatiche” e inconsapevoli). Non si è voluto turbare le multinazionali del tabacco. Anzi il responsabile COVID di Bari – che è veramente un ottimo pneumologo clinico (lo diciamo per conoscenza personale) – ha sostenuto l’ipotesi che il Covid preferisca attecchire su polmoni di non fumatori … e anche qui ritorna in mente la storia delle pestilenze quando il fumo del sigaro veniva proposto come preventivo.

A fronte di questa pletora di rimedi, poche voci critiche hanno invitato a valutare i problemi dello smaltimento dei ddppii (i dispositivi di protezione individuali) proponendo tecniche di riciclaggio, per la verità tutte da verificare quanto ad efficienza filtrante, ma comunque manifestando una sana preoccupazione. E pochi hanno parlato dei rischi da eccesso nel consumo di disinfettanti. Ebbene, una parte della popolazione italiana ha certamente consumato un eccesso di disinfettanti idroalcoolici e peggio clorurati.

Nelle «linee guida» per i lavoratori della sanità – decenni prima dell’epidemia – si dovette fare riferimento all’opportunità di non eccedere nell’uso di alcool sulla cute in quanto l’alcool aggredisce lo strato lipidico cutaneo e ciò non solo danneggia la pelle dal punto di vista trofico ed estetico ma, alla lunga, facilita l’entrata di agenti patogeni attraverso la cute.

Qui non entro nel merito delle misure di prevenzione nei luoghi di lavoro in cui esiste un effettivo rischio biologico (la strada maestra è sempre un rigoroso calcolo costi-benefici) ma per quel che riguarda la vita quotidiana e domestica, una parte della popolazione – come si diceva – ha usato in eccesso sostanze clorurate e soluzioni idroalcooliche. Il ministero della Salute non è stato univoco nel consigliare l’uso di sostanze idroalcooliche optando, in numerose sue comunicazioni, per l’uso di “semplici” saponi che paiono, anche a chi scrive, effettivamente ben sufficienti per l’igiene domestica, con la raccomandazione “storica” dell’uso di saponi liquidi, erogati dispenser, neutri o solo leggermente acidi.

Ovviamente qualche spirito critico nei confronti dei rimedi miracolistici e sull’eccesso di “disinfettanti” si è manifestato ma occorre un vaglio pubblico adeguato su questa grande mole di offerte di mercato che invadono a fiumi l’immaginario collettivo attraverso la solita pubblicità a pagamento sui media; é necessaria la maggiore attenzione sui possibili effetti collaterali dei singoli prodotti.

Uno dei presunti “rimedi” che merita approfondita riflessione è il biossido di titanio. E’ elemento non “nuovo” nell’industria ceramica tanto da essere citato ben 10 volte nel rapporto SEDI/Regione Emilia-Romagna del 2000 come colorante o come componente delle “fritte”. Le diverse finalità dell’uso di questa sostanza erano note. I produttori da tempo hanno propagandato, oltre al ruolo di colorante, le capacità anti-batteriche delle loro ceramiche e uno dei mezzi che conferirebbero queste capacità è il biossido di titanio assieme agli ioni argento (sostanze già usate per alcuni targets: stafilococco aureo, e.coli, klebsielle pneumoniae). Questo uso già dichiarato vorrebbe oggi essere implementato con un nuovo target che è il covid 19; la efficacia è stata dimostrata? Misteri del mercato che occorrerà chiarire.

Tutto questo è accettabile? Non che la teriaca e l’«aceto dei quattro ladri» (citati all’inizio) fossero sempre e comunque innocui, tuttavia il profilo tossicologico del biossido di titanio è un po’ diverso. Ma se il biossido di titanio è un rimedio “vecchio” perché rispolverarlo ora in funzione anticovid 19? È più potente contro il covid di quanto non si sia mostrato contro altri agenti batterici o virali? E come sarebbe stato dimostrato visto, per esempio, che anche l’irraggiamento solare, da solo, ha una attività “disinfettante”. O invece si presenta una “cosa vecchia” come nuova nell’ambito di una operazione di mero marketing ?

Difficile dimenticare una antica trovata pubblicitaria con cui una azienda cercava di vendere un suo detersivo definendolo non più solo “biologico” ma “triologico”…qualcuno ci sarà cascato?

Ancora: l’effetto anticovid 19 è garantito da un incremento del dosaggio e del contenuto di biossido di titanio rispetto alle ceramiche prodotte pre-covid?

Qui veniamo al punto dolente: il biossido di titanio è classificato dalla IARC come 2B, possibile cancerogeno; l’UE da lungo tempo discute della classificazione di questa sostanza come probabilmente cancerogena per inalazione (sottocategoria 2 , frase di rischio H351). Risulta che l’EFSA – agenzia europea per la sicurezza alimentare – non sia d’accordo; però per adesso non ci addentriamo nei contrasti tra varie agenzie (faccende poco nitide, agli occhi della opinione pubblica, come è successo per il glifosato).

Per noi la classificazione come possibile cancerogeno basta e avanza per far suonare il campanello di allarme.

Non solo: da tempo il biossido di titanio viene usato nella versione “nano particelle”: su questo aspetto ci sono osservazioni e studi dell’Arpa FVG e dell’Arpa della E-R che quantomeno invitano alla cautela prima di ogni ipotesi di incremento di immissione di biossido di titanio nella produzione di qualunque merce alimentare o no. Il profilo di rischio muta decisamente, nonostante che la formula grezza non sia cambiata, in quanto nella versione nanoparticellare la molecola attraversa la barriera alveolo-capillare e ciò comporta che l’organo bersaglio del biossido di titanio inalato si allarga a coinvolgere tutto l’organismo; il quadro cambia ovviamente anche per il biossido di titanio ingerito.

Ammesso che le molecole della overdose di biossido di titanio – di cui la industria ceramica, con magnanimità, vorrebbe farci beneficiare – rimanessero saldamente ancorate al manufatto agendo da sentinelle/killer del virus e quindi non ingeribili (è improbabile salvo giochi sado-masochisti in cui le ceramiche vengano leccate) né inalabili (in quando saldamente ancorate) cosa possiamo pensare delle molecole di biossido di titanio nella fase della produzione delle lastre, nella fase di degrado e di smaltimento? A questo proposito si vedano le “preoccupazioni” esplicitate dall’Arpa FVG (sede di Palmanova) a proposito dell’inquinamento ambientale da nano particelle di biossido di titanio; gli studi si riferiscono in particolare alle acque balneabili.

In sostanza prima di incrementare l’immissione di un possibile cancerogeno in una merce e in un ambiente occorre una rigorosa valutazione preventiva ovviamente ispirata al principio di precauzione. E’ un principio che vede un sospetto unanimismo parolaio (il ceto politico ormai lo cita a memoria) però quasi mai seguito dai fatti;

Ancora: il biossido di titanio risulta avere potere allergizzante (secondo alcune fonti per il 4% della popolazione). Non conosciamo il numero delle persone vulnerabili che potrebbe essere coinvolto dalle produzioni ceramiche ma comportando i prodotti ceramici già l’esposizione a numerosi altri fattori allergizzanti E’ SAGGIO CONSIDERARE…PURE QUESTO ASPETTO PREVENTIVAMENTE.

LA CAMPAGNA MONDIALE IN ATTO CHE SI RICONOSCE NELLO SLOGAN «NESSUN PROFITTO SULLA PANDEMIA» ESIGE LA TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA CON UN RIGORE E UNA CHIAREZZA CHE NON TROVIAMO NELLE PAGINE DELLE PUBBLICITA’ A PAGAMENTO.

MA LA SALUTE E L’AMBIENTE NON SONO MERCE.

12 marzo 2021

Vito Totire

Portavoce della «Rete per l’ecologia sociale»

14/3/2021 https://www.labottegadelbarbieri.org

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