Il primo nemico della libertà (di stampa)

La libertà di stampa è sacra (forse l’unica sacralità laica residua). Proprio per questo chi la usa non per informare ma per deformare si assume una responsabilità grave (vicina a quella che in teologia configura il sacrilegio). La stampa non libera che finge di difendere la libertà di stampa per meglio servire i propri padroni, in realtà la tradisce nel modo peggiore: mette in atto un’operazione coperta, subdola, che affonda le radici nel terreno melmoso della post-verità, di un relativismo informativo in cui tutte le vacche sono nere (i fatti, la loro interpretazione, la loro omissione, la loro invenzione) e che per questa ragione alla fine fa prevalere la voce di chi ha più potenza comunicativa. E capacità finanziaria.

E’ questa, oggi – in società altamente complesse e post-materialistiche, con ipertrofia dell’immateriale e del simbolico – la minaccia maggiore alla libertà (non solo dei giornalisti di scrivere in modo onesto ma anche dei lettori di decidere in modo consapevole). Minaccia resa via via più attuale dall’abnorme intrusione della logica proprietaria nel sistema dei media e dall’uso, appunto, dell’informazione come mezzo più che come fine. Come strumento per meglio alimentare i propri affari più che come affare fondato sulla capacità di rispondere a una domanda di informazione. Non è senza significato se l’Italia sta così in basso nelle classifiche globali sulla libertà di stampa (tra gli ultimo posti in Europa, per la quale comunque è segnalata un’”erosione”, all’altezza di Paesi come Belize, Botswana, Camore…), non solo per le minacce ai cronisti da parte di mafie e criminalità organizzata (piaga antica), o per le invettive di politici di governo (che pur ci sono e sono odiose), ma anche per l’anomalo intreccio tra potere economico-finanziario e informazione e per la presenza massiccia di gruppi proprietari che hanno il proprio core business fuori dall’editoria e ne controllano la linea.

Spiace dirlo ma nel 2018 chi si è aggiudicato il titolo di questa blasfemia giornalistica è proprio il gruppo che oggi guida la guerra santa per la libertà di stampa. La holding De Benedetti-Agnelli, che sull’asse tra Lugano e Torino ha chiuso il proprio cerchio. Il caso del TAV Torino-Lione – nel cui business entrambi gli azionisti di riferimento hanno concreti interessi – è sotto questo punto di vista esemplare. Soprattutto se osservato da vicino, nel lavoro delle redazioni locali. Lo sanno bene i piemontesi, meglio ancora o torinesi, più di tutti i valsusini che hanno sotto gli occhi il proprio territorio e leggono le pagine regionali e cittadine.

Qui si conosce bene la genesi della manifestazione del 10 di novembre – quella dei 20.000 moltiplicatisi miracolosamente per due nel passaggio della notizia per i corridoi della nota redazione di via Bruno Buozzi e diventata risorgimentalmente “moto di popolo” -, progettata tra lo studio di un notaio di sistema della Torino che conta e la casa di un banchiere d’élite della Torino che può, con la benedizione attiva e la propaganda martellante per settimane dei due giornaloni cittadini (quelli stessi che hanno costituito l’interfaccia esterno del “sistema Torino”) che poi l’hanno presentata come spontanea mobilitazione dell’intera città umiliata da un governo ostile. Qui si ha ben presente il prestige (il “gioco di prestigio) che sta dietro il miracolo della trasustanziazione mediatica delle “fate ignoranti” da madamine a pasionarie di una rivolta torinese che tutto è fuor che moderna e democratica. Qui, d’altra parte, si è tenuta buona nota degli infiniti numeri falsi sparati in pagina -anno dopo anno,per quasi un quarto di secolo – al fine di giustificare l’ingiustificabile: i 7 milioni di passeggeri previsti per il 2000 (se ne registreranno meno di un milione) e annunciati a tutta pagina dalla Stampa nel ’93 quando la Fondazione Agnelli lanciò l’idea dell’opera, la proiezione di 20 milioni di tonnellate di merci in transito sulla linea storica (destinata alla saturazione secondo la solita stampa) profetizzati per il 2010 quando se ne concretizzerà all’incirca un sesto, di 40 milioni per il 2030, in un delirio senza pudore che non ha mai visto una sola riga di scuse o di autocritica.

Qui si è anche osservato con un sorriso stanco l’affaccendato andirivieni dell’inviato-navetta di Repubblica tra Torino e Saint-Martin-La-Porte nel novembre caldo torinese, vero e proprio passeur ufficiale del “partito del SI”, prima (il 14, quattro giorni dopo il fatidico giorno) al seguito di una nutrita delegazione di confindustriali guidati da Paolo Balistreri, poi (il 21 novembre) come accompagnatore delle 7 madamine all’incontro con la Commissaria europea Iveta Radicova, e sempre per accreditare una fake: che là si sta già scavando il tunnel di base. Anzi, per presentarla come risultato di una vera e propria fact checking“Il tunnel di base della Torino-Lione esiste. Sono già stati scavati 5,5 chilometri del primo lotto di 9” [Repubblica, 14 novembre 2018]. Peccato, per tutti costoro, che grazie proprio a un sapere di territorio ben più radicato degli accorgimenti giornalistici, c’è stato chi ha fatto il fact checking al fact checking, rivelando come l’”ingenuo” inviato avesse scambiato per il primo tratto del tunnel di base quello che in realtà è un semplice tunnel geognostico progettato e iniziato per “verificare i problemi tettonici nella zona di Saint Martin La Porte, perché in quel punto si incontrano due placche tettoniche e c’è il rischio del collasso di una eventuale galleria”. D’altra parte – un cronista bene informato dovrebbe saperlo – se si trattasse veramente del primo tratto del tunnel di base la cosa si configurerebbe tecnicamente come “truffa” ai danni dell’Unione Europea che contribuisce all’opera al 50% proprio perché si tratta di lavoro preliminare “di studio” (mentre se si trattasse del tunnel di base il contributo europeo non potrebbe superare il 40%). In compenso né l’acuto cronista, né i confindustriali e men che meno le madamine si sono accorti che a pochi chilometri da Saint-Martin-La-Porte, nel comune di Villarodin-Bourget lo scavo ha disseccato le fonti e fatto mancare l’acqua (ma forse loro, noblesse oblige, bevono solo nettare degli dei).

Tanto zelo non sembra fermarsi neppure di fronte al rischio del ridicolo (quando la professionalità cede il passo al ruere in servitium neppure la barriera protettiva del decoro e del rispetto di sé regge più). E nel chiaroscuro invernale torinese di gag giornalistiche se ne sono viste tante, esilaranti se non fossero state grottesche. Per esempio la paginata dedicata da “La Stampa” alla farfalla Zerinzia Polissena a cui la benemerita TELT ha dedicato un laboratorio nel cantiere di Chiomonte al fine di proteggerla e chiede per questo di inserirla con segno “più” nell’ “analisi costi-benefici” (Sotto il titolo La TAV proteggerà la rarissima Zerinzia si leggeva, il 21 dicembre: “Un’oasi naturalistica per farfalle nel cantiere Tav. Intorno a Chiomonte vive una specie a rischio, la bella e delicata Zerinzia, che si nutre di una pianta velenosa e per questo ha le ali colorate che mettono in guardia i predatori. Era stata segnalata come possibile ostacolo all’ opera, perché i cantieri avrebbero potuto comprometterne l’habitat. Invece sarà tutelata proprio da Telt, società incaricata dei lavori della Torino-Lione”). C’è poi la fantasmagorica girandola delle esternazioni dell’arch. Foietta, attuale Commissario governativo alla Tav – successore dell’altro architetto, Virano , entrambi debitori della propria notorietà e del proprio reddito alla fattibilità del Tav : la solenne dichiarazione secondo cui se non si bandiscono subito (subito!) gli appalti per il tunnel di base si perderebbero 75 milioni al giorno (sic); la minacciosa affermazione secondo cui il tunnel del Frejus della linea storica non sarebbe solo insufficiente – come affermato contro ogni evidenza dei dati – ma pericoloso e “fuori legge” (come il ponte Morandi di Genova) tanto che dovrebbe essere chiuso da subito (poi ci dovrebbe spiegare come garantire gli scambi tra Piemonte e Francia nei quindici anni necessari per completare la nuova linea); fino all’impervio tentativo di accreditare l’attuale Osservatorio (di cui è presidente) come “luogo di confronto” – addirittura “luogo istituzionale di confronto” – strumento di dialogo e di mediazione, quando tutti, ma davvero tutti sanno che da dieci anni almeno esso è il principale organo ideologico di promozione dell’Opera tanto che ne è stata resa impossibile l’appartenenza dei sindaci No Tav della Valle e in ultimo dello stesso Comune di Torino.

Nemmeno i morti si salvano dal compulsivo reclutamento: in occasione della morte di Luigi Rossi di Montelera durante una battuta di caccia in alta Val d’Aosta a metà novembre (pochi giorni dopo l’adunata di Piazza Castello) il povero aristocratico torinese è stato presentato, in un titolo a tutta pagina, come “sabaudo aperto alla modernità”, con una formula che sembrerebbe bizzarra (da quando in qua si celebrano i morti in funzione della loro “modernità”) ma che cela in realtà un’ossessione. Rossi di Montelera era stato, prima di convertirsi alla Democrazia cristiana, in gioventù, un fervente monarchico. Chi ha partecipato all’occupazione di Palazzo Campana tra il 67 e il 68 lo ricorda alla guida di VIVA VERDI (il gruppo goliardico che nel nome del grande autore d’opera leggeva l’acronimo di Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia). In una delle primissime assemblee nel Palazzo occupato fece, con assoluta libertà, un lungo intervento contro l’occupazione, ascoltato in assoluto silenzio (si era allora ancora molto democratici) interrotto da una sola voce dal fondo che lo invitava a recarsi a Cascais (in visita al Re di Maggio). Tra le sue letture non c’erano certo gli Enciclopedisti quanto piuttosto l’ultrareazionario e antirivoluzionario savoiardo Joseph De Maistre, ma questo non toglie che sia stato insignito sul campo del titolo di modernista – anzi, di ultra-modernista – per il solo fatto di aver presieduto per un periodo la Transpadania, organo di promozione del TAV Torino Lione, feticcio potente e lavacro magico in cui si possono compiere tutte le metamorfosi culturali e morali!!!

Infine un piccolo episodio, di per sé marginale ma indicativo, giusto per concludere con malizia l’anno, con una puntura di spillo a un’altra nemica di Repubblica in quanto nemica del TAV. Il 30 dicembre, il resoconto della tradizionale conferenza stampa recava un titolo di per sé forte: “Appendino: avrei voluto tasse più care ma non posso” (virgolettato). Affermazione di per sé suicida, che per questo ha attirato la nostra attenzione e ci ha spinto a cercare nell’articolo la frase del titolo, con esito negativo. Dal resoconto non risulta nessuna affermazione del genere. Invece, le prime righe recitano testualmente: “Alla sindaca Chiara Appendino sembra dispiacere l’impossibilità di alzare ancora le tasse comunali. ‘Noi rientriamo nei mille comuni che non possono attivare la spesa fiscale per far fronte agli eventuali tagli di spesa corrente’, ha detto  la prima cittadina nell’incontro di fine anno. E il suo assessore al Bilancio, Sergio Rolando, conferma: ‘Torino ha già azionato la leva fiscale nei massimi della legge’. Insomma, vorrei, ma non posso”. Dove la citazione testuale finisce con “massimi della legge” e la frase successiva è dell’autore dell’articolo: per la solita metamorfosi alchemica, il commento del cronista è diventato la frase della sindaca, con tanto di virgolette. Noi non nutriamo alcuna simpatia per Chiara Appendino e la sua Amministrazione (su molti aspetti anzi abbiamo molto da ridire), ma niente ci toglie dalla testa che quel piccolo sgarbo non sarebbe stato riservato a nessun altro amministratore “amico degli amici” del giornale che non tollera scarti dalla linea tracciata dagli azionisti di riferimento.

Ora – anno nuovo vizio antico – è ripartito l’assordante tam tam della stampa cittadina per una nuova adunanza delle solite madamine, banchieri, notai di sistema, imprenditori sfessati, commercianti arrabbiati, il 12, stessa piazza, stessa osteria, stesse parole d’ordine generiche e fruste, da parte di chi, come i rotoloni Regina, non finisce mai di tessere la propria tela truffaldina. Da una settimana paginoni di convocazione, con i Sindaci del Si chiamati per una volta a uscire dall’anonimato, il solito Foietta a ripetere i soliti allarmi e le solite minacce, le sette faccine della fate ignoranti come un brend coattivo (chiedono a chi parteciperà di vestirsi di arancione), col “governatore” che “sceglie la valle per lanciare la sua corsa alla Regione”! (La Stampa”), le “33 sigle del mondo produttivo” che invece di farsi una seria autocritica sulla totale assenza di idee e di investimenti di questi lustri mercanteggiano con la politica l’appoggio all’opera (“Quando sarà il momento ci ricorderemo di come ha agito la politica”, il forzista Mino Gachino che promette che “con noi in piazza ci saranno gli operai dell’edilizia con i caschetti gialli” (il colore dei crumiri) e precisa, con raro sprezzo del ridicolo, che “sarà un appuntamento dedicato alle famiglie che rischiano di avere problemi seri” (come se dal TAV dipendesse davvero il loro futuro!!!). Si torna a delirare di “via della seta”, di imprese americane del’Ict in attesa solo del tunnel per insediarsi in Piemonte, di “52mila assunzioni negli undici anni di lavori previsti, per il 73% in settori diversi dalle costruzioni (agricoltura, industria, commercio, trasporti, turismo, servizi alle imprese, servizi)” (sic), Repubblica fa persino “salire in cattedra  il supertreno” al Liceo Alfieri (!!!).

NON SE NE PUO’ DAVVERO PIU’. Nella crisi della stampa quotidiana e nella caduta a picco della carta stampata in edicola c’entreranno pure il digitale, la concorrenza dei nuovi media e dei pervasivi social, l’analfabetismo di ritorno e la descolarizzazione, ma di sicuro la responsabilità maggiore non solo della crisi di vendite ma della ben più grave crisi di fiducia nell’informazione è in capo ai suoi operatori: direttori di giornali e giornalisti che della professionalità hanno perso anche il ricordo.

9/2/2018 https://volerelaluna.it

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