Italiani all’estero, fuga senza ritorno

“La mobilità è qualcosa di positivo perché ci mette in dialogo con altre culture e ci dà opportunità di arricchimento, ma la nostra mobilità è malata, perché dettata solamente dalla necessità ed è unidirezionale”. Sono le parole di Delfina Licata, curatrice del Rapporto italiani nel Mondo 2022 della Fondazione Migrantes, secondo il quale i nostri concittadini che vivono regolarmente all’estero sono un numero maggiore degli stranieri che vivono regolarmente in Italia: 5,8 milioni contro 5,2. I dati ci mostrano un incremento della mobilità italiana dal 2006 al 2022 dell’87%, nonostante la pandemia, e addirittura si parla del 94,8% per le donne.

Migrazione circolare

La maggior parte di coloro che decidono di lasciare l’Italia sono giovani e non è fuori luogo supporre che a incidere sulle loro decisioni sia il blocco dell’ascensore sociale nel nostro Paese, quello che impedisce alle nuove generazioni di migliorare le proprie condizioni di vita rispetto ai loro genitori.

“Il progetto migratorio perfetto è dato dalla circolarità – sostiene Licata – che comporta la scelta di partire accompagnata da quella di tornare. L’Italia ha indici di partenze al pari di altri Paesi come Francia e Germania, ma il problema è che poi da noi non ci sono ritorni. Il risultato è anche la privazione di prerogative professionali che servono al Paese per andare avanti”.

Destinazione Europa

L’Italia in un anno ha perso quindi lo 0,5% della sua popolazione residente, mentre vi è stato un aumento del 2,7% degli italiani residenti all’estero. Circa i Paesi di destinazione, i dati ci dicono che sono soprattutto quelli europei a essere maggiormente attrattivi, perché è all’interno del vecchio continente che si trasferisce il 78,6% degli emigrati italiani, mentre le Americhe (principalmente quella Latina) sono la meta del 14,7% e Asia, Africa e Oceania ne assorbono il 6,7%.

Lo studio ci fornisce anche le aree di provenienza dei migranti italiani: è il Sud a pagare il maggior tributo (47%), seguito dal Nord (37%), anche se le due regioni che vedono più partenze sono Lombardia e Veneto, spesso con persone che già erano migrate dal Mezzogiorno; fanalino di coda il Centro (16%).

Le risorse del Pnrr per attrarre i ritorni

Anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella, commentando il rapporto ha fatto notare che spesso sono giovani che “non fanno ritorno, con conseguenze rilevanti sulla composizione sociale e culturale della nostra popolazione”, aggiungendo che a tal proposito è necessaria una svolta attraverso l’utilizzo del Piano di ripresa e resilienza.

Secondo la curatrice del Rapporto “il Pnrr potrebbe essere lo strumento pensato per investire il flusso del 42% di giovani tra i 18 e i 34 anni che lasciano l’Italia in maniera inesorabile”, ma a patto che non sia solamente “la defiscalizzazione il motivo attrattivo, ma un discorso più ampio di vita, di possibilità di essere assunto, di modalità di lavoro sperimentata agevolmente all’estero, ma non Italia”.

“La scelta di partire non è tanto la disoccupazione o la ricerca di un’adeguata retribuzione – aggiunge -, ma quella più grande di realizzazione delle nuove generazione, l’idea di un mondo considerato come spazio più ampio di protagonismo. La mobilità fa parte del percorso di vita, ma bisogna essere liberi di mettere a frutto quegli elementi che arricchiscono il bagaglio umano o professionale in favore dei luoghi per i quali si sente una maggiore affinità, siano un Paese altro, il proprio, il paesino o il borgo di nascita. È poi necessario un riconoscimento del percorso migratorio per chi lo sperimenta. Ora invece chi sceglie di tornare non è valorizzato, quel periodo passato in mobilità deve essere considerato un valore aggiunto”.

Conoscenza della realtà contro le strumentalizzazioni

Licata, in generale, della percezione dei dati migratori ne fa una questione di conoscenza: “Il problema è l’ignoranza di fondo di quello che è il nostro Paese, dove si sottolineano problemi che non esistono, mentre le complessità esistenti si nascondono sotto un pugno di sabbia. Da sempre siamo un popolo che emigra, fa parte del dna del nostro Paese, ma, nonostante ciò, ancora parliamo degli arrivi in Italia come di un fenomeno straordinario”.

C’è quindi chi “fa leva su una strumentalizzazione di parti di verità” e quindi lo scopo dei progetti di Migrantes è la conoscenza effettiva dei fenomeni “che deve essere insegnata anche alle scuole” con numeri certi e in una lettura europea e internazionale. Una conoscenza vera, giusta, non strumentale per sapere cosa fare”, anche per invertire l’attuale curva demografica discendente, “per evitare che in un’Italia così invecchiata il futuro sia privo di forza vitale: ora è il momento del fare”.  

Simona Ciaramitaro

22/11/2022 https://www.collettiva.it

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