La penisola dei segreti

L’Italia è l’unico paese occidentale a mancare completamente non solo di una memoria condivisa ma anche di una comune. Non ricordiamo gli stessi fatti e quelli che ricordiamo non li ricordiamo allo stesso modo. Cosa non sana per il paese.

I fatti sedimentati dai decenni non riescono a trovare una comune interpretazione diventando bandiere da tirare fuori alla bisogna, che si tratti di Foibe, di stragismo, di eversione rossa e nera… Financo la Resistenza o la Costituzione, fatti fondanti della nostra storia repubblicana, mancano di una interpretazione storica comune.

Un elemento non secondario nel processo identitario di una nazione; un vuoto che ci impedisce un qualsiasi sentire nazionale. Un vuoto a cui non rimediano le variabili verità giudiziarie emerse in questi anni.

Appare dunque scandaloso – ma forse non lo è proprio in virtù di quella mancanza di memoria condivisa – che i nostri archivi, le nostre carte, su cui è registrata e testimoniata la nostra storia, rimangano o chiusi o di difficile consultazione.

È infatti un sistema che sembra fatto per occultare quello degli archivi e delle informazioni classificate nel nostro Paese. E non dobbiamo scomodare i saggi di Sion, il grande vecchio o le 7 sorelle, perché spesso dietro non c’è un disegno o un complotto. Più frequentemente pochezza, sciatteria e meschinità, mantengono nascoste verità che forse sarebbe tempo fossero pubbliche.

Il punto, in termini costituzionali, che sfugge è che il segreto di stato viene apposto a tutela della comunità. È un principio importante che per eterogenesi dei fini diventa uno strumento a tutela dei pochi ed è disatteso quotidianamente da consuetudini totalmente lontane dalla legge.

Così capita che le tre direttive, Prodi, Renzi e Draghi, cerchino di velocizzare i processi di desecretazione che a rigor di legge dovevano essere già conclusi con la pubblicazione delle carte. E, lo diciamo per inciso, le stragi è proprio un tema su cui porre segreti è un controsenso costituzionale.
Ne parliamo con Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni e coordinatrice della ‘Rete degli archivi per non dimenticare’, che cerca di darmi delle coordinate in un mondo complessissimo, quello degli archivi e quello delle carte classificate. Basti dire che la frase che pronuncerà con più frequenza è “non è proprio così”.

“Partiamo dalla considerazione numero uno: le direttive per declassificare documenti non servono, o almeno, non dovrebbero servire se la legge venisse semplicemente applicata. Provvedimenti del genere dovrebbero essere considerati ridondanti e inutili, soprattutto quando si parla di stragi”.

Ilaria Moroni cercherà di illuminarci tra un vocabolario particolare, leggi, direttive, pochezze ministeriali e informazioni sensibili, di un panorama che tutti ci immaginavamo più ordinato, stretto tra le 4 classificazioni: segretissimo, segreto, riservatissimo e riservato.

E tra i passaggi che segnavano lo scadere di ogni quinquennio: il passaggio da una classificazione all’altra per arrivare alla ‘libertà’ di un documento dopo 20 anni… Il tutto in un meccanismo la cui nostra percezione razionale vede come un sistema che inventaria e tipologizza. Una percezione che risente forse dell’immaginario legato ai servizi e più in generale, al mondo militare; e proprio per questo ai nostri occhi necessariamente ordinato. Ma appunto “non è proprio così”…

Dottoressa Moroni dove si inceppa questo meccanismo sui versamenti dei documenti all’archivio di Stato?
“Si inceppa su molti punti. Partiamo dalle direttive, Prodi, Renzi e Draghi. Partiamo da dei provvedimenti che sulla carta potevano non esserci perché la legge già prevede le tempistiche dei versamenti e della desecretazione delle carte. Soprattutto quando quelle classifiche riguardano le stragi e il terrorismo e inficiano dunque con la legittima possibilità di conoscere prevista dalla Costituzione. Ma, detto questo, a fronte di quelle direttive, estremamente esigui sono stati i versamenti. Voglio però dare atto che la direttiva Draghi è stata la più meritoria in termini di impegno politico per la sua attuazione e per la richiesta alle amministrazioni dello Stato di versare le carte su Gladio e P2 vuol dire fare un passo in avanti anche sulla ricostruzione del contesto”.

E il restante contenuto delle direttive?
“Diversi documenti sono stati versati all’archivio centrale dello Stato, ma i versamenti sono stati disorganizzati, soprattutto in principio, e disomogenei, e tutto lascia pensare che manchi ancora molto da versare. In più pensare di richiedere versamenti per temi, ‘strage di piazza Fontana’, ‘strage di piazza della Loggia’, ‘strage alla stazione di Bologna’ e non per serie archivistiche che restituiscano anche il quadro in cui quelle carte si sono formate, è assurdo. Ricordiamoci poi che sono sempre gli organi che hanno formato, ossia creato il documento, quelli a cui stiamo chiedendo di rimuovere le classifiche e procedere ai versamenti, senza possibilità di controllo a monte”.

Qual è il livello di digitalizzazione complessiva?
“Parlare di digitalizzazione dell’intero patrimonio archivistico è impossibile e forse anche inutile. Sicuramente la digitalizzazione dei processi sul terrorismo e lo stragismo è uno strumento utile per la ricerca e per la verità. Iniziata negli anni Ottanta a latere del processo per la strage alla stazione di Bologna e della strage di piazza della Loggia a Brescia, e proseguita poi con un protocollo tra ministero della Cultura, ministero della Giustizia, Consiglio superiore della magistratura e Archivio Flamigni, ha permesso di digitalizzare e valorizzare per esempio i cinque processi sul delitto Moro,  le carte sulla strage di via dei Georgofili, quelle sulle stragi milanesi e altri omicidi su quel territorio, ma anche la prima ricognizione sulle carte della strage di Ustica”.

Mi rendo conto che siamo qui nel mondo della carta. È che la digitalizzazione ha una funzione ordinatrice e consente ovviamente di mettere ordine dove ordine non c’è. E consente di inventariare e di sapere quello che è consultabile evidenziando i rimandi di ciò che consultabile non è. Ma ricordo che Luigi Manconi, dopo la direttiva Renzi chiese in aula al governo, attraverso una interrogazione parlamentare, di rendere noti in quali casi e in quali date è stato apposto il segreto di Stato e per quali di questi è tuttora valido…
“Sull’apposizione del segreto di Stato la legge è chiara e ogni volta che viene opposto al magistrato bisogna motivarlo e ve ne è traccia. Ma ci sono carte che sfuggono a questa catalogazione e regolamenti di gestione di materiale di Stato, che sono segreti proprio nel funzionamento delle loro stesse prassi. Per non parlare di documenti prodotti da soggetti esteri o organismi Nato sui quali la nostra legislazione non ha valore”.

E a questo si aggiunge il disordine spesso colpevole delle istituzioni. Penso al ministero dei Trasporti e penso alla sparizione dell’archivio, sparizione senza colpevoli a quanto sembra.
“La giustificazione-spiegazione che il Ministero ha dato è che il dicastero nel tempo si è smembrato in termini di responsabilità e competenze e quindi è molto difficile individuare il o un responsabile… Giustificazione risibile perché le carte non muovono da sole e che evidenzia che fino a che non metteremo su un sistema sanzionatorio per i mancati versamenti, o quantomeno per le sparizioni documentali, non andremo da nessuna parte”.

Poi ci troviamo anche davanti a situazioni in cui i pesi specifici tra ministeri fanno la differenza.
“Fino al 1974 gli Archivi di Stato e l’Archivio centrale dello Stato erano amministrati dal ministero dell’Interno. Poi venne istituito il ministero della Cultura che ha, tra gli altri, ha il compito di conservare le carte dello Stato negli archivi di stato appunto. Alcune competenze però sono rimaste in capo al ministero dell’Interno, cosa che rallenta per esempio le richieste di consultazione di documentazione con dati sensibili. Inoltre le risorse su cui può contare il ministero della Cultura, soprattutto nel settore degli archivi, sono spesso limitate.  Aggiungiamo la questione degli archivi privati di politici o protagonisti dell’epoca intorno ai quali si sono costruiti archivi di Istituti culturali o Fondazioni. Accedere ad alcuni fondi lì conservati è difficile, nonostante siano carte che teoricamente sono state prodotte in qualità e nelle funzioni politiche che il personaggio politico ha svolto”.

Come se ne esce?
“Se ne esce con una volontà politica reale che non sia solo governativa o parlamentare ma condivisa dalle istituzioni tutte e da coloro che le amministrano”.

Vaste programme.
“E infatti è proprio così perché il problema è che spesso la politica è parte del contendere e parte del problema e spesso non ha alcun interesse a rendere pubblici documenti soprattutto quando il tempo trascorso dai fatti non è tantissimo. Credo comunque che la ricerca e i ricercatori possano essere uno sprone importante per attirare l’attenzione sulla difficoltà di fare ricerca e reperire documentazione”.

Poi c’è il problema dell’edilizia archivistica e della capacità di costruire nuovi archivi in grado di ospitare e aprire alla consultazione grandi quantità di documenti.
“Che è parte dello stesso problema, quello della volontà politica. Perché se vuoi dare un senso alla memoria anche da qua devi passare. Perché le carte oltre ad essere potere, sono l’insieme delle memorie del nostro Paese”.

Elisa Benzoni

24/2/2023 https://diogeneonline.info

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