La potenza del graphic journalism e il caso di Stefano Cucchi

Sono stanco dei reportage di guerra, perché non cambiano le cose». Non possiamo fare a meno di ragionare su questa frase di Joe Sacco, uno dei primi e più famosi giornalisti grafici. Ma è proprio il giornalismo a fumetti uno degli antidoti più efficaci per ridurre o annullare gli effetti dell’infotainment, della tendenza a mescolare informazione e intrattenimento per narcotizzare il pubblico. Il graphic journalism, il suo spessore letterario e civile, è al centro di uno sfoglio del numero di Left in edicola dal 17 maggio con illustrazioni di Simona Binni, Gianluca Costantini, Vittorio Giacopini, Fabio Magnasciutti (che ha realizzato anche la copertina), articoli di Checchino Antonini (giornalista e autore, fra l’altro, con Alessio Spataro di Zona del silenzio, graphic novel sul caso Adrovandi pubblicata da Minimum Fax); Stefano Piccoli, direttore dell’Arf di Roma (e docente di graphic journalism alla Scuola romana dei fumetti); Amarilda Dhrami che intervista la giovanissima artista italo-tunisina Takoua Ben Mohamed. A chiudere lo sfoglio l’anticipazione di Nellie Bly, di Luciana Cimino e Sergio Algozzino che raccontano per Tunué la vera storia della prima donna giornalista a occuparsi di cronaca nella seconda metà dell’Ottocento.

È il tempo delle sperimentazioni, della contaminazione fra i generi e i media. Ma questo deve essere indirizzato verso il rigore dell’inchiesta. Il giornalismo, anche quello a fumetti, è la costruzione di un punto di vista perché i reportage di guerra riescano a cambiare le cose, producendo consapevolezza, intercettando le mobilitazioni. Quello che è successo, solo per fare un esempio, con le vicende di malapolizia nelle quali sia le narrazioni sia le attivazioni dal basso hanno giocato un ruolo perché si smuovessero le indagini e venissero demistificate le versioni ufficiali degli apparati.

Per questo il graphic novel Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi (Round Robin editrice) – che fa il punto sulle indagini relative agli oltre nove anni di processi sul caso Cucchi, tra presunte bugie, depistaggi, verbali “corretti” e relazioni falsificate – è stato scelto per riportare al Parlamento europeo l’anomalia italiana costituita dalla tradizionale frequenza di casi di police brutality ancora più inquietante da quando c’è un ministro dell’Interno che va in giro travestito da poliziotto. A promuovere l’iniziativa è stata Eleonora Forenza (parlamentare europea, candidata per La sinistra alle imminenti europee) cresciuta nella stagione dei movimenti sociali e attentissima alle questioni della repressione. Left anche quel giorno era Bruxelles e ha realizzato questa intervista negli studi televisivi dell’Europarlamento, con Eleonora Forenza, Floriana Bulfon, giornalista d’inchiesta e autrice del graphic novel e Luigi Politano di Round Robin.

22/5/2019 https://left.it

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