La sconfortante situazione del diritto all’aborto in Italia

In Italia ci sono state 80.733 mila interruzioni volontarie di gravidanza nel 2017, a cui si deve aggiungere un numero inafferrabile di aborti clandestini, che si verificano anche perché il diritto all’aborto in Italia non è sufficientemente tutelato.

La situazione è ulteriormente peggiorata da inizio 2016, quando è stata introdotta una pesante sanzione pecuniaria fino a 10 mila euro per chi si sottopone ad aborto clandestino, al di fuori della normativa prevista dalla legge 194, che peggiora ulteriormente la già precaria salute del diritto all’aborto in Italia.

Ma per quale motivo una donna dovrebbe ricorrere ad aborto clandestino, al di fuori di una struttura ospedaliera in grado di fornirle completa assistenza sanitaria, mettendo in pericolo la propria salute?

Perché la legge 194 non è sufficiente ad assicurare a chi lo necessita un accesso sicuro all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). La legge 194 del 1978 riconosce formalmente il diritto all’aborto a tutte le donne entro 90 giorni dal concepimento, qualora vi sia “un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (art. 4), e dopo i 90 giorni nel caso si presentino complicazioni e patologie che mettono a grave rischio la sua salute o quella del feto.

La stessa legge prevede tuttavia anche il diritto all’obiezione di coscienza, ovvero la possibilità per medici e personale sanitario di non effettuare la pratica, quando essa sia in contrasto con scelte etiche personali. Come vedremo, la maggior parte dei ginecologi usufruiscono di questo diritto e questa scelta ostacola l’applicazione concreta del diritto all’aborto in Italia, soprattutto in alcune regioni.

I dati sull’interruzione volontaria di gravidanza in Italia

Come detto in apertura, nel 2017 ci sono state 80.733 mila interruzioni volontarie di gravidanza in Italia. Il dato è riportato nella annuale Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge 194, da cui prendiamo anche i dati presentati di seguito.

La Liguria è la regione dove il cosiddetto tasso di abortività (il rapporto tra IVG effettuate e il numero di donne tra i 15 e i 49 anni) è più alto: 8,1 aborti ogni mille donne. Seguono Puglia (7,9), Emilia Romagna (7,7) e Piemonte (7,5). Le regioni dove questo rapporto è più basso sono la Basilicata e la provincia di Bolzano (4,5), seguite da Calabria e Veneto (4,6).

Tutti questi dati sono in calo costante: le IVG erano 230 mila nel 1982, 132 mila nel 2005 e 85 mila nel 2016. Anche il tasso di abortività cala senza sosta da più di trent’anni: era di 17,2 IVG ogni mille donne nel 1982, è di 6,2 oggi, uno dei dati più bassi a livello internazionale.

La pratica dell’IVG riguarda soprattutto le donne nella fascia di età 25-34 anni, e ha riguardato 2.288 ragazze minorenni nel 2017 (calo del 10% rispetto al 2016), di cui 146 under 15. Il 39% degli aborti in Italia riguarda donne coniugate, percentuale che sale al 50% in Campania e Basilicata.

Le donne straniere sono molto rappresentate in queste statistiche. 24 mila delle 80 mila IVG – il 30% – riguardano cittadine non italiane, che presentano tassi di abortività superiori di 2-3 volte alle cittadine italiane. Si tratta tuttavia di un dato anch’esso in calo: nel 2003 si verificavano in Italia 40,7 IVG ogni mille donne straniere, nel 2016 15,7, nel 2017 siamo a 15,5. Quasi la metà dei 24 mila aborti di donne straniere sono di cittadine di paesi dell’Europa dell’est.

La grande maggioranza degli aborti in Italia – il 95% – avviene entro le 12 settimane di gestazione.

L’applicazione del diritto all’aborto in Italia

La lettura della già citata Relazione annuale del Ministro della Salute porta a considerazioni contrastanti sull’applicazione del diritto all’aborto in Italia.

Il Ministero assicura che a livello nazionale l’accesso al diritto è garantito. Le IVG vengono effettuate nel 64,5% delle strutture ospedaliere, percentuale ritenuta adeguata con la sola eccezione della Campania e della Provincia di Bolzano, dove questa percentuale crolla sotto al 30%. Secondo la legge però l’IVG dovrebbe essere garantita in tutti gli ospedali pubblici.

Inoltre, dice il Ministero, ogni ginecologo non obiettore svolge in media 1,2 IVG a settimana, un dato ritenuto adeguato. Ci sono però situazioni limite come quella del Molise, dove i pochissimi ginecologi non obiettori sono chiamati a svolgere 8,6 IVG a settimana.

I dati sull’obiezione di coscienza negli ospedali italiani sono però agghiaccianti. Il 68,4% dei ginecologi italiani sono obiettori, non solo e non tanto per motivi etici. Come spiegano alcuni ginecologi non obiettori (qui e qui), le questioni di coscienza sono legate soprattutto a motivazioni professionali, piuttosto che etiche, con medici che preferiscono non praticare l’IVG in modo da vedersi assegnate procedure meno routinarie, che possano dare una maggiore soddisfazione e arricchimento professionale.

Sette ginecologi su dieci in Italia quindi non praticano l’aborto. Una percentuale molto alta e non distribuita uniformemente sul territorio nazionale, con situazioni surreali in regioni come Molise (97%), Basilicata (88%), Puglia (86%), provincia di Bolzano (85%), Sicilia (83%). Le regioni con le percentuali più basse di ginecologi obiettori sono Valle d’Aosta (18%), Emilia Romagna (50%), Friuli Venezia Giulia (52%) e Sardegna (54%).

A livello micro-territoriale le differenze sono ancora più marcate. Nel 2016, l’emblematica situazione della provincia di Ascoli Piceno (100% di obiettori – obiezione di struttura) aveva addirittura attirato l’attenzione del New York Times.

In questo scenario una donna può trovarsi nella spiacevole situazione di dover percorrere distanze notevoli e subire lunghi tempi di attesa, rischiando di oltrepassare il limite di 90 giorni previsto dalla legge. Una situazione di stress che, se va bene, rende ancora più acuta la sofferenza che già accompagna questa esperienza e, se va male, porta le donne che non trovano posti disponibili a ricorrere all’aborto clandestino.

Stando alle stastiche del Ministro, l’87% delle IVG è stato praticato nella provincia di residenza delle donne, un dato in linea con la mobilità registrata per le altre prestazioni del servizio sanitario nazionale. In sostanza il Ministero, nella relazione, afferma che il numero di aborti sta calando, che si tratta di un dato positivo e che l’accesso al servizio è adeguato. Tuttavia, sono in molti a contestare questi dati, o meglio, questa loro interpretazione.

Silvana Agatone, presidente dell’associazione che riunisce i medici non obiettori, in questa intervista a La Stampa dà una lettura opposta a quella del Ministero: il numero di aborti diminuisce perché l’elevato numero di obiettori, unito ad altre circostanze in cui è fornito il servizio, rende l’accesso al diritto in alcuni casi molto complicato, spingendo le donne verso gravidanze indesiderate o verso pratiche clandestine.

La pratica dell’aborto clandestino sfugge alle statistiche e comprende naturalmente anche altri casi, come quello delle donne ricche che preferiscono rivolgersi in segretezza a cliniche private e quello opposto delle donne straniere senza documenti.

Un quadro davvero poco confortante. Il diritto all’aborto in Italia è riconosciuto, ma l’effettività della sua applicazione è contestata. La possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza è abusata da parte dei medici, per ragioni non sempre etiche, e secondo alcuni non dovrebbe essere proprio prevista, per garantire la massima accessibilità possibile al diritto all’aborto in Italia.

Valentina Valmacco

https://www.lenius.it

Immagine | Tatlana Vdb

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