La selva oscura del precariato scolastico. I’m going slightly MAD…

Istruzione e merito, ma sarebbe più onesto dire mercato dei titoli, foresta di algoritmi beffardi, selva oscura di contratti settimanali, incarichi FAD, (i’m going slightly) MAD…

Per chi non è in balia del tritacarne del precariato scolastico è difficile cogliere le sfaccettature di questo sottobosco di umiliazione e sfruttamento che questo anno in particolare sta raggiungendo picchi inesplorati, paradossi, sadismo. Storture del “sistema” di cui fanno le spese docenti, ma soprattutto studentesse e studenti spaesati e ancora, ricordiamolo, indaffarati nel leccarsi le ferite post-pandemia, dando per vero che viviamo già nel “post”.

Difficile scrivere in modo distaccato mentre si è travolti da un giro e poi un altro e un altro ancora (e così fino al 31 dicembre se va bene) della ruota della fortuna che oggi ti “premia” con un lavoro, domani te lo toglie senza appello.

Oggi ti piazza a risollevare un triennio che non vede un docente di storia e filosofia da due anni e deve affrontare l’esame di Stato (deve anche affrontare la vita, uscire dalla scuola superiore masticando pensiero critico e altre parole vuote di cui son pieni i programmi ministeriali), domani ti chiede di intervenire come insegnante di sostegno senza alcuna preparazione, dopodomani ti chiede ancora di prendere ciò che capita su qualsiasi Classe di Concorso costruita grazie al business delle Università on line in grado di moltiplicare CFU e titoli come pani e pesci. Pagando non poco, ovviamente. La cultura ha un prezzo, le certificazioni ce lo hanno triplo.

Foto da CLAP

Difficile, difficilissimo non sentirsi sole in una battaglia così impari come quella dell’assegnazione di una supplenza, dell’immissione in ruolo, della stabilizzazione dopo anni di servizio, sacrifici, pendolarismo. Difficile perché, non sempre per fortuna, ma spesso, cresce il divario tra i docenti di ruolo, quelli “in prova”, i precari ma annuali, i precari ma brevi. E perché si potrebbe continuare a scomporre all’infinito la casistica del corpo insegnante fino ad arrivare a un individualismo che fa paura perché, a disegnarlo, sarebbe una molteplicità di figure sole che si dimenano in un paesaggio surreale daliniano dal quale nessuno le ascolta. Forse non sono neanche viste. Al massimo percepite.

È forse utile per chi legge fare ordine. Si parla di precariato, non della totalità del mondo della scuola, che è ancora più complesso e indecifrabile all’esterno, seppure alcuni tic risuonino in modo del tutto trasversale, così come alcuni malesseri e alcune ingiustizie vere e proprie. Tra tutti il “suono” più irritante è quel “non so che” per cui ti viene chiesto in continuazione di aderire a una missione salvifica, di cura quasi materna, di sacrificio, di gavetta permanente, che è tutto il contrario di quella che dovrebbe essere la dignità e prospettiva di un insegnante.

Chi scrive, comunque, è immersa nel girone infernale del precariato delle scuole superiori di secondo grado ed è da lì che viene questa necessità di metter nero su bianco il vissuto di questi anni. Per farla breve, anche se pochi hanno davvero capito il dispositivo in questione l’imputato principale è “l’Algoritmo” delle GPS che a Roma, ma direi, in tutta Italia sta seminando lacrime e caos, tra docenti e studenti.

Nel 2020 sono state istituite le GPS, le Graduatorie Provinciali per le Supplenze, con l’ordinanza ministeriale 60/2020: elenchi di insegnanti validi per 2 anni, costituiti su base provinciale, divisi per posto comune e di sostegno e utilizzati per l’attribuzione delle supplenze al 30 giugno e al 31 agosto.

Le GPS, ovvero l’“Algoritmo” – maiuscolo perché chi ne parla (e chi lo subisce) lo personifica quasi –, un mostro dalle mille teste, un agente del male cui viene attribuito il potere di selezionare una stringa composta da un nome, una classe di concorso e una scuola. La scuola dovrebbe essere tra quelle che ognuno intorno a Ferragosto ha selezionato tra quelle esistenti nella città, provincia o Regione in cui vivi o in cui vuoi/devi lavorare.

Apriamo una breve parentesi in odor femminista che di questi tempi fa bene: capita che il criterio (personale) di selezione delle scuole per un precariato che riguarda la fascia tra i 30 e i 50 anni, prevalentemente femminile contenga il criterio di “possibilità” /comodità di raggiungere la suddetta scuola in tempi consoni al raggiungimento di un luogo di lavoro. È questo che più di tutto non tollera l’Algoritmo, la comodità/possibilità sul lavoro, il non dover percorrere kilometri, doversi trasferire, dover affidare i tuoi figli ad altri perché devi riuscire a tornare dalla scuola più lontano da casa tua ma che rifiutare significherebbe rinnegare la tua motivazione (leggi missione salvifica) e soprattutto essere depennata dalle graduatorie.

Quello che sta accadendo, a Roma (ma in gran parte d’Italia), è che nelle attribuzioni delle cattedre vacanti non viene considerato il punteggio, i titoli, gli anni di servizio, ma l’incrocio casuale e irripetibile delle variabili (punteggio – disponibilità cattedre in quel preciso momento/giorno/settimana/mese – scelta (localizzazione) delle scuole).

Per farla breve i punteggi più alti sono stati sorpassati da chi ha prescelto scuole particolarmente lontane o non coperte dalla rete di trasporto pubblico o in province sommate a vari errori, ritardi di inserimento dati degli USR, calcoli punteggi, convalida titoli etc. Non è finita, la perversione viene codificata: il solo fatto di non inserire tutte le scuole, ti fa risultare “rinunciatario”, sfaticato in altre parole.

Per chi ha resistito fin qui, desideroso di comprendere, proviamo a tirare qualche conclusione.

Una modalità di reclutamento (assorbimento dei/delle precarie che contribuiscono da anni a tener viva la scuola italiana) va certamente ripensata e riscritta, l’anzianità di servizio va riconosciuta e basterebbe applicare la direttiva europea del 1999 nella quale si bacchettava l’Italia per un utilizzo non consono del precariato, proponendo la stabilizzazione dopo 3 anni. Prevedendo, eventualmente, prove che verifichino – ci mancherebbe –  l’adeguatezza dei docenti al proprio ruolo, ma che d’altronde dovrebbero farlo nel corso di tutta la carriera di un insegnante.

I concorsi, in piena pandemia, è vero, ci sono stati. Le immissioni in ruolo faticosamente procedono con clausole comunque punitive nei confronti dei docenti, concorrendo alla loro frustrazione e infantilizzazione.

Poi c’è anche chi come me (e ripeto, una tra tante, una tra le tante possibili) un concorso non è riuscita a farlo perché in gravidanza a rischio e timorosa del Covid nel febbraio 2021, un altro non lo ha passato per un singolo quesito (che poi chissà se erano tutti esatti per davvero i quiz proposti o se sarebbe stato utile impelagarsi in un ricorso che quantomeno testimoniasse a favore della mia determinazione nel voler essere insegnante) si trova ancora persa in questa ragnatela delle GPS.

Ovvero dell’essere buttata fuori da un Istituto e dalle classi nelle quali si era costruita una relazione di fiducia e una programmazione e trovarsi in un altro dove ricominciare su altre materie a metà novembre e alla fiera dell’est un topolino che mio padre comprò.

Ma è la scuola italiana del merito.

Giuliana Visco

18/11/2022 https://www.dinamopress.it

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *