LA TIGRE DI CARTA DEL NUOVO STATUTO

Razionalità e irrazionalità della spesa

È bene precisare che questo documento riprende e sviluppa contenuti non nuovi, ampiamente presenti in quello statuto dei lavori che una quindicina di anni e passa fa venne presentato da alcuni giuslavoristi che poi sono gli stessi ad avere precarizzato il lavoro riducendo gli spazi di agibilità sindacale, di libertà collettiva, gli stessi che hanno ridotto ulteriormente l’esercizio del diritto di sciopero. Se poi ripercorriamo la storia dei lavori parlamentari si vedrà quante proposte emergono fino dal 1998 (18 anni fa) sotto il nome di Statuto dei lavori e tra i più attivi sostenitori troviamo Sacconi, Tiraboschi e il fu Marco Biagi.

L’idea di quel progetto di inizio secolo era uno scambio di diritti, la classe lavoratrice avrebbe dovuto rinunciare ad alcune tutele a favore di quanti erano esclusi da ammortizzatori sociali, congedi parentali, da un contratto a tempo indeterminato contrattualizzato. In questi anni i lavoratori e le lavoratrici hanno perso potere di acquisto, nel pubblico impiego da sette anni i contratti sono fermi, gli ammortizzatori sociali sono stati ridimensionati.

Se oggi alcuni diritti sono stati acquisiti dai precari è bene ribadire che i costi sociali ricadranno interamente su pensionati e lavoratori dipendenti, nel frattempo il salari sono in continua perdita al contrario dei profitti destinati ad un numero sempre più esiguo di persone. La forbice sociale e salariale si allarga, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi hanno accumulato ingenti fortune tanto è vero che nel paese capitalista per eccellenza, gli Usa, la disparità sociale e di ricchezza sta diventando un argomento gettonato nella campagna elettorale per le presidenziali con i democratici preoccupati del divario incolmabile tra l’1% dei super ricchi e il restante 99% della popolazione.

La carta della Cgil non introduce alcuna novità sostanziale: non parla di stabilizzazione dei precari, di allargamento delle tutele per i milioni di uomini e donne ancora esclusi da quel minimo di garanzie rimasto al lavoro subordinato, di riduzione dell’orario di lavoro, di introdurre i requisiti pre-Fornero per andare in pensione secondo le vecchie regole e senza decurtazione salariale di sorta.

In Italia abbiamo 3,5 milioni di disoccupati e l’offerta di lavoro fino ad oggi più gettonata è quella dei voucher pagati a 7 euro l’ora e senza contributi, 5,5 milioni e mezzo di lavoratori autonomi molti dei quali stanno conoscendo una nuova povertà, sempre più numerosi sono i giovani costretti ad emigrare per un lavoro stabile, di tutto ciò la Carta della Cgil non si occupa. E allo stesso tempo gli ultimi contratti nazionali prevedono un adeguamento salariale non più ogni due ma ogni 4 anni e i rinnovi prevedono aumenti irrisori distribuiti in più tranche\anni.

Mentre la Cgil parla di nuovi diritti, i diritti residui si sono già persi ma soprattutto va prevalendo un diritto astratto che con gli interessi di classe non ha niente a che vedere e stiamo parlando di istruzione, sanità, lavoro stabile, un contratto nazionale senza deroghe, recupero del potere di acquisto per salari e pensioni, investimenti per la ripresa della domanda interna, ricerca e innovazioni per le quali l’Italia è agli ultimissimi posti dei paesi a capitalismo avanzato. Ammesso e non concesso che tale proposta possa trovare ascolto in parlamento, una legge di iniziativa popolare si troverebbe schiacciata dalla maggioranza padronale delle large intese come quella che ha sostenuto i decreti attuativi della Legge Madia o il Jobs Act.

Le stesse libertà sbandierate dalla proposta Cgil sono all’insegna della massima astrazione: volete alcuni esempi?

La libertà di espressione si applica solo compatibilmente con gli interessi aziendali o meglio i discrimini sono tali da potere incorrere nell’accusa di avere recato un danno di immagine per il quale scatta non solo il licenziamento ma anche la causa risarcitoria; i disabili hanno diritto a un lavoro in condizioni ragionevoli e non a prescindere, insomma troverete tanti principi compatibili con i dettami aziendali, anzi subordinati agli stessi ma non tali da determinare una nuova stagione di conquiste sociali, salariali e contrattuali.

Le libertà e le tutele diventano così una variabile dipendente dai profitti di impresa, il compenso equo e proporzionato prende il posto di un salario determinato dal contratto nazionale visto che il sistema delle deroghe viene ampiamente contemplato nella proposta Cgil. Per concludere, la proposta non va ad ampliare le tutele ma a comprimerle, non si pone obiettivi di sostanziale miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro ma privilegia gli interessi dell’impresa, non una parola viene spesa a difesa dell’articolo 18 e del suo ripristino integrale senza la revisione operata dalla Fornero, non una menzione sull’allargamento dello stesso articolo nella veste originarie alle aziende con meno di 15 dipendenti.

La Cgil si muove nell’alveo delle compatibilità capitalistiche e nell’orizzonte segnato dal testo unico sulla rappresentanza del Gennaio 2014, suona le campane a morto del contratto nazionale, non si prefigge obiettivi storici come la riduzione dell’età pensionabile e dell’orario settimanale.

A cosa serve allora questa Carta? A cancellare ogni traccia del ruolo conflittuale del sindacato.

Federico Giusti

5/3/2016 www.lacittafutura.it

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