La violenza non è ‘normale’

Foto: Unsplash/ Luca Onniboni

Con il progetto Step – Stereotipo e pregiudizio. Per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media, realizzato dall’Università della Tuscia in collaborazione con la ong Differenza Donna abbiamo analizzato 16.715 articoli sulla violenza di genere tratti da 15 testate giornalistiche italiane e pubblicati tra il 2017 e il 2019.[1]  Il primo dato che ci ha colpite è che si tratta di una narrazione senza colpevoli. In modo trasversale la stampa italiana attutisce e omette le colpe, e ripartisce le responsabilità. Come si vede dalla wordcloud nella figura 1, che rappresenta le parole più ricorrenti negli articoli analizzati in un ordine di grandezza proporzionale alla frequenza, i colpevoli sono pressoché assenti dalla narrazione.

La violenza sulle donne è rappresentata, infatti, come qualcosa che “capita”, non che è “agita” da un uomo. Se si deve cercare un colpevole, è più probabile che lo si individui in lei. Così se lui è spesso un “bravo padre di famiglia”, al limite “troppo innamorato”, “geloso”, “depresso” (tutte attenuanti linguistiche, logiche e processuali) e mai uno stupratore o un femminicida, lei non è quasi mai chiaramente una vittima. Sarà di volta in volta “ubriaca fradicia” quando viene stuprata dall’“amichetto” (figura 2), presentata come una che “trattava il marito come un cane” perché stava sempre al telefono (figura 3) o al limite si individuerà la “colpa di lei” – perché una colpa lei deve averla per forza – nell’incapacità di sottrarsi in tempo alla violenza (figura 4). 

Un altro problema emerso dall’analisi è il ricorso al virgolettato. Riportando le frasi scontate dei vicini (“era una brava persona”) come della madre del femminicida (“lei lo trascurava”), la stampa ritiene di fare il proprio mestiere in modo neutro. In realtà, il virgolettato non è né neutro né innocente perché, lasciando la definizione del crimine al difensore dell’assassino, il giornale, seppur inconsapevolmente, prende posizione. Non al fianco della vittima, ma attenuando le responsabilità del colpevole.

Fin dove questo processo possa spingersi lo vediamo con il caso eclatante di una grande testata come il Sole24Ore che, di fronte agli stupri reificanti di giovani ragazze drogate all’uopo da parte di un noto imprenditore, anziché sostenere le vittime o quantomeno, più asetticamente, riportare i fatti accaduti, li annacqua al punto da accennare solo vagamente a un’accusa di stupro, mentre le prime battute dell’articolo recitano: “Un vulcano di idee e di progetti che, per il momento, è stato spento” e proseguono con l’agiografia dello stupratore (figura 5).

Figura 1. Parole più ricorrenti negli articoli analizzati in ordine di grandezza proporzionale alla frequenza

Fonte: Progetto STEP-Università della Tuscia

Figura 2. Titoli che puntano sulla responsabilità delle vittime

Fonte: Rimini Today, 8 luglio 2020;Il Mattino, 28 novembre 2020                                              

Figura 3. Un articolo di giornale riconosce nelle colpe della vittima le ragioni della violenza

Fonte: Libero Quotidiano, 12 giugno 2017 

Figura 5. Un articolo di giornale esalta la personalità dello stupratore

Fonte: Sole24Ore, 12 novembre 2020

Le responsabilità, così come lo stupro, in queste rappresentazioni sono state rimosse. Le vittime, non pervenute. Grazie alla reazione delle giornaliste della stessa testata l’articolo è stato modificato, ma quel “framing” della situazione è proseguito su altri mezzi, in televisione ad esempio, dove si è assistito a processi sommari. Delle vittime che chissà cosa cercavano andando a quei festini, mica dello stupratore.[2]

Gli stereotipi e i pregiudizi di cui è intossicata la rappresentazione della violenza di genere sui media sono tutti qui. Più in generale, i quotidiani analizzati tendono a “comprendere” la violenza di lui contro di lei nell’ambito di una relazione privata. In un processo di normalizzazione che finisce con il legittimarla e, quindi, col riprodurla.

Come non scrivere un titolo per una storia di violenza

Se in un caso di femminicidio ho scritto che è stata “una tragedia familiare” in seguito alla quale una donna è morta, in quel titolo ho:

  • normalizzato la violenza maschile all’interno di una relazione privata;
  • omesso l’individuazione del responsabile;
  • omesso la definizione della vittima;
  • omesso la specifica che quei comportamenti sono inaccettabili, un reato grave;
  • da ultimo, ho omesso la descrizione dei fatti concreti nella concatenazione degli eventi e nei loro nessi causali.

Quindi non ho informato. Anzi, ho stravolto la realtà. Per di più, lo stigma sociale oltre che giuridico, non compare mai in queste narrazioni, se non a carico della vittima.

Come non scrivere un articolo sulla violenza

Per sintetizzare, possiamo raccogliere le cattive pratiche più diffuse nella stampa nell’elenco che segue:

  • Oscurare l’autore della violenza. Es. “Era mezzogiorno quando all’interno dell’abitazione un’accesa lite coniugale è degenerata” (Il Messaggero, 25 maggio 2019)
  • Disumanizzare l’autore della violenza. Es. “L’orco si è scagliato contro la figlia adolescente, che ha tentato di difendere la madre” (Il Mattino, 7 dicembre 2019)
  • Deresponsabilizzare l’autore della violenza descrivendolo come un soggetto deviante. Es. “Il 21enne, infatti, è tossicodipendente, condizione che è all’origine dei suoi comportamenti violenti” (Il Gazzettino, 11 aprile 2018)
  • Associare la violenza alla gelosia. Es. “Accecato dalla gelosia e dalla rabbia, il marito […] le ha fracassato la faccia sul lavandino” (Il Gazzettino, 19 febbraio 2019)
  • Mostrare empatia nei confronti del carnefice. Es. “Disperato, sconvolto dalla rabbia, ma soprattutto illuso e disilluso dai tradimenti e dalle riappacificazioni con la moglie, così il cinquantenne Javier Napoleon Pareja Gamboa ha finito per uccidere Angela Coello Reyes” (Il Corriere della Sera, 14 marzo 2019)
  • Imputare la violenza a un raptus. Es. “L’uomo che diceva di amarla, si è fatto aprire la porta di casa dalla giovane donna e, in un raptus, fuori controllo, le ha sfasciato l’abitazione” (Il Corriere Adriatico, 9 novembre 2018)
  • Raccontare la violenza come un litigio tra partner. Es. “Ha colpito la moglie con due martellate in faccia mentre dormiva, l’effetto ritardato di una lite che l’aveva lasciato alterato” (Il Corriere Adriatico, 13 luglio 2019)
  • Associare la violenza a patologie, disagi o malesseri dell’aggressore. Es. “L’ha colpita al petto con una limetta da modellismo. […] Sembra che negli ultimi tempi l’uomo fosse preda di una qualche forma di depressione. Ma non ci sono certificati, farmaci o tracce di cure mediche a comprovarlo” (La Gazzetta del Mezzogiorno, 19 agosto 2019)
  • Romanticizzare la violenza. Es. “L’ennesima brutta storia di amore molesto e possessione che vede protagonista un altro uomo denunciato dalla moglie dopo undici mesi di vessazioni” (Il Mattino, 28 dicembre 2019)
  • Inserire nel titolo particolari che non riguardano la violenza. Es. “In manette uno stalker marocchino” (L’unione sarda, 20 ottobre 2019)
  • Utilizzare espressioni che evocano la fatalità. Es. “Dramma a Vercelli: sperona la ex e le dà fuoco” (Il Giornale, 5 febbraio 2019)
  • Privare la donna della sua soggettività. Es. “Le coltellate alla moglie giovane e bella […] vengono sferrate nel cuore della notte” (Il Tirreno, 7 ottobre 2019)
  • Concentrare l’attenzione sulle motivazioni del carnefice. Es. “Ero troppo innamorato. Condanna soft a Mazzoni” (Il Corriere Adriatico, 29 maggio 2018)
  • Attribuire la violenza alla condotta della vittima. Es. “Risponde a un annuncio su un sito di incontri, conosce un uomo e a quel punto inizia l’incubo. Lei lo lascia e lui la riempie di chiamate e messaggi” (Il Corriere Adriatico, 13 aprile 2019)

Lo squilibrio di potere tra i sessi, individuato nel preambolo alla Convenzione di Istanbul quale premessa della violenza maschile contro le donne, perdura attraverso stereotipi e pregiudizi che celano le rendite di posizione degli uni a scapito delle altre, fino a stravolgere i fatti.

È in virtù di queste rendite di posizione che le responsabilità della violenza sono ripartite tra vittime e carnefici. Nella stampa ma anche nei tribunali. Esponendo le donne a vittimizzazione secondaria e terziaria.

Individuare gli stereotipi e denunciarli, significa intaccare la corazza ideologica che conferisce ai maltrattanti il privilegio dell’attenuazione (culturale prima e giuridica poi) delle responsabilità. Significa riconoscere alle donne l’ingiustizia e il danno subiti e dare avvio a un cambiamento culturale sempre più urgente.

Note

[1] Il Progetto Step (2018-2021), inserito nell’ambito dei progetti volti alla prevenzione e contrasto alla violenza alle donne anche in attuazione della Convenzione di Istanbul, finanziati dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si è proposto di indagare gli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono la donna vittima di violenza in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nella stampa. 

[2] Il riferimento è alla puntata della trasmissione televisiva “Non è l’Arena” andata in onda il 10 gennaio 2022, nel corso della quale si è dato spazio a giudizi e insinuazioni sulla condotta delle giovani donne stuprate, finalizzati a minimizzare la responsabilità dell’autore delle violenze e alludendo a una corresponsabilità di chi le aveva subite. 

Riferimenti

Flaminia Saccà, Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere, Franco Angeli, 2021

Sito web del Progetto Step

Flaminia Saccà, Rosalba Belmonte

14/6/2022 https://www.ingenere.it

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