Lavoro e potere: ricostituire la rappresentanza

Lavoro e Potere è la questione che vorrei trattare; essa riflette un modo di vedere il sistema economico così come una parte delle ricerche di Paolo Leon, in particolare in Structural Change and Growth in Capitalism (1967, Johns Hopkins). Capitale-Lavoro, Lavoro-Stato, Capitale-Stato sono le coppie che plasmano la società, mentre il potere di Capitale-Lavoro-Stato determina il contenuto sociale dello sviluppo. Sebbene nella cosiddetta globalizzazione la coppia più compromessa sia stata Capitale-Stato, ovvero l’arretramento dello Stato come agente economico rispetto al capitale sembra essere la cartina di tornasole dell’assetto economico neoclassico, la relazione Capitale-Lavoro è cambiata non appena lo Stato ha riscritto il pavimento dei diritti del lavoro (ri)declinando i cosiddetti diritti di seconda generazione (N. Bobbio, 1997, L’età dei diritti, ed. Einaudi, Torino). L’esito finale è quello di una polarizzazione del potere economico e sociale tra Lavoro e Capitale a favore di quest’ultimo. 

La comprensione del fenomeno potrebbe essere osservata attraverso degli indicatori che indirettamente “certificano-misurano” il potere e la capacità di condizionamento.

Oltre alla riduzione del reddito da lavoro per tutti i Paesi considerati, sembra anche essersi ridotto il reddito contrattabile da parte del sindacato, nonostante siano cresciuti i contratti collettivi registrati presso il CNEL. Un fenomeno abbastanza inusuale. La crescita dei contratti collettivi è imponente, ma non sembra essere dettata dalla necessità di intercettare le diverse declinazioni della riproduzione del capitale. Proprio la riduzione del reddito da lavoro rispetto al PIL sembra aver esacerbato una sorta di concorrenza contrattuale.

Le politiche pubbliche tese a rimuovere i vincoli relativi al mercato del lavoro hanno sostanzialmente determinato un nuovo (basso) pavimento sociale entro cui Capitale e Lavoro dovevano adeguarsi, esacerbando la concorrenza contrattuale. Solo abbassando il pavimento dei diritti collettivi come precedentemente sottolineato (N. Bobbio), i contratti “pirata”, sebbene la definizione sia infelice, hanno trovato una loro legittimità.

Rimane la difficoltà della contrattazione nel rappresentare settori economici omogenei e numericamente significati in termini di occupazione e valore aggiunto. Inoltre, i contratti di lavoro step by step sono diventati sempre più estranei alla contabilità economica del Paese. Più precisamente, i contratti di lavoro non sono legati in nessun modo ai codici alfanumerici NACE (Nota 1) e/o ATECO (Nota 2).

Sostanzialmente la contrattazione sembra avulsa o non integrata all’economia reale, almeno alla contabilità economica. La crescita del numero dei contratti ha eroso “l’economia di scala della rappresentanza” e, quindi, del lavoro in generale. L’effetto economico e sociale non è solo quello di una contrazione del reddito da lavoro, ma anche la perdita del controllo della catena del valore; un presupposto fondamentale del controllo del capitale da parte del Lavoro.

Il primo indicatore è relativo alla quota di reddito da lavoro rispetto al PIL. Tra il 1995 e il 2018 il reddito da lavoro (elaborazione su dati oecd.stat) osserva una flessione che in qualche misura riflette il (minore) potere del lavoro rispetto al capitale. Il reddito da lavoro in rapporto al PIL diminuisce almeno fino al 2008, per poi stabilizzarsi. In effetti, oltre un certo livello il reddito da lavoro è incomprimibile se non pregiudicando financo un pezzo della domanda interna, che non è l’obbiettivo principale del modello neoclassico. L’Italia sembra avere un andamento peggiore, ma servirebbe una ulteriore riflessione sul punto. Infatti la contabilità economica non rispecchia sempre la realtà economica (R. Artoni, 2021, L’abc delle imposte sui redditi in Italia, sbilanciamoci.info).

Oltre alla riduzione del reddito da lavoro per tutti i Paesi considerati, sembra anche essersi ridotto il reddito contrattabile da parte del sindacato, nonostante siano cresciuti i contratti collettivi registrati presso il CNEL. Un fenomeno abbastanza inusuale. La crescita dei contratti collettivi è imponente, ma non sembra essere dettata dalla necessità di intercettare le diverse declinazioni della riproduzione del capitale. Proprio la riduzione del reddito da lavoro rispetto al PIL sembra aver esacerbato una sorta di concorrenza contrattuale. Le politiche pubbliche tese a rimuovere i vincoli relativi al mercato del lavoro hanno, sostanzialmente, determinato un nuovo (basso) pavimento sociale entro cui Capitale e Lavoro dovevano adeguarsi, esacerbando la concorrenza contrattuale. Solo abbassando il pavimento dei diritti collettivi come precedentemente sottolineato (N. Bobbio), i contratti “pirata”, sebbene la definizione sia infelice, hanno trovato una loro legittimità. Rimane la difficoltà della contrattazione nel rappresentare settori economici omogenei e numericamente significati in termini di occupazione e valore aggiunto. Inoltre, i contratti di lavoro step by step sono diventati sempre più estranei alla contabilità economica del Paese. Più precisamente, i contratti di lavoro non sono legati in nessun modo ai codici alfanumerici NACE (Nota 1) e/o ATECO (Nota 2). Sostanzialmente la contrattazione sembra avulsa o non integrata all’economia reale e/o almeno alla contabilità economica. La crescita del numero dei contratti ha eroso l’economia di scala della rappresentanza e, quindi, del lavoro in generale. L’effetto economo e sociale non è solo quello di una contrazione del reddito da lavoro, ma anche la perdita del controllo della catena del valore; un presupposto fondamentale del controllo del capitale da parte del Lavoro. 

L’effetto combinato di riduzione dei redditi da lavoro sul PIL e aumento del numero dei contratti, almeno in Italia, è quello di una polarizzazione di potere e reddito nel mercato.

L’indice Gini è un indicatore statistico utilizzato per osservare la concentrazione del reddito: tanto più è alto (zero-uno), tanto più il reddito (potere) è concentrato. L’Italia osserva una crescita dell’indice Gini prima delle tasse tra i più alti dei Paesi considerati, stabilizzandosi su valori molto alti dopo le cosiddette “riforme del mercato del lavoro”. Ciò richiama la necessità di riforme di struttura nel mercato come suggerito da A. B. Atkinson (Disuguaglianza, 2015, RaffaelloCortinaEditore). Infatti, sebbene lo Stato possa fare molto, lo Stato può al massimo corregge a margine la polarizzazione di potere e reddito realizzato nel mercato. Le tasse, per intenderci, sono applicate al reddito dichiarato, ovvero dopo che il mercato si è incaricato di consolidare i rapporti di potere e reddito.

Lo stato dell’arte di Potere e Lavoro è considerato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)? Il tema non è mai trattato esplicitamente e purtroppo è declinato in politiche dell’offerta e/o adeguamento degli skills formativi, quasi che questi skills avessero il “potere” di condizionare il reddito da lavoro rispetto al PIL.

Il grafico radar di cui sotto (M. Noera e R. Romano, La scatola nera del PNRR, Oltre il Capitale, n°6, 2021) dà conto degli effetti economici del PNRR. Inoltre, il PNRR mostra chiaramente che le risorse finanziarie destinate alla struttura economica hanno effetti contenuti dal lato del lavoro, al netto di turismo e riqualificazione energetica, e migliori quando trattano le infrastrutture sociali. Senza apparire blasfemo, questa impostazione ha fatto emergere una antica lettura di A. Minsky: Ending Poverty: Jobs, Not Welfare. Ho la netta impressione che quel libro fosse un monito e non solo un appassionato scritto a favore del lavoro. Servirebbero riforme di struttura e/o un riformismo rivoluzionario (R. Lombardi), ma queste narrazioni sono figlie del loro tempo, cioè sono Storia e non sono neppure insegnate.

Prima di descrivere l’ipotesi ( o proposta) di lavoro rispetto a Potere e Lavoro, vorrei raccogliere alcune delle idee di A. B. Atkinson. Uno dei principali insegnamenti di Atkinson è legato alle diseguaglianze e alla necessità di modificare gli assetti di potere proprio nel mercato. In particolare, mi riferisco alla proposta 2 del suo ultimo libro (p. 241): “La politica pubblica deve mirare a un equilibrio appropriato di poteri fra gli stakeholder, e a questo fine deve (a) introdurre una dimensione distributiva esplicita nelle regole di concorrenza, (b) garantire un quadro giuridico di riferimento che consenta ai sindacati di rappresentare i lavoratori a pari diritti…”. Partendo da queste considerazioni ho provato a immaginare una riforma di struttura che possa modificare il Potere nel mercato. 

La prima e se volete banale considerazione è legata alla distanza tra i contratti nazionali di lavoro e la contabilità economica. Possiamo discutere se la contabilità economica sia o meno lo specchio fedele dell’economia, ma sarebbe il caso che tutte le istituzioni del capitale facessero comunque riferimento a questa contabilità. Infatti, i contratti nazionali di categoria spesso “contrattano” il salario attraversando i settori economici e spesso dispersi su più lettere NACE. Ciò rende complicata l’analisi socioeconomica del Paese. Una riforma dei contratti nazionali tesa a piegare questi ultimi alla contabilità nazionale al primo e/o secondo numero dei codici NACE, permetterebbe (1) di ridurre il numero dei contratti nazionali, (2) di rendere coerenti i contratti con il sistema economico, (3) di ripristinare un minimo di economia di scala della rappresentanza (sia dal lato del capitale e sia dal lato del lavoro) e (4) di ricostruire un pezzo delle catene del valore.

Ovviamente sarebbe un percorso da realizzare con tutti gli attori economici (Stato-Capitale-Lavoro), ma il recupero delle economie di scala della rappresentanza permetterebbe di adempiere a uno dei suggerimenti di Atkinson.

Rispetto al disegno sociopolitico appena delineato ci sono delle avvertenze da ricordare e in particolare rispetto all’art. 39 della Costituzione. Sullo sfondo abbiamo il Testo Unico che incorpora tre testi antecedenti: l’accordo interconfederale del 28-11-2011; il protocollo d’intesa sulla rappresentanza del 31-5-2013; l’accordo interconfederale sulle elezioni e funzionamento delle RSU del 20-12-1993. Personalmente non credo che la riscrittura della geografia contrattuale possa intaccare il paracadute degli accordi interconfederali, ma il tema della rappresentanza rimane delicato e necessita di un aiuto non banale dei giuslavoristi.

NOTE:

1 La classificazione statistica delle attività economiche nella Comunità europea o codice NACE è un sistema di classificazione generale utilizzato per sistematizzare ed uniformare le definizioni delle attività economico/industriali nei diversi Stati membri dell’Unione europea.

2 È la traduzione italiana della nomenclatura delle Attività economiche (Nace) creata dall’Eurostat, adattata dall’Istat alle caratteristiche specifiche del sistema economico italiano.

3 La «libertà sindacale» sancita dall’art. 39 rappresenta una garanzia costituzionale sia per le organizzazioni sindacali – libere di costituirsi e di svolgere le loro attività di tutela degli interessi dei lavoratori – che per i lavoratori (a loro volta liberi di aderire alle organizzazioni esistenti oppure di formarne di nuove o ancora di non iscriversi ad alcuna associazione).

Roberto Romano

19/7/2021 https://sbilanciamoci.info

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