L’imperialismo americano tra realtà e “narrazione”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima monografia di Limes dedicata agli Stati Uniti (America contro tutti) è a mio avviso molto interessante soprattutto perché cerca di fare piazza pulita dei tanti luoghi comuni che negli ultimi anni si sono addensati intorno alla cosiddetta America di Trump, in particolare, e più in generale intorno al presente e al prossimo futuro degli Stati Uniti, considerati da molti analisti geopolitici e da molti politici di tutto il mondo come una Potenza mondiale ormai condannata a un declino sistemico pressoché inarrestabile e inevitabile. Come si dice in questi casi, le cose sono più complesse di come appaiono alla luce delle “narrazioni” messe in campo non solo dai nemici degli Stati Uniti, ma dagli stessi politici americani, sempre pronti a cavalcare “lo spirito del tempo” soprattutto in chiave elettoralistica. E in quel Paese “lo spirito del tempo” ormai dal 2008 parla il linguaggio “isolazionista”.

La “narrazione” spesso, anzi quasi sempre, è più forte della realtà, e sicuramente la prima è agli occhi della mitica “opinione pubblica” molto più suggestiva della seconda; ed esattamente sulla scorta di questo “disdicevole” dato di fatto che i politici, soprattutto quelli basati in Occidente, fin troppo frequentemente prendono decisioni del tutto sbagliate, soprattutto sul terreno della politica estera: è un po’ questa la “filosofia” che ispira America contro tutti – Limes, 12/2019.

Scrive Dario Fabbri: «Per capire il momento della superpotenza occorre trascurare la retorica nazionalista di Trump. Gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo. E i rischi, domestici ed esterni, che tale aggressività comporta».

A mio avviso la fase «compiutamente imperiale» della Potenza americana cade interamente all’interno del concetto “classico” di imperialismo, non è che l’imperialismo americano come si manifesta nel XXI secolo. Probabilmente il termine Impero (imperiale) in certe orecchie suona meglio, politicamente parlando, rispetto a quello di Imperialismo, più connotato del primo anche dal punto di vista ideologico. Ma non è qui il luogo per approfondire l’importante questione. Riprendiamo dunque la citazione: «L’America è imperiale, inquieta, contro tutti. L’inaggirabile cogenza della condizione egemonica, unita alla fatica percepita dalla cittadinanza, l’ha resa tanto universalistica quanto aggressiva nei confronti di clientes e nemici. Anziché regredire allo stato di nazione promesso da Trump, negli ultimi tre anni ha puntellato il proprio ruolo, cresciuto in freddezza, esposizione globale, solipsismo. A dispetto di una vulgata che la vuole in ritirata, ha aumentato il contingente militare dispiegato in ogni continente, l’attività di compratore sistemico, il numero di immigrati che accoglie sul proprio territorio. Ha continuato ad accollare agli altri il suo benessere attraverso il mostruoso debito pubblico, a usare carsicamente la retorica umanitaria per occultare la politica estera, a controllare le rotte marittime del pianeta. Per fissità dell’architettura imperiale, nata spontaneamente, impossibile da estinguere col solo arbitrio. Contro la volontà della popolazione che, provata dal mantenimento della primazia, vorrebbe tornare nazione. Stretta tra l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino e la voglia di distacco, in questa fase la superpotenza considera il caos uno strumento della sua azione, almeno finché non ne lambisce gli interessi strategici. Promuove il non interventismo che ne riduce la fatica, pretende che i satelliti spendano di più per accedere al suo sistema. Finendo per considerare ogni interlocutore come un nemico. Per cui risulta simultaneamente in lotta con Cina e Russia, Germania e Giappone, Turchia e Iran, Gran Bretagna e Australia, Canada e Corea del Sud, Venezuela e Messico, perfino Italia. Attraverso il contenimento, le azioni dimostrative, i dazi, le sanzioni».

Secondo Fabbri (*) l’America di Trump è «la medesima che aveva promesso Obama, sebbene con una narrazione molto diversa da quella trumpiana. Partendo da questo punto abbiamo provato ad indagare lo stato di salute dell’impero. Sintetizzando e semplificando, ci troviamo di fronte a una classica fatica imperiale di un Paese che si trova a essere in una certa fase storica superpotenza contro la propria volontà, inevitabilmente, e che vive con fastidio crescente il proprio ruolo di gendarme del mondo. Bisogna partire dal presupposto che solo rarissimamente un singolo uomo è in grado di mutare la traiettoria di un Paese, e questo vale anche per Trump.

Non dobbiamo dimenticare che esistono quelle strutture che Franco chiama lo Stato profondo, che non è nient’altro che gli apparati dello Stato federale, cioè vari ministeri che gestiscono l’impero nella sua dimensione globale. Trump può sempre dire che sono i cattivoni dello Stato profondo che non rispettano la volontà popolare, che contraddicono lo spirito del tempo che vuole che gli americani presenti ai quattro angoli del pianeta ritornino tutti a casa. Come diceva Lucio Caracciolo poco fa, ciò che sostenevano Trump e Obama durante la campagna presidenziale del 2016 conta pochissimo, appunto perché il singolo soggetto non ha le capacità di cambiare la traiettoria di una collettività». In un post del 2016 (Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”) ho messo in luce i non pochi punti di continuità tra la politica estera praticata dal Nobel per la Pace (della serie: quando la fantasia fa impallidire l’immaginazione!) Obama e quella annunciata dal rissoso Trump.

Riprendo la citazione: «In questi ultimi tre anni leggendo i media si ha avuta l’impressione che la politica estera ed economica degli Stati Uniti sia cambiata di 360 gradi; l’impressione cioè che siano diventati essenzialmente chiusi, isolazionisti, nazionalisti, serrati nei confronti dell’immigrazione, protezionisti, dediti al disimpegno e al ritiro in tutti i quadranti del pianeta. C’è qualcosa che non torna in questa narrazione. Perché gli Stati Uniti sono così arrabbiati, se stanno ottenendo esattamente quello che Trump diceva e dice di volere, ossia tornarsene a casa e costringere gli altri Paesi a pagare di più l’accesso al loro sistema? Bisogna distinguere tra realtà e narrazione. Obama e Trump hanno promesso agli americani di tornarsene a casa, di chiudersi e di far pagare agli altri sia il fardello militare quanto quello commerciale perché questo gli americani volevano sentirsi dire, niente di più niente di meno. Ma indagando scopriamo che lo smantellamento dell’impero globale non c’è stato, che in questi anni l’impero americano si è confermato nella sua interezza e che anzi ha esteso la sua presenza nel globo, invece di tornarsene a casa. Gli Stati Uniti sono meno protezionisti di tre anni fa, così come sono meno chiusi verso l’esterno, verso l’immigrazione rispetto a tre anni fa. Tutti i dati confermano questa analisi. Se dovessimo spiegare in breve il perché di tutto questo, diremmo con una formula che dall’impero non ci si può dimettere. Dimettersi da impero diventa impossibile nel momento in cui lo si è; se gli americani decidessero di ritirarsi in convento gli altri li verrebbero a cercare, come accadrebbe al grande fuorilegge che decidesse di passare ad una vita puramente legale dopo aver sparso tanta violenza nella sua carriera. Nessun impero può abbandonare la traiettoria che ha più o meno volontariamente intrapreso. Non c’è verso, e le ragioni concrete di questa impossibilità sono legate all’atteggiamento sentimentale degli americani, anche di quelli che propendono per un ritorno a casa, per un abbandono degli interessi globali: essi non vorrebbero mai abbandonare lo status di numero uno del pianeta, per usare un’espressione molto americana».

Gli Stati Uniti sono condannati a essere una superpotenza; essi sono un impero globale loro malgrado: questa tesi può avere un qualche senso solo a patto che la si illumini con il concetto di interesse: per perseguire i suoi interessi sistemici (economici, finanziari, tecno-scientifici, militari, ideologici, ecc.) l’imperialismo americano è ovviamente “costretto” a difendere, consolidare ed espandere con tutti i mezzi necessari le sue posizioni conquistate nell’arco di oltre un secolo. Non solo non ci si può dimettere dal potere mondiale, ma soprattutto non si ha alcun interesse a farlo. Il limite fondamentale del pensiero geopolitico è quello di non prendere in considerazione il concetto e la realtà del dominio di classe, il concetto e la realtà del rapporto sociale capitalistico, e quindi esso ragiona sempre in termini di nazioni considerate come soggetti socialmente e politicamente omogenei al loro interno. Il punto di vista geopolitico non vede classi sociali e interessi di classe, ma Nazioni, Stati e Popoli, tutti concetti che occultano la natura classista delle Nazioni, degli Stati e dei Popoli. Chi decide la politica estera di un Paese è la classe dominante di quel Paese, oppure la sua frazione che contingentemente si impone sulle altre orientando, con le buone o con le cattive (o con un mix di entrambe), le scelte dello Stato. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitario.

Anche per Colin Dueck Redazione Limes«La politica estera dell’istrionico inquilino della Casa Bianca è meno originale di quanto sembri. The Donald è un attore razionale. Il modo in cui l’amministrazione Trump pensa il mondo non può che essere di notevole interesse per gli osservatori stranieri. Per comprenderlo è prima fondamentale chiarire i ruoli e le prospettive dei numerosi attori coinvolti a Washington nella gestione dei dossier internazionali. Le decisioni prese da Donald Trump non sono casuali, per quanto a molti possa sembrare così. Derivano, almeno parzialmente, da specifiche interpretazioni elaborate nel corso dei decenni. Il fatto che il presidente diffonda le proprie posizioni soprattutto tramite interviste in radio – e non in contesti convenzionali come i paludati think tank washingtoniani – viene interpretato dagli analisti più dogmatici come la prova che il presidente non abbia alcuna visione del mondo. Formidabile errore».

Ultimamente la visione del mondo del Presidente americano sembra essersi allargata fino a contemplare lo spazio: «Il presidente Donald Trump ha firmato la legge che istituisce le forze spaziali, sesta branca delle forze armate statunitensi accanto ad esercito (Army), marina (Navy), aeronautica (Air Force), Marine e Guardia Costiera. Annunciata nel 2018, la nuova armata spaziale americana è da considerarsi ufficialmente istituita con la firma da parte del presidente del budget militare annuale da 738 miliardi di dollari. “La nostra resilienza basata sulle capacità spaziali è cresciuta enormemente ed oggi lo spazio è diventato un campo di battaglia per il suo dominio”, ha osservato il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper. “Mantenere il predominio americano nello spazio è ora la missione delle forze spaziali degli Stati Uniti”, ha aggiunto» (La Repubblica). Imperialismo spaziale! Le annunciate missioni esplorative sulla Luna e su Marte si collocano in questo scenario di sfida totale.

Federico Petronisi si è occupato «della dimensione militare dell’impero americano»: «Se avete dei dubbi se per caso l’America sia o no un impero, andate a vedere il suo schieramento militare all’estero e scoprirete che esattamente come nella dimensione finanziaria non è mai esistito un debito così alto, una potenza così indebitata, nella storia non è mai esistito un impero mondiale così esteso dal punto di vista militare, non è mai esistita una Rete di basi militari così estesa. Le installazioni militari all’estero – almeno ottocento, forse molte più – sono l’impronta della postura imperiale. La scelta di impiantarsi nel mondo deriva dalle lezioni della seconda guerra mondiale. Il contenimento dell’Eurasia è la priorità. Ma chi comanda davvero? […] Compongono una rete immensa e innumerata, ai quattro angoli del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalle sabbie arabiche ai ghiacci groenlandesi, dai verdi colli di Baviera e Palatinato al ceruleo atollo di Wake. Sono indeterminate come indeterminato è il limite geografico del primato a stelle e strisce – coincidente con il mondo stesso, in attesa del cosmo. Ripropongono il mito della frontiera, catapultata in Eurasia dopo aver soggiogato Nordamerica e Oceano Pacifico. […] Soprattutto, le basi sono l’espressione più manifesta della natura imperiale del primato degli Stati Uniti. Sottrarre terreni alla sovranità altrui, stanziare militari in paesi stranieri, controllare proprietà o averle nella propria disponibilità mette a nudo lo squilibrio dei rapporti di forza tra Numero Uno e resto del mondo. Investe la sfera del comando, essenza stessa dell’impero. […] Infine, le basi investono le funzioni più salienti del mantenimento del primato statunitense: contenimento e deterrenza dei nemici, sedazione dei potenziali avversari, rassicurazione dei soci, intervento rapido in caso di crisi, controllo degli stretti e dei mari, creazione di una rete di comunicazione planetaria».

Per Petroni non è possibile fare un esatto conteggio delle basi e delle istallazioni militari americane all’estero per tre motivi: il primo motivo ha un’ovvia natura strategica, in quanto la profonda ambiguità circa il numero e la dislocazione geografica delle basi militari americane serve a non dare troppe informazioni ai nemici, i quali se «sapessero dove e come sono presenti gli americani nel mondo si difenderebbero meglio e attaccherebbe meglio la potenza americana in caso di guerra». Il secondo motivo chiama in causa quei Paesi che ospitano le basi o un qualche tipo di istallazione militare statunitense ma che cercano di occultare o comunque minimizzare la cosa agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, magari avvezza alla demagogica propaganda antiamericana: è il classico caso dell’Arabia Saudita – non a caso la patria di Bin Laden. C’è poi da considerare la riluttanza che una parte non piccola degli americani coltiva nei confronti della «proiezione imperiale» del loro Paese, che se da una parte titilla l’orgoglio nazionale, dall’altra è vissuta da molti cittadini statunitensi come una permanente fonte di problemi e di costi. «L’impero comporta un fardello che non tutti gli americani sono disposti a sopportare».

La mappa che vien fuori dalla presenza militare statunitense nel mondo(*) «rappresenta plasticamente la strategia geopolitica degli Stati Uniti. Collegando le principali installazioni militari ci siamo resi conto che queste formavano effettivamente uno strumento assai utile per capire che cosa ci stanno a fare gli Stati Uniti nel mondo; la loro strategia è immutata dalla seconda guerra mondiale, e prevede di impedire che in Eurasia sorga un rivale o una coalizione di rivali che posso mettere a repentaglio l’egemonia mondiale americana. Pensateci bene: Seconda guerra mondiale, sfida a nipponici e tedeschi; Guerra Fredda, impedire ai sovietici di conquistare la Germania e l’Europa occidentale; la fase attuale prevede proprio di impedire a Cina, Russia e in misura minore anche all’Iran di costruirsi delle sfere di influenza dalle quali escludere l’America, sottraendole così il controllo dei mari che è la dimensione più pura del potere globale americano – anche perché il novanta per cento delle merci che acquistiamo e ci scambiamo viaggiano sul mare. Questa linea, dicevo, illustra plasticamente la strategia degli Stati Uniti perché ci fa vedere dove l’America si difende in posizione avanzata per contenere i propri rivali. La sua presenza militare in Europa serve sia a mantenere in una condizione imbelle la Germania, che è l’ossessione strategica degli Stati Uniti da un secolo a questa parte, e l’Europa tutta; sia, ovviamente, a impedire una per quanto improbabile avanzata russa e a tenere la pressione sulla Russia». Discorso analogo vale per la loro presenza in Medioriente, con l’Iran che recita il ruolo di nemico strategico principale da tenere sotto costante assedio. Alla Cina «bisogna tassativamente impedirle di uscire dai propri asfittici confini nazionali, e che la stessa Cina percepisce come opprimenti, e infatti essa sta lavorando per costruirsi una sfera di influenza a partire dal Mar Cinese Meridionale per andare molto oltre».

La conclusione: «Quindi vedete subito che gli Stati Uniti non si stanno affatto ritirando, perché da settant’anni a questa parte, anzi più di settanta o ottant’anni a questa parte, la loro sicurezza non si gioca più nel Golfo del Messico, sulle coste atlantiche o sulle coste del Pacifico ma si gioca a casa degli altri, e questo destino non se lo sono assegnato loro stessi, sarebbero rimasti volentieri dentro i loro confini nazionali». Qui vale il commento fatto sopra: non si tratta affatto del destino, o della mera oggettività dei processi storici: si tratta soprattutto di giganteschi interessi, si tratta del potere sistemico della classe dominante statunitense.

Sebastiano Isaia

19/2/2020 sebastianoisaia.wordpress.com


(*) Qui cito dalla presentazione della rivista di Limes che ha avuto luogo a Roma il 20 gennaio scorso e che è scaricabile da Radio radicale.
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