Per i diritti e il lavoro ci vuole coraggio

Il testo Cambiare (il) lavoro. Indagine tra necessità e desideri è stato pubblicato da Qanat nel 2016 e costituisce il secondo volume della collana Femminileoltre di Palermo, fondata da Roberta Di Bella e Romina Pistone, curatrici del libro. Romina Pistone è anche autrice dell’introduzione, nella quale descrive la struttura del volume e le prospettive adottate per analizzare un tema così vasto, cruciale e a volte inflazionato come quello del lavoro, oggi. Che cosa differenzia, infatti, questo testo rispetto ai molti contributi in circolazione? Cosa lo rende interessante agli occhi di chi si trova nell’occhio del ciclone dei mutamenti e delle regressioni in termini di diritti, che caratterizzano il mondo del lavoro contemporaneo?

In primo luogo, non si può non rimanere quanto meno incuriosite dalla ricchezza di sguardi che il volume propone: si tratta infatti del succedersi di interviste e saggi di varie lunghezze, con impostazioni critiche che nella loro differenza trovano un’evidente armonia. Essa è probabilmente dettata dalla chiarezza di intenti alla base dell’edizione del volume: fornire un’analisi del lavoro, correlata da dati, inserita in un contesto territoriale preciso (il Sud e la Sicilia) in particolare in alcuni contributi, a partire da un’impostazione femminista. Da notare che ad ogni racconto di un’esperienza diretta, ad ogni tabella di dati, corrisponde un’analisi più ampia, ne è un esempio la definizione di potere che ci offre Francesca Artista, nel suo racconto della sua esperienza come segretaria regionale della FISAC CGIL, che lo identifica con l’azione generativa, o il lungo contributo di Graziella Priulla, che spazia dall’immaginario mediatico alla strumentalizzazione della maternità, offrendoci un piccolo vademecum delle discriminazioni di genere nel nostro tempo.

Considerata questa varietà e ricchezza di punti di vista, risulta necessario individuare delle parole chiave per toccare alcuni punti focali del testo. La prima è sindacalismo. Il volume entra nel vivo con le interviste a tre sindacaliste, incipit significativo, se consideriamo la diffusa e disarticolata percezione che i sindacati non tengano il passo della precarizzazione nel mondo del lavoro. Anche questa sezione, però, come il libro tutto, non scivola in un dibattito consueto e sterile: nell’introduzione alle interviste di Federica Giardini è la definizione stessa di sindacalismo che viene rimessa in gioco, garantendo alla lettrice/lettore di trovarsi in uno spazio di analisi, oltre la mesta rappresentazione dei ruoli dei sindacati data dai mass media: “il sindacalismo è posizione difensiva contro la perdita dei diritti o apertura alla cura dell’esperienza lavorativa?”.

La capacità del volume di toccare nodi cruciali affrontandoli da un punto di vista scientifico e femminista si evince anche rispetto al tema del lavoro retribuito che attraversa in modo trasversale molti dei contributi e delle interviste che compongono il testo. Ciò che emerge è la capacità delle analisi di rispettare la problematicità del tema senza dovere adottare una posizione politica semplificata, che risolva in un senso o in un altro: l’etimologia del termine retribuzione rimanda al suo essere restituzione e quindi scambio, fondamentale, ma come ci ricorda sempre Federica Castelli il femminismo ha individuato fin dalle sue origini che ci sono “relazioni e scambi impagabili e che produttività e consumo sono aspetti parziali del soddisfacimento dei bisogni materiali e immateriali”.

Le origini dell’analisi femminista sulla retribuzione non possono che rimandare alla centralità del tema della cura e del lavoro domestico, la cui trattazione è di nuovo trasversale all’interno del testo. Sabrina Garofalo nel suo articolo se ne occupa specificatamente, utilizzando una cifra apprezzatissima che caratterizza tutto il libro, vale a dire il ricorso alla narrazione orale delle lavoratrici, attuazione del partire da sé femminista. Interessante anche l’utilizzo dell’espressione “catena di cura” e “catena del badantato”, che spesso torna anche negli studi anglosassoni sul tema.

La cura è anche la ragione parzialmente apparente della scelta di molte donne tra i 30 e i 40 anni di abbandonare il mercato del lavoro, frustrate dalla sua precarietà e povertà. Le ha intervistate Annalisa Tonnarelli, capace di una lettura che non dimentica la volontà di queste “nuove casalinghe” di sottrarsi a meccanismi di colpevolizzazione e indebolimento identitario, generati da un’inadeguatezza del mercato del lavoro stesso. Tonnarelli però ci fa anche riflettere su come nelle parole di queste donne il rimando alla maternità come impegno fisso sveli il loro desiderio di un investimento creativo senza scadenze: la mamma si fa a tempo indeterminato.

Poi, la parola capitalismo, analizzata nel contributo di Antonella Elia Castronovo e Marco Pirrone. L’articolo ha come obbiettivo l’analisi delle correlazioni tra capitalismo globale e questioni di genere, nonché uno studio del lavoro femminile nel Mezzogiorno e in Sicilia, approfondito e rivelatorio. Il testo dichiara da subito l’interconnessione tra stratificazione sociale e discriminazioni di genere, evidente nel peso maggiore di queste ultime nelle classe sociali più basse. Importante nell’impostazione del contributo è la capacità di tenere insieme la centralità del lavoro femminile senza dimenticare come esso sia inserito all’interno di un sistema economico e di potere globale, il capitalismo, che sfrutta sessismo e razzismo ai fini della razionalizzazione della produttività e quindi del profitto.

Impossibile restituire la ricchezza di ogni sezione e dell’intero lavoro. Per concludere conviene forse ritornare alla premessa della nostra femminista storica (in senso multiplo, in quanto ricercatrice di Storia all’Università di Catania) Emma Baeri Parisi, che sottolinea a più riprese la necessità del coraggio per continuare politiche femministe in grado di conquiste e di consolidamenti dei diritti delle donne. La stessa parola “coraggio” tornerà nell’intervista a Delia Altavilla, responsabile del coordinamento donne CISL Sicilia, che la cita per denunciarne la mancanza nelle nuove generazioni. Come scrive Romina Pistone alla fine della sua introduzione, l’obbiettivo del volume è anche quello di suscitare nuove domande. Forse sarebbe utile iniziare a chiederci se ci vuole un coraggio maggiore a ribellarsi allo stato di cose o a “montare insieme pezzi di vita disarticolati, una fatica che spesso si traduce in auto-moderazione dei desideri e in una misura esistenziale col fiato corto”.

Roberta Di Bella, Romina Pistone (eds), Cambiare (il) lavoro. Indagine tra necessità e desideri, Palermo, Qanat Edizioni, 2016, pp. 387, euro 18,00.

Laura Marzi

13/2/2017 www.societadelleletterate.it

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