Proviamo a salvare l’Europa?

SIMBOLO ELEZIONI EUROPEE19

Alla vigilia delle elezioni del 26 maggio che andranno a determinare la composizione del prossimo Parlamento Europeo, l’Europa si scopre tremendamente fragile, sospesa ad un equilibrio sottilissimo tra tentativi di continuità e spinte disgregatrici.

Il progetto di integrazione europea ha purtroppo dimostrato in questi anni un respiro assai corto tradotto in grandi limiti: alcuni riguardanti l’assetto costituzionale, i Trattati, altri invece figli di scelte politiche condotte da una maggioranza larga, ma con responsabilità ben definite.

Per cambiare l’Europa, per salvare l’Europa, occorre innanzitutto prendere atto di limiti ed errori ed avere allo stesso tempo il coraggio di sovrapporre a questi uno sguardo ed una prospettiva ampia, un nuovo e rinnovato sogno.

Partire ad esempio dalla necessità concreta di riformare profondamente e riscrivere i Trattati e farlo non con un accordo tra governi, che appaiono oggi incapaci di pensare al domani, ma con un largo processo costituente.

Cosa cambiare quindi?

Una nuova Europa deve innanzitutto accorciare quello scarto di democrazia che oggi lo caratterizza. In un mondo in cui gli attori del capitalismo globale hanno tutti i margini e le libertà di scorrazzare, determinare o trovare i giusti margini nelle scelte politiche, chi pensa di recuperare sovranità guardando solo al suo cortile nazionale è profondamente stupido e ingenuo oppure (con maggiore probabilità) mente ed esercita una propaganda vergognosa e falsa. Una sovranità popolare è impossibile da ritrovare guardando indietro, ma va inevitabilmente costruita guardando avanti e per provare ad essere effettiva ed efficace va determinata e realizzata a livello europeo. Non è solo una questione di principio, astratta, quella che reclama più poteri al Parlamento Europeo e meno freni intergovernativi, ma ha elementi molto concreti. Un esempio? Non è necessario immaginare isole lontane per trovare un paradiso fiscale, diversi Paesi della UE di fatto lo sono; il dumping fiscale che consente alle grandi multinazionali di pagare meno tasse rispetto a lavoratori ed imprese gode oggi di una sostanziale impunità legislativa. Impossibile per definizione pensare di risolvere il problema a livello nazionale, altrettanto impossibile pensare di convincere quei governi che oggi traggono vantaggio da queste pratiche a cambiare linea e comportamenti. Il Parlamento Europeo ha votato (in quest’ultima ed in passate legislature) diversi provvedimenti di coordinamento delle politiche fiscali, penso alla base imponibile comune per la tassazione di impresa o l’obbligo di rendicontazione Paese per Paese, ma tutte queste misure sono puntualmente e ostinatamente bloccate dai governi in Consiglio. È giusto un piccolo (grande) esempio di come la definizione di una reale sovranità europea è presupposto essenziale per arrivare ad un bene comune, ma tanti altri se ne potrebbero fare rispetto alla costruzione di politiche sociali e ambientali minimamente ambiziose o di una vera politica europea sulle migrazioni (si pensi alla riforma del Trattato di Dublino!).

Elemento centrale e profondamente connesso alla questione democratica è poi la definizione di una nuova cittadinanza europea. Quello che è stato un elemento di progresso irrinunciabile, una cittadinanza fondata sulla libertà di circolazione, non basta più e sembra oggi tremendamente incompleta e fragile. Senza la formalizzazione costituzionale di diritti sociali e la definizione politica di strumenti effettivi di protezione e di garanzia, non solo la cittadinanza rimarrà incompiuta ed in balia delle crescenti disuguaglianze, ma la stessa libertà di circolazione diventa strumento di dumping sociale o persino diritto facilmente derogabile. Basti ad esempio pensare ai numerosi casi di cittadini comunitari (tra cui moltissimi italiani) espulsi da Paesi europei perché considerati un peso per il welfare nazionale. Ovviamente perché questo avvenga non bastano le dichiarazioni di principio o le misure cosmetiche, ma serve la coraggiosa costruzione di nuovi diritti che siano adeguati a rispondere anche a quei profondi cambiamenti nelle vite e nel sistema di produzione che la rivoluzione digitale ha determinato e che definiscono oggi nuove forme di sfruttamento e di assenza di diritti.

Nessun cambiamento profondo dell’Europa è immaginabile senza il superamento di quell’ideologia liberista che, alla prova dei fatti, si è dimostrata non solo (come ovvio) causa di disuguaglianze tra i cittadini e di squilibri tra Paesi ma anche incapace di rispondere e di reagire a crisi epocali né tantomeno di consentire di immaginare un nuovo modello di crescita e di sviluppo sostenibile. Il Patto di stabilità (di cui la politica ha spesso dimenticato la seconda parte “… e crescita”) prima e la stretta delle politiche di rigore nei conti pubblici consacrate poi nel Fiscal Compact sono l’esempio più evidente di una sostanziale incapacità ed impossibilità delle istituzioni europee di produrre politiche anticicliche. Non è e non può essere il cieco rispetto di parametri astratti a determinare scelte politiche che hanno invece bisogno di essere determinate con coraggio e lungimiranza.

Senza questi cambiamenti di carattere costituzionale l’Unione Europea è destinata ad un triste e pericoloso galleggiamento in un mare in tempesta. Senza politiche radicalmente diverse a quelle viste in questi anni lo stesso sogno europeo rischia di infrangersi.

Per questo è fondamentale non rassegnarsi al bivio che ci viene raccontato, quello che vuole da un lato la sacra alleanza di un europeismo cosmetico ed ancora incapace di raccontare e provare a realizzare una nuova prospettiva e dall’altro un crescente fronte nero nazionalista e xenofobo. Accettare queste due alternative vorrebbe dire infatti rinunciare ad immaginare un’Europa diversa ed implicitamente essere complici del disastro.

Penso quindi che i progressisti, tutti e ciascuno per la sua parte, siano chiamati ad una grande prova di responsabilità verso l’Europa ed il suo futuro. Questo vuol dire immaginare e prospettare un radicale cambiamento di questa Europa e, per realizzarlo, costruire solo alleanze che siano in grado di portarlo avanti e non quelle che puntano invece alla conservazione degli attuali assetti.

Nella convinzione che il pericolo di un tracollo democratico, persino del più elementare sistema dei nostri valori civili, è effettivamente evidente. Ma con l’uguale certezza che solo una prospettiva nuova, chiara e viva può sconfiggerla.

Giorgio Marasà 

15/5/2019 www.transform-italia.it

Il programma in pillole, 11 punti per cambiare l’Europa e la nostra vita

> No alla Ue delle elites e dei tecnocrati per la rifondazione democratica dell’Europa:va abolita la Troika e ampliati i poteri del Parlamento europeo a scapito degli organismi intergovernativi come il Consiglio e la commissione. Si pensa ad un’Europa federale fondata sui diritti sociali, civili, di libertà e delle persone

> Stop austerità e liberismo: Cancellazione del Fiscal Compact ed eliminazione dalla nostra costituzione del pareggio di bilancio. Trasformazione dei ruoli e degli strumenti della BCE, il cui obiettivo dovrebbe essere la buona occupazione e rispondere agli indirizzi del Parlamento europeo. Va istituita un’agenzia di rating pubblica “per sottrarsi al solo giudizio di quelle private. Va promossa una conferenza internazionale per la ristrutturazione del debito

> Stop paradisi fiscali. Stop finanza tossica Nella Ue della libertà assoluta nel movimento dei capitali, la finanza speculativa non ha nessun controllo: E’ urgente una bonifica del sistema finanziario e vietare tutte le transazioni con i paradisi fiscali (anche se si tratta di Stati membri Ue)sanzionando le banche che hanno relazioni finanziarie con gli evasori.

> Stop TTIP, per un commercio equi sostenibile: Le politiche commerciali europee devono essere subordinate al rispetto dei diritti del lavoro e alla salvaguardia della natura.

> Un Green New Deal per la natura, il clima e la transizione ecologica dell’economia:L’Europa entro il 2030 deve ridurre le emissioni di gas serra del 65%. L’energia venga da fonti rinnovabili al 45%

> Lavoro per tutti: 32 ore a parità di salario, salario minimo europeo, reddito di base, welfare: è necessario definire un salario minimo orario a livello europeo per contrastare i processi di dumping sociale

> Per un’Europa femminista: Per l’autodeterminazione e la libertà delle persone: attuazione della convenzione di Istanbul, affermazione dei diritti delle persone LGBTQI, matrimonio egualitario, diritto di adozione anche per i single, accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa. Uguale rappresentanza delle donne nella politica e nello spazio pubblico

> Per i diritti delle e dei migranti: Riforma del regolamento di Dublino e dello spazio Schengen, investimenti in politiche di inclusione sociale, diritto alla cittadinanza “ius soli”, chiusura delle strutture di detenzione amministrativa, invalidazione dei provvedimenti che impediscono il soccorso ai migranti in mare o in qualunque luogo o circostanza

> Un nuovo modello per il Sud: La questione non è solo italiana, ma europea. E’ necessario impedire che passi un’Europa a due velocità, così come sta accadendo in Italia con la “secessione dei ricchi” contenuta nel progetto di autonomia regionale differenziata. Il riequilibrio fra nord e sud è il fondamentale aspetto del nuovo modello di sviluppo

> Per l’Europa dei saperi e delle culture: Ai Trattati economici vanno contrapposti saperi e culture. Per questo è necessario potenziare la scuola pubblica, garantire il libero accesso alle università, abolendo i numeri chiusi alle facoltà e potenziando le risorse per il diritto allo studio, promuovere le diversità delle espressioni artistiche, culturali e linguistiche. Proteggere la cultura dalle privatizzazioni e potenziare normative di tutela per gli operatori del settore

> Un’Europa in pace e fattore di pace nel mondo: L’Europa “Fortezza” con progetti di nuovi armamenti, portaerei ed eserciti va contrastata. Va superata quindi la Nato che non appartiene più alla storia attuale. L’Ue si impegni ad esigere il disarmo nucleare, una drastica riduzione dell’armamento convenzionale e il commercio delle armi, mettendo in atto la conversione dell’industria bellica. Lotta alla mafia, allo schiavismo e allo sfruttamento sessuale di donne e minori. L’Ue, dando seguito agli impegni presi, deve condannare ogni violenza e organizzazione neofascista e neonazista

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