Queste donne così svalutate, zittite e delegittimate

Il numero delle donne uccise per femminicidio è di una ogni tre giorni. Questo ci racconta di un’Italia che si replica, ancorata a una mentalità patriarcale, “vecchia”, come ha sostenuto Dacia Maraini nella video-inchiesta “Zitta!”, in cui il numero di crimini non accenna a calare nonostante le campagne informative, i progetti portati avanti nelle scuole e i tentativi di sensibilizzazione.
Stando all’ultimo report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale, i delitti commessi in ambito familiare registrano una leggera crescita e la percentuale di vittime donne sul totale degli omicidi volontari sale dal 35% del 2019 al 40,5% del 2020. Cosa c’è che non va? Perché queste donne vengono maltrattate, picchiate, uccise, vilipese?
Come se non bastasse, e non solo limitatamente a quest’anno, «in un crescendo di orrore, abbiamo dovuto assistere anche a un’altra raccapricciante variante della violenza: quella di uomini che, per punire la donna che li rifiuta, le uccidono i figli – che sono anche i loro propri figli – per farla soffrire di più e più a lungo; coronando poi anche in questo caso l’impresa con il suicidio». Questo scrive Simona Argentieri, in un articolo pubblicato sulla newsletter di MicroMega il 1° ottobre.

Viene subito in mente l’atroce vicenda di Matthias Schepp, risalente al febbraio 2011, il quale, per punire la moglie che si stava ricostruendo una vita, fece sparire nel nulla le loro due gemelline di sei anni per poi suicidarsi, premurandosi però di lasciare un biglietto: «Le bambine riposano in pace, non hanno sofferto. Non le rivedrai più». O il caso, nel novembre scorso, di Mirko Tomkow, accusato di aver ucciso il figlio Matias con una coltellata alla gola per vendicarsi della consorte.

Quale odio distruttivo, quale senso del possesso furibondo può portare a questo genere di infanticidio punitivo? Verrebbe da approfondire un profilo del genere per pensare a come intervenire, ma gli uomini violenti non sono catalogabili in un solo standard. Vi si ritrova il giovane che ha subìto un contesto sociale svantaggiato, così come il borghese figlio di papà, chi ha conosciuto (e subìto) fin da piccolo la violenza nel contesto familiare e chi è cresciuto con genitori in apparenza sereni ma in realtà incapaci di dare importanza agli aspetti relazionali più profondi. Lo psicologo Giacomo Grifoni, uno dei soci fondatori del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, ha spiegato che un tratto tipico della violenza, spesso dapprima psicologica, è la “svalutazione” della donna. Parola chiave in questo nostro approfondimento. Perché il femminicidio è solo la punta dell’iceberg di una situazione ben più profonda e pervasiva: la svalutazione delle donne in diversi settori della vita, a partire da quello lavorativo.

Dati Istat ci dicono che, nel mese di dicembre 2020, gli occupati sono diminuiti di 101mila unità, ma si è trattato di un crollo quasi esclusivamente femminile, con 99 mila donne che si sono ritrovate disoccupate o inattive. E nel primo trimestre del 2021, il tasso di occupazione ha continuato a scendere per entrambi i sessi, ma il calo più significativo ha riguardato le donne nella fascia d’età fra i 25 e i 34 anni. Eppure la legge di bilancio 2021 aveva introdotto nuovi sgravi contributivi per facilitare l’assunzione di donne da parte dei datori di lavoro privati… Perché questo gap? Non si può contemplare un’autonomia senza indipendenza economica.

Ci sono poi quelle che non lavorano per scelta: lo fanno per dedicarsi alla famiglia (da secoli loro appannaggio), per mancanza di fiducia in se stesse, per le conseguenze dei due lockdown o per altri impedimenti? Si è introdotto il neologismo shecession (she + recession) a indicare che le donne risentono in misura maggiore del subbuglio sociale ed economico causato dagli effetti della Covid. E le parole o le locuzioni che indicano lo svantaggio subìto non finiscono qui. Ormai conosciamo la triste deriva del gender gap, l’ostacolo dei soffitti di cristallo e la svalutazione professionale cui, in molti ambiti, l’altra metà del cielo è sottoposta anche in tempi non pandemici. In un sondaggio di Progetto Donne e Futuro, il 42% delle intervistate ha ammesso di vivere il contesto professionale con rabbia e ansia, in virtù dello stress dovuto all’accumulo di lavoro (incluso quello familiare). E quasi il 70% ha denunciato di aver rilevato una disparità di trattamento rispetto agli uomini sul posto di lavoro. Non solo. Le donne si laureano di più rispetto ai maschi ma, in confronto, il loro livello occupazionale resta basso e, soprattutto, si ritrovano spesso in posizioni non all’altezza della loro preparazione, quindi non gratificanti come probabilmente avevano sperato. Anche questo tipo di privazione – il sacrificio di un sogno, il fallimento di un progetto, la rinuncia a un desiderio – è una forma di sopruso. Così come lo è il tentativo di rendere le donne irrilevanti, di metterle in un angolo e zittirle, di delegittimarle.

Da un’indagine di AstraRicerche presentata il 23 novembre scorso, in occasione di “Tutti i volti della violenza”, promosso da Rete Antiviolenza del Comune di Milano e Gilead Sciences Italia, affiora che anche il riconoscimento stesso della sopraffazione è impresa ardua. Un italiano su quattro non ritiene una forma di violenza “commentare che un abuso fisico subìto da una donna è meno grave perché gli atteggiamenti di lei, il suo abbigliamento o aspetto comunicavano che era disponibile”. E questo pensiero non appartiene solo agli uomini (30%), ma anche alle donne (20%). A completare il quadro, un italiano su tre non considera violenza “forzare la partner a un rapporto sessuale se lei non ne ha voglia”: questo lo pensano circa quattro uomini e tre donne su dieci. Un assunto che chiaramente derubrica la violenza sessuale all’interno della coppia a capriccio non corrisposto.

Ma da dove prendono nutrimento queste persone? Cosa le tiene ancorate a una mentalità che dovrebbe da tutti essere additata come riprovevole? Abbiamo dati che gridano una disparità e i dati non si possono discutere: sono scienza, sono concretezza. Risentiamo certamente di un patriarcato duro a morire, che è stato intaccato ma non abbattuto dalle lotte femministe. Per questo occorre tenere alta la guardia su tutti i fronti e ricordare che non si tratta di una guerra tra sessi, ma di una lotta per la civiltà.
Spaventa poi il divario di mentalità tra le persone istruite e consapevoli e quelle che non lo sono, che non si pongono la questione o addirittura la ritengono falsa, un pretesto ad hoc, e gridano al vecchio assunto: «Volevate la parità, ora che volete? Non siete mai contente!».
Lasciamo perdere i nostalgici fascisti (ricordiamo che il fascismo ha dato una bella spinta all’immagine della donna madre prolifica versus puttana) e i maschilisti di vecchia data: quelli non cambieranno mai idea. Ma c’è una fascia non estremista recuperabile e questo io auspico per il 2022 e gli anni a venire: che, oltre a formare nuove generazioni rispettose verso tutti, si ponga rimedio ai pregiudizi che infestano la mentalità di molta gente comune.

Le persone ignoranti – ovvero che “ignorano” che esiste un problema immenso e devastante – sono spesso le stesse che vengono nutrite di frottole nazional-popolari come quelle proposte da certa televisione che, da quarant’anni a questa parte (mentre gli intellettuali ostentavano uno snobismo distaccato verso il piccolo schermo), ha cominciato a infestare il nostro immaginario. Lungi da me fare una storia del contributo della televisione (non solo spazzatura) al maschilismo, propinando per decenni una figura ornamentale e oggettivizzata del femminile, mi limiterò a due episodi simbolici del 2021, uno riferito alla televisione pubblica, l’altro a quella privata.

Il 9 novembre, nel programma “Porta a Porta” di Rai1, quattro uomini (tra cui il ministro del Lavoro Orlando) sono stati invitati a disquisire del perché le donne siano penalizzate sul lavoro. Nemmeno una donna invitata a parlare. L’immagine del consesso maschile è divenuta virale sul web. Possibile che gli stessi autori e le stesse autrici del programma non abbiano ritenuto fondamentale inserire almeno una donna a parlare della propria esperienza? La miopia è tale che non si capisce quanto una tale mancanza incida sul valore contenutistico del messaggio? A nessuno interessa cos’abbiamo da dire?

Spostiamoci in prima serata, su Canale 5, a una settimana di distanza. Il conduttore del Grande Fratello Vip, Alfonso Signorini, dopo aver aizzato per mesi le concorrenti del programma una contro l’altra (quasi a confermare che dobbiamo essere eterne rivali e mai complici o alleate) e perfino le due opinioniste, inquadrandole nel topos di streghe-acerrime nemiche, se ne esce con una battuta che vorrebbe cancellare in pochi secondi anni e anni di dure conquiste: «Noi siamo contrari all’aborto in ogni sua forma».

Certo, mi si può rispondere che gli esempi che sto facendo sono presi da una televisione di pessima qualità: è vero, per fortuna, pure se in percentuale minima, esiste anche un’altra televisione (penso per esempio alla “TV delle ragazze” di Serena Dandini, Valentina Amorri e Linda Brunetti, che però è un fiore nel deserto), ma non per questo le trasmissioni che disapproviamo vanno ignorate, anche perché, uno share che raggiunge livelli importanti (attorno al 20% per entrambi i programmi di cui sopra) ci dichiara che queste immagini, questi preconcetti, questo machismo entrano nelle case degli italiani e continuano a bombardarle, proponendo immagini del femminile devianti da quelle reali. E coloro che liquidano la questione sbandierando la loro superiorità rispetto a queste proposte non fanno altro che contribuire alla loro silente legittimazione, perché l’unico modo per impedire certe derive è raccontarle, indignarsi, mobilitarsi.

Il fatto che la situazione non sia rosea, non significa che dobbiamo demoralizzarci in vista dell’anno nuovo, perché il 2021 trabocca anche di esempi edificanti: un numero antiviolenza e stalking attivo e attento (il 1522), numerose iniziative e tante voci levate a sostegno dell’empowerment femminile, validi progetti nelle scuole. Perché è nelle nuove generazioni che risiede una risposta importante. Per questo sarebbe di vitale importanza – come sostengo da anni e ho ribadito in un articolo uscito sul numero 5/2019 di MicroMega, interamente dedicato alla scuola – inserire nei programmi almeno un’ora alla settimana di educazione sessuale, all’altro, al sé. E non parlo di progetti extra affidati alla buona volontà dei docenti, ma di un’ora curricolare con tutti i crismi. Lezioni che, nell’immobilismo generale rispetto al tema, si potrebbero intanto proporre a chi ha optato per l’ora alternativa rispetto a quella di religione.

Continuiamo a sollevare il problema, educhiamo i nostri figli alla parità, i giovani alla Bellezza, difendiamo i nostri diritti, non esitiamo a smascherare anche quelle violenze impalpabili ma potenti come la svalutazione sottile, le opportunità sottratte, i mancati inviti, l’invisibilità cui molte di noi sono relegate, il mansplaining, il catcalling, la reificazione introiettata così tanto che non solo gli uomini, ma anche molte di noi ne subiscono l’influenza.
Sappiamo quanto le Nazioni Unite insistano sull’argomento, indicando come vitale per lo sviluppo della società l’uguaglianza di genere, che assicura un futuro migliore a tutti (non a caso, esso è inserito tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile).
Sarà un processo lento, talvolta impercepibile, ma se tutti ci impegniamo a consegnare un mondo più equo e democratico a chi verrà dopo di noi, il numero di “una ogni tre giorni” si ridurrà. Sono ottimista, lo so. Ma credo che una visione lucida della realtà serva per arginare le fratture, non per allarmare.

Marilù Oliva

28/12/2021 https://www.micromega.net

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