La verità è che spesso noi donne non siamo credibili. È questo che ci dicono gli uomini. Dobbiamo convincerli che il nostro pensiero valga tanto quanto il loro. Continuamente. Quando veniamo stuprate e la nostra scollatura li ha indotti in tentazione. Al lavoro, quando il “capo” ci molesta, chissà cosa gli abbiamo fatto immaginare!.

Non ci credono dentro alle conversazioni. Non ci credono se abbiamo un incidente in auto e la colpa non è nostra. “Chissà dove avevi la testa!”.

Non ci credono nemmeno quando gli diciamo che stiamo male dentro al matrimonio. “Non è possibile, cosa ti manca?” Obiettano interdetti.

La verità, nemmeno troppo celata, è che risulta inconcepibile che una donna scelga altro,  perché sono cresciuti – ovviamente non tutti – con l’idea che solo il fatto di avere un uomo vicino dovrebbe farci sentire appagate.

E quando, dopo mesi, a volte anni, finalmente prendiamo coraggio e dichiariamo: “Voglio la separazione”. Apriti cielo! A quel punto diventiamo in un attimo troie, stronze, cattive madri. “Non ti riconosco più” ci dicono. E non ci credono ancora, perché è da sempre che il loro pensiero vale più del nostro. Il loro potere nel mondo è più del nostro.

E quando ci dicono: “In casa comandano le donne!” non hanno capito, che, a noi, di comandare in casa non ce ne frega niente! Che scegliere tra ravioli e tortellini o chi e come  invitare a cena, oppure quale sport fare ai figli, non è la nostra massima aspirazione. Soprattutto, se in ogni altro spazio sociale e politico siamo sempre in secondo piano. Sempre quote e persino rosa. Confezionate a dovere.

Vorrei ricordarvi che, rispetto agli uomini, guadagniamo ancora il 23 per cento in meno, perché lavoriamo meno ore retribuite, operiamo in settori a basso reddito o siamo meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perché riceviamo in media salari più bassi rispetto ai nostri colleghimaschi per fare esattamente lo stesso identico lavoro.

Ora è arrivato il sindaco di Novara con questa storia del decoro e torniamo indietro di decenni. Perché il problema non è come punire quegli uomini che hanno comportamenti di abuso e deviati nei confronti delle donne, ma quello di noi donne: non dobbiamo provocarli. Oppure la mozione a Veronaper quella che viene chiamata “prevenzione dell’aborto”, anche qui, decenni di lotte spezzate in un attimo. Poi è arrivato lui. Pillon. E i quattro senatori del M5S ( tra cui quattro donne😳), non dimentichiamolo, e sarà ancora più difficile diventare credibili.

Dovremmo non solo convincere nostro marito che non lo amiamo più, che le cose cambiano, che non siamo delle cattive madri, che i bambini stanno bene se la “coppia” funziona, ma dovremmo spiegarlo anche a un mediatore. E sarà lui a dirci come e quando potremmo separarci. E se non funziona ci fanno tornare a casa, in quella casa in cui non vogliamo più stare. Violenza su violenza.

La strada sarà più dura e difficile già di quel che è. Non solo psicologicamente ma anche economicamente. È questa la volontà. Piegarci. Farci desistere. Costringerci a rimanere all’interno di famiglie stanche, perché siamo più controllabili. Più gestibili.

Tutte noi conosciamo le fatiche di un No. Sappiamo quanto ci costa e ci è costato tirare su la testa. Dare dignità al nostro pensiero. Quanto sia faticoso esprimere ciò che pensiamo senza essere considerate femministe isteriche. O semplicemente dentro a frasi del tipo: “Hai le tue cose?”.

Quante volte ci siamo sentite dire: “Con questa storia delle pari opportunità ci avete rotto”. Peccato che in Parlamento, laddove si decide il tutto, le donne sono solo il 35 per cento. Ed è il Parlamento con maggiore presenza femminile dalla nascita della Repubblica, pensate un po’.

Il problema è che quando gli uomini possono essere equi scelgono di farlo solo dentro a una legge che li costringe all’uguaglianza di genere. Le regole per le candidature, ad esempio, in questa ultima legislatura dicevano che ogni partito o coalizione non potesse avere più del 60 per cento di candidati dello stesso genere. I partiti hanno sostanzialmente rispettato i limiti minimi imposti dalla legge attribuendo la quota del 60 per cento al genere maschile e quella del 40 al genere femminile ma non sono andati oltre. In parole spicciole non potevano candidare meno di 552 donne, il massimo era 840. Indovinate quante ne hanno candidato?  580, non 800, nemmeno 700. Le donne capolista dei sette principali partiti (PD, M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, + Europa e Liberi e Uguali) erano in totale 266: e il minimo legale era 245. Direi che questo “minimo” la dice lunga sulla volontà tiepida di cambiare le cose sa parte degli uomini.

E, allora, questa battaglia è una nostra battaglia. È la battaglia dei No. Dell’essere credibili. Dello spazio fuori della famiglia. Della partecipazione. Dell’essere protagoniste della nostra esistenza. Di non limitare la vita delle nostre figlie, solo perché sono donne, solo perché qualcuno potrebbe approfittare di loro mentre rientrano a casa.

E far sì che le conquiste delle donne dello scorso secolo non vadano perdute. E non perché siamo più intelligenti degli uomini. Più capaci. O femministe. Perché uno deve valere uno. E non deve essere una concessione, ma un diritto.

Uscite di casa. Stiamo insieme. Che insieme siamo una forza. E il 10 novembre, qualsiasi sia la vostra piazza scendete al fianco di altre donne e se non l’avete mai fatto, informatevi e passate di lì. Siate una speranza.