Vietato condannare la barbarie israeliana

Vietato condannare la barbarie israeliana

Chi dà a Israele il diritto di somministrare la pena di morte ai palestinesi , senza neanche un processo e senza doverne rendere conto? E chi dà a Israele il diritto di arrestare bambini palestinesi, contro ogni norma del diritto universale? Chi dà a Israele il diritto di detenere migliaia di palestinesi  spesso senza capi d’accusa e di infliggere loro torture psicologiche e fisiche spesso conclusesi con la morte o la menomazione a vita? Chi dà a Israele il diritto di comportarsi come uno dei peggiori Stati canaglia pur essendo inserito nella categoria degli Stati democratici?

Domande che ogni osservatore onesto si è posto centinaia di volte e alle quali, purtroppo, centinaia di volte ha ottenuto solo due risposte, sempre le stesse. Una è piuttosto comune non solo a Israele ma a tutti i Paesi con i quali è comodo avere scambi economici o interessi finanziari, l’altra, invece, riguarda esclusivamente  quello  Stato ed è composta di una sola parola: “olocausto”.

In nome dell’olocausto, orrore specifico che ha accompagnato l’orrore generale del nazi-fascismo del secolo scorso, a Israele è tutto concesso. Lo aveva chiaro anche Golda Meir, la cinica statista israeliana cui è dovuta l’idea, poi diventata pratica comune, degli assassinii cosiddetti mirati, ovvero la negazione del diritto in nome della vendetta o della semplice eliminazione di un avversario considerato politicamente pericoloso.

Cioè quel che è successo ancora in questi due giorni a Gaza e Damasco. E Israele, in nome dell’olocausto, risulta intoccabile, pena l’accusa ignobile e strumentale di antisemitismo. I nostri media mainstream fanno scuola e ripetono più o meno all’unisono una frase che, analizzata in base alla pura realtà, risulta illogica, ma il cui effetto soporifero sull’opinione pubblica è assicurato: Israele si difende.

A questo stato di cose, ormai pluridecennale,  si oppone potremmo dire eroicamente  una minoranza di ebrei  che trova disgustoso utilizzare la sofferenza dei padri o dei nonni per schiacciare un popolo al quale si è espropriata gran parte della terra e al quale si  vuole espropriarne il resto.  Sono solo una minuscola minoranza, è vero, e di questa minoranza fanno parte soprattutto  intellettuali o, comunque, persone che legano la propria onestà politica e morale alla conoscenza storica della situazione detta comunemente “conflitto israelo-palestinese”.

In proposito possiamo ricordare le parole dello storico americano Norman Filkenstein, i cui genitori furono tra i pochi superstiti  di un campo di sterminio nazista, o degli storici israeliani Shlomo Sand e Ilan Pappe, o del filosofo americano Noam  Chomsky, o dei giornalisti israeliani Amira Hass, Gideon Levy o Zvi Shuldiner, o del drammaturgo italiano Moni Ovadia, o degli ebrei americani di  Mondoweiss o dei rabbini di Neturei karta,  solo per citarne alcuni ai quali l’appartenenza religiosa e la discendenza familiare non hanno fatto perdere di vista l’orrore che Israele produce da oltre 71 anni nella terra di Palestina contro i palestinesi. Orrore che NON può essere giustificato o tacitato in nome dell’olocausto senza essere profondamente disonesti e oltraggiosi verso la sofferenza subita  dagli ebrei perseguitati “in quanto ebrei” durante gli anni più ignobili del “900.

I nostri media più popolari ci stanno raccontando con partecipazione commossa della grande paura degli israeliani costretti a correre nei rifugi per salvarsi dalle centinaia di missili lanciati da uno dei gruppi della resistenza palestinese, il partito del Jihad, ma si guardano bene dal dire che la lotta dei palestinesi per ottenere SEMPLICEMENTE i diritti loro riconosciuti dalla stessa ONU è regolarmente e brutalmente schiacciata da Israele, oppressore al quale si dimenticano regolarmente di attribuire questo dovuto e veritiero aggettivo.

La notizia che ieri all’alba Israele ha lanciato un potente missile sull’abitazione di Baha Salim Abu Al Ata, uno dei capi del partito Jihad, uccidendolo insieme a sua moglie, viene fornita come un fatto normale.

A Israele tutto è concesso. Poi ci sono altre due parole magiche, ausiliari sempre presenti,  a facilitare la comunicazione pro-Israele, “ sicurezza” e “terrorista” :  Israele agisce per la sua sicurezza e l’ucciso o gli uccisi sono “solo” dei terroristi. Basta scorgere i commenti sulla  pagina di qualche media online per rendersi conto di come l’umanità tanto invocata, in particolare in questi giorni, contro l’odio, venga del tutto annientata di fronte a queste due ancelle comunicative.

Sulla pagina di Rainews, ad esempio,  che ieri forniva la notizia dell’uccisione “di Baha Abu Al Atta in un omicidio mirato in cui è morta anche la moglie” i numerosi commenti  spaziavano dal “grazie Israele” con diverse variazioni sul tema, al disumano dire di una certa signora A. Sadun che assolveva Israele scrivendo  testualmente che “Comunque non ammazza ‘persone’ i terroristi NON sono persone”.

Normale è anche la notizia che un missile abbia centrato e colpito la moto guidata da signor Ayad, sulla quale questo ignaro padre di famiglia viaggiava con i suoi figli di 25 e 8 anni. Tutti uccisi, ovviamente. Forse anch’essi in odor di terrorismo e tanto basta a cancellare l’habeas corpus che sembrava una grande conquista ormai acquisita per sempre, la cui violazione  nessun convinto e onesto democratico, se portato a riflettere, potrebbe accettare.

E in modo altrettanto normale veniva data la notizia che un aereo da guerra israeliano avesse raggiunto la città di Damasco andando a bombardare la casa di un altro esponente del Jihad uccidendo chi ci stava dentro. I bravi giornalisti delle nostre TV si sono soffermati sul fatto che forse il ricercato se l’è cavata e, quindi, l’operazione pur avendo fatto morti e feriti è fallita, ma non hanno fatto riflettere sulla violazione dello spazio aereo di un altro Paese sovrano, né sulla somministrazione della pena di morte da parte di uno Stato, Israele, che a furia di effettuare omicidi mirati, si è ridotto ad essere un vero e proprio Stato serial killer, cosa che cozza con il concetto di Stato democratico, concetto già piuttosto inappropriato in considerazione di quanto scritto sopra, nonché dell’illegale occupazione da ben 52 anni di Territori palestinesi.

Ma a Israele tutto è concesso. Anche accrescere la disumanità dei suoi sostenitori o giustificazionisti grazie ai servigi dei media  che, in ossequio a quell’uso a mo’ di clava dell’ olocausto, non svolgono un buon servizio né alla verità, ne’ alla democrazia (visto che definire democratico uno Stato colpevole di sistematici crimini e violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale è una contraddizione in termini) e, in ultima analisi, portano a ridurre a crimine solo ciò che non soddisfa le mire sioniste diseducando al rispetto di valori che rappresentano sia i principi fondamentali del diritto universale umanitario, sia gli stessi valori che sono riconosciuti anche dalla nostra Costituzione.  Se riusciamo a guardare un po’ più lontano del contingente ci accorgiamo di quanto questo sia grave.

I nostri giornalisti mainstream non ci hanno raccontato che Israele in una manciata di ore ha demolito una quindicina di scuole compresa una scuola delle Nazioni Unite, ha distrutto del tutto o in parte alcune dozzine di palazzi, ha devastato con attacchi sia aerei che terrestri  decine di campi agricoli, ha ferito circa 80 persone compresi una trentina di bambini, ha ucciso, fino al momento in cui scriviamo, 24 persone alle quali vogliamo, proprio per quell’umanità che fa parte del nostro sentire politico, restituire almeno la dignità del nome proprio…

Bahaa Salim Abu Al Ata 42 anni, ucciso con sua moglie Asma M. Hassan Abu El Ata di 39 anni;  Mohammed Shurab, 28 anni;  Mohammed Attia Musleh Hamuda di 20 anni;  Ebrahim Ahmed Abdul L. Al Dabous di 26 anni;  Zaki Adnan Mohammed Ghanameh di 25 anni;  Abdul Salam Ramadam Ahmed di 28 anni;  Rani Fayez Rajab Abu Nasr di 35 anni;  Jihad Ayman Abu Khater di 22 anni;  Wael abdul Aziz Abdallah Abdul Nabi, 43 anni;  Khaled Moawad Salem Farraj di 38 anni;  Ebrahim Ayman Fathi Abdel Aal di 17 anni e suo fratello Ismail di 16 anni;  Haitam Al Bakri, 22 anni;

Abdallah Al Belbeisi, 26 anni, si era sposato due mesi fa e ancora in casa erano esposte le partecipazioni che tra disegni e cuoricini facevano immaginare una coppia destinata a  un futuro di grande allegria;

Abed Alsalam Ahmed di 24 anni;   Ra’fat Ayyad, 45 anni e suoi due figli, Islam di 25 anni  e Amir di 17; Suhail Khader K. Quneitah di 23 anni; Momen Mohammed Salman Qaddum di 26 anni; Ala Jaber Abdul Shteiwi di 30 anni;

I nostri media, in compenso,  ci forniscono notizia di centinaia di missili che il Jihad ha lanciato a sua volta per dire a Israele – ma questo non lo specificano certo!  – che la Resistenza non si ferma e che, seppure non abbia le armi per bloccare  il potentissimo Israele, ne ha per ricordare che esiste. I nostri media ci dicono che ben 75 israeliani sono ricorsi a cure mediche perché in stato di chock e qualcuno pare sia caduto correndo nei rifugi. Cosa che ai palestinesi non può succedere perché non hanno dove rifugiarsi.

In un prossimo articolo faremo riflessioni politiche sul “cui prodest”. Qualche analista ipotizza che nel braccio di ferro Gantz-Netanyahu, Gaza rappresenti il fulcro e ne paghi, quindi le conseguenze. Qualcuno avanza l’ipotesi di una compiacenza di Hamas nel veder distrutto un suo possibile avversario, il Jihad. Qualcun altro avanza l’ipotesi che l’Anp stia aspettando alla finestra.

La fantasia corre. Al momento sappiamo soltanto che Israele ha violato ancora una volta i diritti di tutti noi, i diritti umani. Ha stroncato vite di combattenti per la libertà e di non combattenti. Ha indotto persone probabilmente normali a diventare disumane e orgogliose di esserlo spostando la propria disumanità sul martire al quale non si riconoscono diritti perché definito terrorista.

Mentre le famiglie dei martiri piangono, mentre a Gaza quasi due milioni di persone stanno tremando non sapendo se domattina si sveglieranno e se rivedranno i loro cari, a noi, fortunati osservatori a distanza, non resta che sperare che le Istituzioni nazionali, internazionali e sovranazionali, fermino Israele portandolo finalmente nell’alveo della legalità. Sarebbe la prima volta da quel famoso 14 maggio del “48 in cui si è autoproclamato Stato per bocca di Ben Gurion, e sarebbe un bene per i palestinesi, per il mondo e per gli stessi israeliani non ancora corrotti dalla barbarie del potere impunito che è così difficile da condannare.

Patrizia Cecconi

13/11/2019 www.pressenza.com

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