Welcome to HeLLbron

Welcome to HeLLbron

(prima di tutto: sto bene, stiamo tutt@ bene. Ora siamo in albergo a Gerusalemme. Grazie di cuore alle compagne e ai compagni, alle persone che ho sentito vicine anche se erano lontane. Un brutto spavento. Ora, rabbia infinita a parte, sto bene)

#Hebron mi aveva già colpita, quando venni qui, la prima volta nel 2014, in pieno attacco israeliano su Gaza. Mi aveva già colpita l’#apartheid a cui erano sottopost@ le palestinesi e i palestinesi che ci accompagnavano: non potevano percorrere le strade principali della città vecchia, dovettero separarsi da noi e fare un giro di chilometri per raggiungerci. Check point ovunque, che scandiscono la “daily life” di un territorio palestinese.
Oggi Hebron mi ha colpita ancora. Non ho potuto vedere nulla di tutto questo, perché mi sono ritrovata nella quotidiana guerra di Israele ad Hebron. Appena siamo scesi dal furgoncino che accompagnava la delegazione #GUE/NGL, i soldati che erano al posto di blocco che bloccava l’accesso alla strada principale della città vecchia (siamo sempre in territorio palestinese, neanche gli Stati Uniti hanno posto il veto alla risoluzione Onu che dichiara illegali i settlement di Hebron) hanno iniziato a lanciare di tutto. Ci siamo chiesti se l’attacco fosse rivolto a noi. Probabilmente no. Non c’era alcuna motivazione, se non l’esercizio di arbitrarietà, cioè di potere. Mi è esploso un lacrimogeno tra i piedi mentre scappavamo, rifugiandoci prima in un negozio e poi in un bar. Siamo rimasti lì per ore, assistendo a scene di guerra che diventano vita quotidiana: arresti di ragazzini, lanci di granate, abbiamo ritrovato anche proiettili per strada.
La Palestina è bella da far male, ferita e calpestata. Nella stessa città, luoghi sacri si sovrappongono. E poi c’è un muro, a dividere palestinesi da palestinesi, Gerusalemme da Betlemme. Le storie che ascolti qui sollevano ancora una volta una rabbia che aiuta a capire la resistenza di un popolo contro un esercito mille volte più potente: le detenzioni amministrative che possono durare anni senza motivazione, le bimbe e i bimbi arrestat@, il diritto all’acqua negato per intere zone dell’area C, occupazione e annessione che si estendono contravvenendo a tutte le risoluzioni Onu, le scuole finanziate dalla cooperazione europea distrutte, muro e check point ovunque per proteggere i coloni, i proiettili lanciati nelle scuole dell’UNWRA e nei campi dei rifugiati. Storie che conosciamo, ma che non smettono di fare male solo a sentirle. Figuriamoci a viverle.
Sono giorni importanti per la Palestina. Il processo di riconciliazione avviato in Egitto, la prospettiva di nuove elezioni, mentre Abu Mazen è alle Nazioni Unite.
C’è una cosa di cui mi vergogno, tanto, da parlamentare europea: non poter dire che fa e che farà l’Europa, al di là delle belle parole. Mantenere in piedi l’accordo di associazione con Israele a fronte delle violazioni quotidiane delle risoluzioni Onu e dei diritti umani fondamentali, è un crimine. E non bastano progetti di cooperazione e bei discorsi per cancellarlo.
C’è una cosa di cui sono orgogliosa: sapere che le compagne e i compagni non smetteranno di lottare a fianco del popolo palestinese.
#FreePalestine

Eleonora Forenza

Europarlaentare GUE/NGL

20/9/2017 www.rifondazione.it

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