La guerra ha bisogno della paura
di Marco Pondrelli
E per ultimo arrivò El Mundo a svelare l’ennesimo futuro attacco della Russia. Il giornale spagnolo ha riportato la notizia, attribuendola a una fonte anonima vicina al Ministero della Difesa lituano, secondo la quale Italia, Francia o Spagna potrebbero essere obiettivi di attacchi russi. Verrebbe da dire che in Italia non abbiamo nulla da temere dai droni d’oltre cortina, avendo un Ministro degli Esteri pronto a spiegarci che basta non affacciarsi alla finestra. Purtroppo per lui, anche questa volta la notizia si è rivelata una bufala.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito l’allarme, così come hanno fatto fonti italiane citate dall’ANSA, secondo le quali non era arrivata alcuna segnalazione a livello operativo, né attraverso i canali dell’intelligence né quelli diplomatici o militari. Nonostante questo, per un giorno la nostra stampa è stata colta da una vera e propria isteria.
Questo tipo di comunicazione, che potremmo definire emozionale, contribuisce a creare un clima di paura nella popolazione. Certamente, dopo qualche giorno, sui giornali non si troverà più traccia di queste sciocchezze, come il presunto drone russo – che non era russo e non era un drone – sul lago Maggiore o lo stormo di uccelli scambiato per una minaccia in Lituania. Ma l’obiettivo della comunicazione allarmistica è seminare paura e, dopo aver accumulato una serie di notizie dello stesso tenore, instillare il dubbio che qualcosa di vero, in fondo, debba esserci.
Hermann Göring, in una conversazione con lo psicologo Gustave M. Gilbert il 18 aprile 1946, durante il processo di Norimberga, spiegò in questi termini come si può portare un popolo ad accettare la guerra: «Naturalmente la gente comune non vuole la guerra […] ma i dirigenti di un Paese determinano la politica ed è sempre facile trascinare il popolo con loro». E aggiunse: «È facile. Basta dire loro che stanno per essere attaccati e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e perché espongono il Paese al pericolo».
Diffondere notizie false o non verificate può quindi diventare funzionale a un obiettivo preciso: creare consenso intorno alla guerra. I governi europei hanno legato una parte crescente della loro politica al riarmo e al sostegno all’Ucraina. In Italia queste politiche incontrano un consenso tutt’altro che unanime e, per qualsiasi governo, è politicamente difficile chiedere sacrifici sociali per finanziare la guerra. Se gli italiani non credono alla possibilità di un’invasione russa, diventa più difficile chiedere loro di accettare quei sacrifici in nome della necessità di difendersi da un attacco futuro.
A queste notizie si aggiunge un’altra rappresentazione che da tempo alimenta la propaganda pro-Kiev: la guerra contro la Russia viene presentata come una nuova guerra partigiana italiana. C’è però una differenza che dovrebbe essere ricordata: i partigiani italiani non rincorrevano i giovani per strada per portarli a combattere.
Secondo questa narrazione, poiché gli Alleati inviavano armi alla Resistenza italiana, allo stesso modo oggi noi invieremmo armi alla «Resistenza» ucraina. Viene però da osservare che non sempre l’invio di armi è sinonimo di lotta per la democrazia. Franco, per esempio, ricevette il sostegno della Germania nazista e dell’Italia fascista. La questione dovrebbe quindi essere affrontata senza ricorrere a una sorta di automatismo per cui l’Occidente, in quanto difensore della democrazia, sarebbe sempre dalla parte giusta e chi riceve le sue armi diventerebbe automaticamente un movimento di liberazione.
La storia offre molti esempi che complicano questa lettura: dagli aiuti statunitensi ai mujahidin in Afghanistan ai contras in Nicaragua, fino al sostegno fornito per anni dall’Occidente al regime di Saddam Hussein. È quindi singolare identificare automaticamente la Resistenza italiana con qualsiasi forza armata che oggi riceva armi dall’Occidente.
Luciano Canfora, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ha espresso efficacemente questa differenza: «La corruzione regna sovrana. Si immagina Parri che rubacchia o si rivende le armi della Resistenza? La Resistenza italiana era fatta di piccole formazioni spontanee, clandestine, mentre da una parte c’era un regno amico degli Alleati e dall’altra una Repubblica sociale gestita dai fascisti. In Ucraina non stiamo dando armi a una resistenza, ma a un Paese che col suo esercito combatte una guerra con un altro».
La conclusione è che la guerra continuerà. L’Unione europea non sembra intenzionata a chiuderla e lo stesso Trump, nonostante le numerose dichiarazioni, non ha ancora compiuto passi concreti sufficienti ad aprire un vero tavolo di trattativa. Da parte ucraina ed europea, ciò che viene chiesto con maggiore insistenza è una tregua. Ma una tregua, come accadde con gli accordi di Minsk, avrebbe l’unico scopo di offrire all’Ucraina e ai Paesi europei il tempo per tirare il fiato, riorganizzare le truppe e aumentare la produzione di armi. In questa prospettiva, la soluzione militare continua a essere l’unica possibile. È anche per questo che, dopo le elezioni della Duma, la Russia potrebbe decidere di alzare ulteriormente il livello dello scontro.
Vale la pena ricordare che con Minsk II le parti avevano raggiunto un accordo che, al netto della questione della Crimea, che non era oggetto di quella trattativa, avrebbe consentito di preservare l’integrità territoriale dell’Ucraina attraverso un nuovo assetto politico che prevedeva, tra l’altro, uno status speciale per le aree del Donbass. Gli accordi, tuttavia, non furono attuati. Nel 2022 Angela Merkel dichiarò che il processo di Minsk aveva dato all’Ucraina tempo per rafforzarsi militarmente. Oggi paghiamo le conseguenze di una politica che ha privilegiato lo scontro rispetto alla ricerca di una soluzione negoziata. Se è vero che il prezzo più alto lo sta pagando, e continuerà probabilmente a pagarlo, l’Ucraina, anche nei Paesi europei il futuro appare sempre più fosco.
27/9/2026 https://www.marx21.it/








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