La rivolta anche in Italia contro i data center: il prezzo fisico dell’intelligenza artificiale
L’AI appare immateriale ma dietro ci sono edifici giganteschi, trasformatori, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, terreni e migliaia di lavoratori impegnati nei cantieri. Più cresce e più diventa diventa ingombrante nel territorio.
Il conflitto sui data center sta ormai cambiando natura: non riguarda più soltanto gruppi ambientalisti o singoli comitati locali, ma mette in discussione il rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture fisiche e comunità che devono ospitarle. Le ragioni sono molte, ma semplici. L’intelligenza artificiale appare immateriale: una domanda digitata, una risposta che arriva in pochi secondi, un modello che sembra vivere soltanto nei server. Ma dietro ci sono edifici giganteschi, trasformatori, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, terreni e migliaia di lavoratori impegnati nei cantieri. Più l’AI diventa invisibile nella vita quotidiana, più diventa fisicamente ingombrante nel territorio.
Negli Stati Uniti la protesta è diventata nazionale. Il 18 luglio si sono svolte 142 manifestazioni in 42 Stati contro la rapida espansione dei data center destinati anche a sostenere l’AI. Secondo Data Center Watch, tra aprile e giugno circa 45 progetti statunitensi, per un valore complessivo di 68 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dalle opposizioni locali.
Il tema è soprattutto quello del prezzo materiale dell’intelligenza artificiale. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono infrastrutture energetiche dedicate e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento, possono esercitare una forte pressione sulle risorse idriche. In California, per esempio, la discussione è arrivata fino a San Jose, nel cuore della Silicon Valley, dove residenti e associazioni ambientaliste contestano nuovi impianti mentre l’amministrazione cittadina cerca di conciliare gli investimenti tecnologici con le preoccupazioni sull’energia, sull’acqua e sull’inquinamento.
Il caso più significativo è forse quello dello Stato di New York, che a luglio è diventato il primo Stato americano a introdurre una moratoria sui nuovi grandi data center, sospendendo per un periodo fino a un anno alcune autorizzazioni ambientali per gli impianti di grandi dimensioni. La misura è stata motivata dalla necessità di studiare gli effetti sulla rete elettrica, sulle bollette, sull’ambiente e sulle comunità locali.
Ma la protesta non è soltanto americana. In Europa il conflitto si sta moltiplicando. In Irlanda diversi ricorsi hanno rallentato il progetto di un campus da circa un miliardo di euro a Rochfortbridge. In Scozia, il progetto Cato, da 600 MW e circa 5 miliardi di sterline, ha raccolto oltre 1.200 opposizioni durante la consultazione pubblica. Proteste e contestazioni sono emerse anche in Germania e Polonia.
In Olanda la questione riguarda direttamente Amsterdam, dove più di 500 persone hanno aderito alla campagna contro un grande data center a Zuidoost. Nel 2024 i data center rappresentavano già il 4,6% dell’intero consumo elettrico olandese, un dato che aiuta a capire perché la questione abbia assunto una dimensione politica.
E in Francia il conflitto ha assunto una forma ancora più clamorosa. A Étrechet, nel centro del Paese, il sindaco e altri amministratori locali si sono dimessi per protestare contro il progetto di un enorme data center di Google. L’impianto dovrebbe richiedere tra 880 megawatt e 1,1 gigawatt di elettricità, una potenza paragonabile a quella di un reattore nucleare. Gli amministratori hanno denunciato soprattutto il consumo di territorio e acqua, l’impatto paesaggistico e la pressione sulla rete elettrica.
In Italia il fenomeno è arrivato soprattutto in Lombardia. A sud di Milano è nata una vera rete di comitati, con mobilitazioni a Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Opera, Rho, Bollate, Magenta e altri comuni. Le contestazioni riguardano consumo di suolo, acqua, rumore, calore, generatori e vicinanza alle abitazioni. A fine settembre la rete Stop Data Center riuniva circa venti realtà locali. Le proteste hanno già prodotto alcuni risultati concreti. A Travagliato, nel Bresciano, il progetto di un data center da circa 120 MW è definitivamente tramontato. Dopo il parere negativo del Comune, motivato dalla mancanza di informazioni necessarie per valutare compiutamente l’impatto ambientale, la società East Gate ha ritirato la pratica edilizia e non ha depositato il progetto per l’allacciamento elettrico.
Anche a Rozzano la mobilitazione ha contribuito, secondo i comitati, alla riapertura della consultazione pubblica nell’ambito della valutazione di impatto ambientale relativa all’ampliamento di un data center. Il caso di Opera è invece ancora aperto. Il Comune ha avviato l’iter per un progetto EdgeConneX su circa 30 mila metri quadrati, con un edificio alto 18 metri e una potenza indicata in 100 MW complessivi, dei quali 60 MW di potenza IT. La documentazione comunale mostra che il progetto è tuttora dentro un percorso amministrativo, mentre cittadini e comitati stanno contestando l’intervento.
Le domande che stanno emergendo nelle comunità sono destinate a diventare centrali: chi paga l’elettricità necessaria per alimentare questi impianti? Chi paga le nuove infrastrutture? Quanta acqua possono consumare? Quanto territorio è ragionevole destinare ai server? E soprattutto, quale beneficio rimane alle comunità che sopportano i costi ambientali e infrastrutturali?
È questo il nuovo conflitto attorno all’intelligenza artificiale: non soltanto cosa può fare l’AI, ma quanto territorio, energia e risorse siamo disposti a mettere a disposizione perché possa farlo.
29/9/2026 https://pagineesteri.it/









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