Tra repressione e resistenza: la lotta delle donne afghane

La voce di RAWA, alla Conferenza stampa agosto 2026

a cura di CISDA Redazione

“In Afghanistan la repressione dei talebani si estende a ogni aspetto della vita quotidiana, e la tecnologia è diventata uno degli strumenti attraverso cui il controllo viene esercitato in modo capillare. SIM card, telefoni cellulari e accesso a Internet sono sottoposti a sorveglianza e i talebani utilizzano le tecnologie più recenti, anche grazie al sostegno e alla collaborazione di Paesi stranieri. Probabilmente possono monitorare le attività delle persone anche quando queste non sono connesse a Internet.

“Le conversazioni telefoniche vengono controllate e la tecnologia viene utilizzata non soltanto per sorvegliare la popolazione, ma anche per diffondere la propaganda del regime. I social media, le piattaforme digitali e persino la pubblicità diventano strumenti attraverso i quali i talebani si fanno propaganda e cercano di controllare quanto viene detto su di loro. Dopo la caduta del precedente governo, il Ministero delle Telecomunicazioni è rimasto chiuso per un certo periodo e, secondo quanto ne sappiamo, tecnici provenienti dal Pakistan avrebbero contribuito alla riattivazione dei sistemi di sorveglianza. Anche diversi arresti sarebbero stati effettuati grazie a questi strumenti.

“I talebani sono arrivati al potere grazie agli Stati Uniti e ricevono sostegno in ogni ambito, dall’assistenza finanziaria all’accesso alle tecnologie più recenti. Ma non si tratta soltanto degli Stati Uniti: anche altri Paesi della regione collaborano con i talebani, consentendo loro di accedere a strumenti e tecnologie sempre più sofisticati e di reprimere anche la più piccola voce che si levi per la libertà, mettendola a tacere attraverso una dura repressione.

“In questo contesto, ci sono ancora donne che continuano a resistere e a lottare per i propri diritti, sebbene continuare a essere una donna attivista significa esporsi a rischi estremamente elevati.

“Anche il più piccolo atto di opposizione può attirare l’attenzione dei talebani e trasformarsi in sorveglianza, persecuzione o arresto. Queste donne possono essere prelevate dalle strade o dalle loro stesse abitazioni e trasferite in carcere senza un regolare processo. In alcuni casi, quando non riescono a raggiungere direttamente una donna, i talebani prendono di mira i suoi familiari, utilizzandoli come strumento di pressione e intimidazione.

“Nelle carceri talebane si trovano molte persone arrestate per aver difeso i propri diritti, tra cui numerose donne. Le testimonianze raccolte parlano di gravi abusi durante la detenzione, comprese violenze sessuali e stupri di gruppo, talvolta filmati e utilizzati successivamente come strumento di ricatto. Alcune donne sarebbero rimaste incinte durante la detenzione, mentre altre sarebbero state picchiate e trattenute per lunghi periodi senza processo. Ci sono stati inoltre riferiti casi di aborti forzati o ottenuti attraverso la coercizione.

“La repressione non si limita al periodo della detenzione. Anche dopo il rilascio, le donne possono continuare a essere minacciate con la diffusione delle registrazioni degli abusi subiti o con ulteriori violenze, fino alla minaccia di morte. Se non riescono ad arrestare direttamente la donna, arrestano uno dei suoi familiari. In questo modo esercitano pressione sia sulla famiglia sia sulla singola persona rendendo ancora più difficile per le attiviste continuare il proprio lavoro e mantenere i contatti con altre donne.

“In queste condizioni, lo spazio per l’attivismo aperto è quasi completamente scomparso. Organizzare manifestazioni, riunioni o iniziative pubbliche significa mettere a rischio la propria vita e quella delle proprie famiglie. Per questo gran parte della resistenza si svolge in clandestinità, attraverso forme di organizzazione difficili da individuare e mantenute nella segretezza.

“Nonostante la repressione, però, la resistenza non si è fermata. Le donne continuano a incontrarsi, a organizzarsi e a lottare per i propri diritti, anche quando questo comporta enormi rischi personali.

“Oltre alle forme clandestine di resistenza, in diverse parti del Paese si sono verificati anche momenti di protesta pubblica, come le mobilitazioni popolari a Jebrail e Herat e le proteste nel Badakhshan. Anche queste manifestazioni sono state represse duramente, con persone uccise o imprigionate.

“In questo contesto, di fronte a un sistema che cerca di controllare ogni aspetto della vita, dalla comunicazione alla mobilità, dall’istruzione e la vita privata, riuscire ancora a organizzarsi, incontrarsi e far sentire la propria voce diventa un vero atto di resistenza: un modo per continuare a opporsi e a rivendicare i propri diritti.

27/9/2026 https://www.osservatorioafghanistan.org/

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