ILVA: tanto tuonò che non piovve

Tanto tuonò che alla fine non piovve. Questa la sintesi dell’accordo raggiunto lo scorso 6 settembre tra governo, commissari Ilva, ArcelorMittal e tutte le organizzazioni sindacali, Fiom e Usb comprese.
Infatti, al di là delle roboanti dichiarazioni di propaganda, l’intesa non prevede differenze sostanziali rispetto a quel piano Calenda che giustamente aveva portato le organizzazioni sindacali a rompere il tavolo a maggio e dopo lo stallo delle ultime settimane a proclamare sciopero per martedì 11 settembre.

Nulla di sostanziale, a partire dai due punti di fondo di tutta la vertenza. Primo, la parte sana di Ilva viene ceduta per due soldi al consorzio Am Investco formato dalla multinazionale ArcelorMittal e dall’italianissimo gruppo Marcegaglia (guarda un po’ chi si vede) mentre i debiti e i disastri causati dai Riva saranno a carico delle casse pubbliche e dei lavoratori in aperta violazione dell’art. 2112 del codice civile. Secondo, il piano Ambientale anche con l’addendum del 6 settembre è quello stesso del precedente governo che altrettanto giustamente ha scatenato le ire degli abitanti di Taranto perchè assolutamente inutile ed inefficace ed aveva spinto Di Maio in campagna elettorale a definirlo un delitto perfetto e a prendere voti raccontando che avrebbe chiuso e riconvertito la fabbrica.

Dal punto di vista strettamente sindacale la prima questione di fondo dell’accordo è che viene richiamato e confermato il Contratto firmato in data 28 giugno 2017 tra Ilva e Am investCo. Questa intesa prevede che il rispetto dei livelli occupazionali avverrà solo per la durata del Piano Industriale, dopo di ché il numero di addetti previsti sarà sempre e comunque di 8500 lavoratori. Che oggi siano 10mila e 700 e non 10mila, a fine piano il problema si porrà identico. Al punto che il testo recita esplicitamente “Alla condizione che si perfezioni l’Operazione nei termini ed alle condizioni di cui al Contratto (del 28 giugno 2017 ndr) verrà formulata una proposta di assunzione a tempo indeterminato presso le affiliate, ai termini e alle condizioni di cui al presente Accordo ad un numero complessivo di 10.700 lavoratori”. Si noti anche en passant che nel testo precedente si parlava di “almeno 10 mila”, qui sono 10.700 ergo, non uno di più.

Ricordiamo che il totale dipendenti Ilva è di circa 14mila, quindi i restanti 3mila e 300 o accetteranno di uscire con un indennizzo oppure per i prossimi 5 anni almeno resteranno in cassa integrazione. Il Contratto del 28 giugno 2017 portò non più tardi del maggio scorso la Fiom a dichiarare per bocca del segretario generale di Genova “È vergognoso che con la scusa della riservatezza il governo abbia tenuto nascosto tutto questo a noi e agli enti locali, ma ora emerge con certezza quel che già sapevamo, cioè che Mittal assumerà al massimo 10mila lavoratori per poi arrivare a 8500. E ancora più grave che il contratto scritto preveda che i lavoratori dovranno licenziarsi per essere poi riassunti e questo non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché il governo ha deciso di regalare l’Ilva a Mittal”  Sorge spontanea una domanda: perchè a maggio no, e ora sì?

Anche sul passaggio dei 10e700 lavoratori il procedimento è il medesimo del piano precedente ed in violazione del art.2112 sulle cessioni di rami di azienda. Ovvero di una delle poche legge rimaste a tutela dei lavoratori. Le ragioni sono presto dette. La legge prevederebbe che con l’acquisizione di una azienda da parte di un’altra, l’acquirente ha l’obbligo di trasferire nella nuova società tutti i dipendenti “senza soluzione di continuità”, ovvero garantendo loro tutte le condizioni e i crediti pregressi maturati come se fossero ancora nella cedente. Con l’espediente del licenziamento invece tutti i crediti maturati dai lavoratori con Ilva non passeranno alla nuova azienda, ma resteranno in capo a Ilva ed alla “procedura concorsuale” quindi a carico dei conti pubblici. Risultato, da un lato si fa l’ennesimo regalo ai capitalisti Mittal e Marcegaglia, dall’altro si mettono a rischio alcuni crediti dei lavoratori dato che, come noto, nelle procedure fallimentari il tfr pur in tempi lunghi si recupera di certo, il pagamento di altre spettanze quali ferie, permessi ecc può essere a rischio. Inoltre, come se non si stesse già infierendo a sufficienza sui lavoratori, con le dimissioni volontarie li si costringe a firmare un verbale di conciliazione in cui essi rinunciano a chiedere a Ilva il pagamento del preavviso e a chiedere alla nuova società di garantire in solido eventuali crediti non ottenuti da Ilva. In un sol colpo si impone la perdita di soldi ai dipendenti e di converso un condono tombale a favore di Am InvestCo. Come se tutto questo non bastasse, dato che i padroni i conti li fanno fino al centesimo, il passaggio dei lavoratori tramite “nuova assunzione” garantirà sì il passaggio delle voci fisse della retribuzione maturate ed aggiuntive ai minimi del CCNL. Ma mentre prime alcune di esse, come il Premio di Produzione, avevano incidenza su tutti gli istituti contrattuali, ora non più. Invece il contratto aziendale ed il relativo Premio di Risultato prima in essere che aveva una incidenza media sulla retribuzione del 5% semplicemente sparisce sempre in barba al art.2112. C’è l’impegno a discutere da zero nel 2019 di un nuovo PdR di cui però già si stabilisce che verrà elargito solo a partire dal 2021 se e solo se l’utile consolidato del gruppo sarà positivo altrimenti niente. Per il 2019 e 2020 verrà pagata a titolo di Una Tantum al posto del premio una cifra pari al 3%della retribuzione fissa,facendo così già capire che il premio del prossimo contratto aziendale sarà di certo almeno del 40% inferiore a quello in Ilva. Nulla cambia sull’incentivo all’esodo di 100mila euro massimo rispetto al precedente piano Calenda, così come nulla cambia in merito all’applicazione dell’art.18 già presente in precedenza e frutto delle imponenti lotte dei lavoratori messe in campo nei mesi precedenti il cambio di governo.

Si sostiene che l’accordo prevede comunque a fine percorso la riassunzione di tutti i lavoratori. Anche questa clausola era già presente nel piano precedente. La differenza è che mentre quello garantiva l’assunzione in aziende pubblico/private costruite ad hoc a partire da almeno 1500 assunti subito portando il totale di occupati nell’immediato a 11mila e 500 (contro i 10mila e 700 dell’accordo attuale), questo fa prendere l’impegno a Am investCo. È questa una soluzione migliore della precedente? In astratto potrebbe, ma come detto in precedenza, questo impegno si riduce a pura metafisica dal momento che nell’accordo viene richiamata integralmente quella intesa del 28 giugno 2017 che prevede a fine piano di portare gli organici a 8500 lavoratori.Questo accordo mette solo la testa sotto la sabbia permettendo alla coppia ArcelorMittal-Marcegaglia di portare avanti indisturbati i loro piani per i prossimi 5 anni sfilacciando il fronte dei lavoratori con una lenta agonia. Esattamente quanto abbiamo visto in altre vertenze nel passato, da Termini Imerese alla Thyssen di Terni per fare solo alcuni esempi. Peraltro è a tutti ben noto che se i 3mila e 300 esclusi dal passaggio alla nuova azienda, ma anche i 10mila e 700 che dovrebbero passare, qualora rifiutassero il ricatto di firmare la conciliazione tombale con Mittal e facessero causa per richiedere il rispetto dell’art.2112, molto probabilmente la spunterebbero facendo saltare tutto l’impianto dell’accordo sindacale.

Che dire infine del capitolo ambiente? Si sbandiera come grande risultato la modifica al Piano ambientale apportata dal documento cosiddetto di Addendum Ambientale sempre del 6 settembre. In realtà si scopre che la maggior parte degli impegni, come era scontato che fosse, risultano essere soltanto una ‘promessa‘ ad anticipare l’attuazione di quelle prescrizioni contenute nel Piano Ambientale del 2017, che recepiva quello approvato dal governo Renzi nel 2014, che a sua volta recepiva l’AIA dell’ottobre del 2012 che a sua volta recepiva e migliorava quella concessa al gruppo Riva nell’agosto del 2011 (Osservatorio Ilva” sul Corriere di Taranto) afferma; “Di fatto, ArcelorMittal avrà tempo sino al 2023 di realizzare lavori che nel siderurgico andavano svolti nel corso dei decenni, a partire dai lontani anni ’60. E quasi certamente ci saranno anche delle proroghe, nonostante la ‘minaccia’ contenuta nell’addendum di elargire sanzioni economiche per il mancato rispetto degli impegni intermedi e finali. Esattamente quanto era previsto già dal 2012. Secondo il nostro modesto parere, difficilmente Mittal riuscirà a fare tutto nei tempi previsti, al netto di imprevisti, ricorsi, problemi di varia natura che inevitabilmente si troverà davanti la multinazionale dell’acciaio.” Quindi nulla di radicalmente diverso. Ricordiamo per altro che già un anno fa i tecnici che hanno analizzato i piani, avevano affermato che gli investimenti presentati non sono congrui rispetto ai volumi che si dice di voler produrre e inoltre “tutte le tecnologie proposte puntano ad abbattere l’emissione di anidride carbonica, un aspetto importante ma che non ha effetto sulla diminuzione di gran parte dei fattori inquinanti pericolosi e di allarme sanitario/sociale derivanti dall’uso del carbone”(Il Fatto quotidiano, 31/ 5/ 2017).

Da tutto quanto sopra esposto si può evincere come siamo ben lontani da quell’accordo storico di cui ha parlato Palombella della Uilm e non siamo nemmeno a un accordo che salva i posti di lavoro e tutela l’ambiente come dichiarato da Usb e Fiom. E’ quantomeno l’accordo migliore possibile nelle condizioni date come sostiene Di Maio rimangiandosi tutte le sue promesse elettorali? Anche su questo ci permettiamo di dubitare, o meglio, forse era il miglior accordo possibile con la cordata Mittal/Marcegaglia. Ma era davvero questo l’epilogo cui si poteva e si doveva aspirare e per cui provare a costruire una battaglia? L’ingresso della cordata franco italiana era subordinata al raggiungimento di un accordo sindacale. Se l’accordo non si fosse raggiunto l’acquirente sarebbe saltato e tutto sarebbe tornato in discussione. A quel punto sarebbe stato giusto e necessario, oltre che di grande attualità e forza, tornare a portare al centro la rivendicazione della nazionalizzazione sotto controllo operaio dell’acciaieria più grande d’Europa e la sua riconversione a spese di chi ha distrutto Taranto? La nostra risposta è categoricamente si! Ci si poteva e doveva provare, costi quel che costi mobilitando non solo i lavoratori ma anche tutta la città di Taranto e di Genova. Sarebbe stato possibile a quel punto un accordo separato solo con alcuni sindacati tipo la Uilm e la Fim ed altri no? Non crediamo proprio dato che, come detto, con una violazione così palese dell’art.2112 un accordo del genere firmato solo da alcuni sindacati sarebbe crollato in un batter d’occhio. Per questo si è cercata ed ottenuta la unanimità sindacale e per questo tutte le sigle sindacali parimenti si sono assunte la responsabilità di aver sottoscritto un accordo che non doveva essere siglato. Come più volte ribadito esiste una sola soluzione che possa far convivere la salvaguardia sia dei posti di lavoro che dell’ambiente, la nazionalizzazione sotto controllo operaio e la riconversione a spese dei Riva attraverso l’esproprio delle loro ricchezze. Su quei binari si sarebbe dovuta indirizzare la battaglia coraggiosa dei lavoratori e non parlare di nazionalizzazione come di una chimera tanto lontana quanto non concretamente perseguibile.

Paolo Brini

Direzione nazionale Fiom/Cgil

12/9/2018 https://sindacatounaltracosa.org

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