Meritocrazia, un falso mito

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Esistono ormai parole tabù abiurate e vilipese, concetti e pratiche pericolose per l’ordine sociale esistente, parlare di uguaglianza, ad esempio nel trattamento economico, puo’ attirare antipatie e dissensi anche tra quanti avrebbero tutto da guadagnarci.

Accade sovente a chi oggi prova a fare sindacato guardando a quelli che un tempo definivamo gli interessi di classe, il pericolo, sempre in agguato,di essere smentiti dagli stessi lavoratori e come avremmo detto un tempo scavalcati da loro non a sinistra ma piuttosto a destra.

Condividiamo quanto scritto sulla meritocrazia da Carlo Formenti, sul suo blog di Micromega (clicca qui per leggere). e prendiamo spunto dall’intervento e da un bel libro di cui ci siamo già occupati ( Mauro Boarelli dal titolo Contro l’ideologia del merito Ed. Laterza).

Esistono parole feticcio come trasparenza, particolarmente abusate nella Pubblica amministrazione, in nome della trasparenza tutto deve essere tracciabile e pubblicato ma se un cittadino volesse cercare atti e determine su un sito istituzionale in molti casi si perderebbe tra 1000 pagine senza trovare quanto desiderato.

La trasparenza formale al posto di quella sostanziale, trasparenza di facciata quando le regole democratiche suggerirebbero ben altro, salviamo l’immagine per occultare una sostanza ben diversa che allontana la partecipazione effettiva ai processi decisionali, trasforma tutti\e in spettatori o partigiani da tastiera, rende sempre piu’ difficile l’accesso del singolo cittadino agli atti a meno che non voglia ricorrere ad un accesso formale con i 30 giorni di rito necessari alla risposta.

Ogni giorno ci imbattiamo nella retorica meritocratica che poi è ben diversa, e lontana, dall’effettivo merito.

Capita sovente che la perdita di memoria giochi brutti scherzi ai lavoratori e alle lavoratrici. Ad esempio quanti dei 3,2 milioni di dipendenti pubblici ricorderanno che la produttività altro non è che la sottrazione della quattordicesima legando una quota, per altro piu’ bassa, di salario accessorio al risultato della performance? E a seconda della valutazione dei dirigenti il lavoratore vede una parte essenziale del suo salario vincolata al raggiungimento di fantomatici obiettivi pensando che solo se meritevoli si abbia diritto a questi soldi.

Il merito allora cosa è se non rinunciare a rivendicare diritti e salari pensando che siano concedibili solo in presenza di risultati ? Siamo in presenza di una società meritocratica che sottrae al controllo dei lavoratori quote significative del loro salario restituendone solo una parte ma in cambio di aumento dei carichi di lavoro, assunzione di responsabilità crescenti e la fine del tradizionale confine tra prestazioni esigibili in orario di lavoro e una sorta di cottimo (non pagato) che comporta aumentare le ore effettive alle dipendenze del datore , magari portandosi il lavoro a casa?

Accade anche nel lavoro privato con i premi aziendali spesso legati alle presenze, ai giorni di assenza, al raggiungimento di risultati. Ma ormai nei contratti nazionali sta passando un altro concetto ossia che in caso di mancati profitti aziendali o di utili azionari, anche il salario di secondo livello vada abbattuto. La responsabilità dei mancati profitti padronali ricade sulla classe lavoratrice che ne paga il fio in termini economici e con la benedizione di un sindacato complice e culturalmente subalterno alle ragioni del dominante.

La subalternità culturale e politica della classe di riferimento comporta l’assoggettazione alle logiche dominanti tra le quali ritroviamo anche i meccanismi premianti verso chi non si ammala mai, verso chi si porta il lavoro a casa o è reperibile 24 h al giorno. Il tutto avviene senza che i lavoratori e le lavoratrici rimettano in discussione la retorica del merito che ha disarmato ideologicamente le classi subalterne gettandole in balia degli interessi padronali.

O si rimette al centro dell’operato sindacale una controffensiva ideologica e culturale per rimettere al centro del nostro operato gli interessi reali delle classi subalterne o saremo inesorabilmente sconfitti. E al contempo urge una iniziativa culturale a tutto campo, giusto per non ritrovarsi gli stessi lavoratori a perorare le ragioni del padrone, interiorizzando il concetto di colpa per i mancati utili azionari del proprio padrone arrivando a tagliarsi quote importanti del proprio salario o subendo passivamente contratti nazionali che legano il salario agli utili, una variabile dipendente che nel corso degli anni ha anche determinato aumento degli infortuni, delle morti e delle malattie contratte nei luoghi di lavoro.

Federico Giusti

16/2/2020 www.controlacrisi.org

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