Sfruttati e rassegnati: 14 ore al giorno nelle serre, ma guai a lamentarsi.

Sono tanti, tantissimi, circa 30mila. Un esercito di sfruttati che lavora 14 ore al giorno sotto il sole, in serre la cui temperatura sfiora i 50 gradi. Non si vedono facilmente anche se vivono in tutto l’Agro Pontino. Questi braccianti agricoli, infatti, lavorano nascosti dietro tendoni neri, piegati ore ed ore a raccogliere gli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.

I primi sono arrivati nelle campagne del basso Lazio già 30 anni fa, ma è negli anni 2000 che è iniziato il vero e proprio boom di presenze, un flusso inarrestabile di immigrati provenienti soprattutto dal Punjab, nel nordovest dell’India. “Una regione molto simile all’Agro Pontino – spiega il sociologo Marco Omizzolo – Pianura, enormi piantagioni, bufale e mucche”. Questa terra è stata abbandonata da migliaia di indiani, di religione sikh, che hanno deciso di vendere tutto, per inseguire il sogno di una vita migliore.

G. è uno di loro. Lo incontriamo a Bella Farnia, frazione di Sabaudia, villaggio sorto per accogliere i vacanzieri romani e diventato la casa per centinaia di indiani. G. ha 30 anni, una moglie in India e un figlio di un anno che non ha ancora conosciuto. “Vengo dal Punjab, lì ho studiato in una scuola privata e poi ingegneria all’università. Ma il mio vero sogno era diventare giocatore di hockey. Ero bravissimo!”. G. si ferma, si guarda intorno, controlla che nessuno ci ascolti: “Poi un giorno è arrivato un mio parente che viveva in Italia e mi ha detto di lasciare tutto e di partire. La mia famiglia ha venduto il trattore e i gioielli per comprare il biglietto aereo. Qui in Italia però niente è stato come ci aveva promesso il mio parente. Da 5 anni vivo qui e raccolgo ravanelli. Sto 13-14 ore piegato. Ogni giorno. La paga è di 2 euro e 90 ogni 300 mazzi da 15 ravanelli e non possiamo lamentarci: se lo facciamo, rischiamo che ci venga abbassata la paga; in passato è già successo”. Lavora a cottimo, cosa illegale in Italia. “Non possiamo riposarci, c’è sempre un capo che vigila sul nostro lavoro e se sbagliamo dice: rifai tutto, non ti fermare”. Quando gli chiediamo perché non torna in India, risponde abbassando lo sguardo: “Non posso tornare perché la mia famiglia ha fatto tanto per mandarmi qui. Se gli dicessi la verità li deluderei. Adesso tocca a me: devo aiutare mio padre anche se non ho soldi”.

A Pontinia, in provincia di Latina, incontriamo Monica, 30 anni, due figli. “Mio marito lavora 13-14 ore, senza pause. In agricoltura non esistono ferie – racconta, – anche il sabato e la domenica lavoriamo. Nella busta paga il padrone scrive quello che vuole perché noi non conosciamo la vostra lingua”. Padrone, così gli indiani chiamano il loro datore di lavoro. Un padrone che va rispettato sempre e comunque. “Ci arrivano tante segnalazioni di buste paga finte – spiega Nanda, un indiano che lavora alla Cgil di Latina -, i datori di lavoro dicono che pagheranno mille euro al mese, ma pagano molto meno. Scrivono che il bracciante ha lavorato una settimana invece ha lavorato trenta giorni, comprese le domeniche”. In molti però la busta paga non ce l’hanno proprio. “Gli indiani entrano in Italia con un regolare permesso di soggiorno, ma con il tempo lo perdono e diventano clandestini”. A Fondi, in una casa di lamiera, ci accoglie Singh Parminder che vive qui insieme alla sua famiglia e a quella del fratello. “Io sono qui dal 2003, ho sempre avuto un contratto, ma quest’anno il padrone non l’ha rinnovato. Dice che non ci sono i soldi e ci sono troppe tasse. Dal 30 maggio non ho il permesso di soggiorno; ma lavoro c’è, senza contratto però”. Singh Parminder alza la maglietta e mostra una cintura: “La porto perché lavoro tanto e la schiena fa male ma non posso permettermi di assentarmi dal lavoro. Noi non abbiamo giorni di malattia. Per affrontare tutto questo, molti indiani prendono droghe. Come fai a lavorare 14 ore senza mai fermarti? Purtroppo non si rendono conto che, prendendo la droga, quei pochi soldi che guadagnano in più li riusano per comprarne altra. Una volta che la prendi è impossibile continuare a lavorare senza”. L’uso di oppio e di altre sostanze tra i sikh dell’Agro Pontino è un fenomeno allarmante e crescente. “Molti indiani si dopano per lavorare – spiega Omizzolo -, e questo per la comunità sikh è un grande problema perché la loro religione vieta severamente l’uso di droga e alcool”. In questa terra, all’ombra del Circeo, tutto sembra possibile. Tranne che vivere. “Io sono venuto in Italia perché pensavo di trovare la vita come al cinema, invece è un incubo – dice Tallvinder, un ragazzo di 26 anni. Si dovrebbe lavorare per vivere, io invece vivo per lavorare. Questa non è vita”. Antonella Spinelli e Nicole Di Giulio 677/2015 www.redattoresociale.it

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *