Tra urina e plastica bruciata…aspettando la “soluzione finale”

Solo i cani randagi si muovono con disinvoltura in mezzo al fango e ai rifiuti su cui sorge la baraccopoli di San Ferdinando. Sono passati solo pochi giorni da quando il giovanissimo Suruwa Jaithe ha finito il suo viaggio, carbonizzato in una delle centinaia di capanne in legno, lamiera e cartone di cui è fatto questo insediamento che non dovrebbe esistere. È la terza vittima della baraccopoli dall’inizio dell’anno. A gennaio era toccato a Becky Moses rimanere intrappolata tra le fiamme, a giugno il bracciante sindacalizzato Soumayla Sacko cadeva a terra raggiunto dai colpi di fucile mentre recuperava lamiere in un cantiere abbandonato. Le ruspe di Salvini qui non arrivano, nonostante le promesse estive del ministro, pronunciate proprio in mezzo a questi migranti all’indomani dell’assassinio del giovane gambiano. Perché nella Piana di Gioia Tauro non basta smantellare per ottenere i consensi, bisogna trovare un’alternativa per questo esercito di manodopera agricola a basso costo che nei mesi della raccolta può contare sulle braccia di tre o quattromila migranti, disposti a spaccarsi la schiena per 20 o 30 euro al giorno. E radere al suolo la baraccopoli senza un piano B significherebbe lasciare a marcire sugli alberi arance, mandarini, kiwi, melograni e olive. «Servono posti letto, container, stanze asciutte dove non ci si riscalda col fuoco di un braciere che prima o poi ti incendia la baracca», dice con gli occhi pieni di rabbia Doumbé, 23 anni, originario della Costa d’Avorio, tra i primi soccorritori nella notte dell’ultimo rogo. «Salvini deve chiudere questo posto, non possiamo vivere così», prosegue, mostrando tutta la sua inquietudine per ciò che accadrà da qui ai prossimi giorni, con l’entrata in vigore del decreto sicurezza. Lui e quasi tutti gli abitanti di questa bidonville si trasformeranno ufficialmente in clandestini nel giro di pochi mesi. La maggior parte di questi lavoratori, infatti, vive in Italia in virtù di un permesso umanitario, una tutela che la legge Salvini ha di fatto cancellato. E i raccoglitori di San Ferdinando vengono dal Mali, dal Burkina Faso, dal Gambia, dalla Guinea, dal Ghana, dal Senegal, dalla Liberia, dal Sierra Leone e dalla Nigeria, in altre parole: sono migranti economici, per il governo non hanno diritto all’asilo politico. Unica alternativa per sopravvivere sarà l’illegalità, con tutte le prevedibili conseguenze. «Se ci lasciate senza documenti che facciamo?», alza la voce Doumbé, prima di stringere la mano a pugno: «Un africano senza documenti non può lavorare, deve rimanere clandestino, diventa una persona pericolosa, ammazza tutti».

Ad ascoltarlo c’è Jacob, 30 anni, sindacalista ghanese della Cgil, un punto di riferimento per molti abitanti di questa città abbandonata dallo Stato. Parla un buon italiano e non alza mai la voce mentre mostra ciò che resta della baracca di Suruwa Jaithe: pali carbonizzati in mezzo a carcasse di brandine, brandelli di coperte e un intero motorino squagliato. «Chiediamo solo la dignità che spetta a un essere umano, a un lavoratore», dice. «In fin dei conti questa baraccopoli l’avete creata voi con le vostre guerre. Se non aveste rovesciato Gheddafi molti di noi non si troverebbero neanche qui».

Muoversi tra i vicoli di questa favela non è semplice, soprattutto se il giorno prima ha piovuto e la terra si è trasformata in fango alto 10 centimetri e gli avvallamenti del terreno sono diventati piscine d’acqua sudicia da guadare con cassette della frutta e sassi. I pochi servizi igienici non bastano per un insediamento così grande. Al ritorno dai campi ci si lava con bottiglie d’acqua e chi può acquista del sapone in uno dei tanti spacci presenti. Botteghe illegali, ovviamente, sprovviste di qualsiasi licenza commerciale, senza le quali però non sarebbero reperibili in loco neanche i beni di prima necessità: cibo, bevande, scarpe, ricambi di ogni genere. Ci sono anche barbieri e meccanici per le biciclette. Il primo centro abitato dista chilometri da qui, zona industriale di San Ferdinando, alle spalle del sempre meno influente porto di Gioia Tauro, tra capannoni abbandonati e sterpaglie. E per chi vuole pregare c’è una moschea e una chiesa evangelica. L’aria sa di urina e plastica bruciata. E non lascia indifferenti vedere fumo fuoriuscire da una capanna dopo l’ultima tragedia, ma è solo un forno, dicono. Poi l’odore cambia, diventa quasi profumo. Di cibo. Da una finestrella con balaustra spuntano gli occhi di Sunth, gambiano di 32 anni. Cucina riso con crema di ceci e arachidi. Chiede di non essere fotografato, «non voglio finire male», dice, «l’anno scorso dodici persone sono finite all’ospedale, perché qui capita che ti passi accanto una macchina a forte velocità con lo sportello aperto». Scandisce le parole con tono imponente, ostile, non ama i giornalisti che da giorni si vedono nel campo. Ma mentre mescola il riso in pentola racconta la sua storia. Lavora qui da otto anni, è una sorta di operaio specializzato, pilota macchine agricole. Ci mostra un video in cui manovra uno strano macchinario rumorosissimo: uno scuotitore d’ulivi. Le sue competenze erano molto richieste fino all’anno scorso, quando ancora aveva un permesso di soggiorno regolare. Ora non chiama più nessuno si è inventato un modo alternativo di tirare avanti: cucina per gli abitanti della baraccopoli. Ma lui non vive qui, paga un affitto per un appartamento a Rosarno con moglie e figlia di un anno e mezzo. «Siamo completamente abbandonati», dice Sunth. «Io non voglio elemosina, voglio pagare tutto: affitto e bollette. Ma per farlo devo avere un contratto di lavoro regolare. E qui nessuno te lo fa», spiega alzando di nuovo la voce. «Se non siete in grado di creare lavoro regolare aprite le frontiere e ce ne andiamo da un’altra parte. Una volta ho provato ad andare in Svizzera ma in Italia mi avevano rubato la mano (le impronte digitali, ndr) e mi hanno rispedito qui». Non resta che inventarsi un modo per rimanere a galla, lavorare in nero, almeno finché hai le forze per farlo. «Qualche anno fa mentre potavo un albero mi è caduto un tronco addosso e sono rimasto a casa per tre mesi», racconta Sunth. «Il padrone non mi ha dato neanche un euro per tutto quel periodo». Chi si fa male da queste parti non va in ospedale per paura di essere denunciato, i migranti infortunati bussano alle porte del presidio medico di Emergency che ha messo su un ambulatorio a Polistena, altro comune della Piana.

«Dovete mandare via Salvini», dice un ragazzo passando in bicicletta senza fermarsi. Per i vicoli della bidonville, in mezzo a panni stesi e giocattoli abbandonati, ci sono uomini in divisa, poliziotti. Dalle prime ore del mattino di mercoledì, infatti, è in corso un’operazione di «censimento», dice un agente. Nei fatti gli abitanti del campo vengono schedati. «Tutto procede in tranquillità, con la totale collaborazione dei migranti», spiega il poliziotto mentre il suo collega bussa alle porte di una baracca per invitare gli inquilini ad andare in uno dei punti di identificazione e rilasciare il proprio documento. Qualcuno si innervosisce, ma quasi tutti sperano di «entrare in liste». Ufficialmente il censimento serve infatti a fare una stima degli ospiti presenti per trovare una soluzione abitativa differente. Da tempo la Prefettura parla di container da affiancare alla tendopoli attrezzata, insediamento diverso dalla baraccopoli, allestita dalla protezione civile a due passi dalla bidonville all’indomani del rogo dello scorso gennaio. «È loro interesse farsi identificare», spiega ancora l’agente, «è un lavoro che facciamo per loro».

A parte qualche piccolo momento di tensione, la presenza della polizia non altera la quotidianità del villaggio: i negozi abusivi non nascondono la loro merce e la prostituzione femminile prosegue come sempre. Verso le 16 la giornata lavorativa è finita e quelli appena tornati dai poderi si sciacquano mani e viso e poi corrono verso uno dei banchetti allestiti per il “censimento”. Alcuni ci sperano, in molti credono che i container siano l’ennesima promessa che gli italiani non manterranno. O al massimo verranno reperiti posti letto per pochi fortunati e alla maggioranza toccherà rimanere nella baraccopoli per un altro inverno. «A meno che il Comune non metta a disposizione delle case», aggiunge Jacob.

Per trovare abitazioni di questo tipo, però, bisognerebbe poter accedere a uno Sprar, quello che fino a ieri era il servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati e che da domani, per disposizione del decreto sicurezza sarà dedicato solo a chi hanno riconosciuto l’asilo politico. Un modello che in passato ha garantito integrazione, formazione professionale e tutela. E che qui in Calabria, come in altre parti del Paese, ha generato occupazione. Per i calabresi, non solo per i migranti. Sono 126 i progetti Sprar attivi nella regione in questo momento che danno lavoro a giovani laureati del posto: mediatori culturali, psicologi, medici, insegnanti. Come succede a Sant’Alessio in Aspromonte, dove su 15 addetti, cinque sono nati e cresciuti nel paesino di 300 anime, gli altri vengono dai centri vicini. Una ricaduta occupazionale importante. «Col decreto sicurezza molti Sprar chiuderanno perché di fatto, senza nuovi arrivi, non ci sarà ricambio», dice Luigi De Filippis, responsabile dei progetti che accolgono e formano 28 persone: 20 seguite con programma ordinario e 8 con programma dedicato alle disabilità fisiche e mentali. «Questo è un Paese a rischio spopolamento e i migranti trovano un alloggio grazie all’accoglienza diffusa: il Comune prende in affitto delle abitazioni da privati a prezzo calmierato e le mette a disposizione degli ospiti», spiega De Filippis. E anche i migranti di Sant’Alessio a breve rimarranno in strada. Appena finirà il progetto in corso, della durata di 6 mesi, chi è sprovvisto di asilo politico dovrà trovare un’altra sistemazione e un modo per reperire un permesso di soggiorno. Chi passa da qui, come dagli altri Sprar, ha però un vantaggio: nel corso della loro permanenza i migranti studiano l’italiano, svolgono corsi di avviamento professionale e in tanti riescono a ottenere un tirocinio lavorativo. Agricoltori, pizzaioli, muratori, meccanici. Chi esce da qui ha imparato un mestiere da rivendersi fuori. Da quando è attivo, lo Sprar di Sant’Alessio ha accolto un centinaio di persone: nigeriani, armeni, gambiani siriani sono solo alcune delle nazionalità transitate. Attualmente ci sono anche 10 bimbi con le rispettive famiglie. Spesso seguono i genitori in classe durante le lezioni d’italiano. Antonella Marino, l’insegnante di lingua, riesce a spiegare le regole grammaticali senza farsi distrarre dall’allegra confusione inevitabilmente generata dalla presenza dei piccoli. Magari ne prende uno in braccio e continua a scrivere alla lavagna. «Ho insegnato in tanti contesti diversi», racconta, «ma non ho mai provato la stessa soddisfazione che provo con i migranti. È un lavoro che ti riempie», spiega la docente.

La visita allo Sprar di Sant’Alessio trasforma il ricordo della baraccopoli di San Ferdinando in un incubo lontanissimo. Ma per molti, a breve, quell’incubo sarà l’unica via di fuga possibile. Non chiamatelo decreto sicurezza.

Rocco Vazzana

9/12/2018 http://ildubbio.news

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