Un disumano decoro

La forma di una panchina non ha niente di neutrale. Ci sono quelle che rendono possibile sdraiarsi e dormire, se non si ha qualcosa di meglio. E ci sono quelle che lo rendono impossibile: le panchine “a prova di vagabondo”.

Di quest’ultimo tipo ce ne sono sempre di più in Italia, dove dal luglio 2008 le amministrazioni locali hanno visto aumentare i propri poteri in materia di sicurezza. Ma ce ne sono sempre di più ovunque, nel mondo: da Washington D.C. a Budapest, da Oslo a Madrid, da Tokyo a Parigi.

Un importante report su 187 città statunitensi ha evidenziato un aumento dei divieti relativi all’uso dello spazio pubblico, tra il 2011 e il 2015, pari al 43%. E l’assortimento di panchine Bum-proof si arricchisce via via: da quelle tubolari a quelle singole, fino a quelle dotate di sbarre. Le panchine sono solo una delle componenti della “architettura difensiva”, per dirla con l’artista inglese Nils Norman, che dagli anni Novanta fotografa elementi di questo fenomeno (un lavoro simile lo porta avanti il collettivo francese Survival Group).

 

 

Forse è più appropriata, però, una definizione più forte che si sta facendo strada: “architettura ostile”.

 

Se la forma di una panchina risponde a logiche politiche, tutte le misure anti-clochard rientrano in una precisa strategia che ostacola la vita dei poveri in città. Sono deterrenti per chiunque pensi di poter sovrapporre spazio pubblico e spazio privato.

 

La questione oggi è evidentemente di grande attualità per come si inserisce nel quadro della cosiddetta riqualificazione. La retorica del decoro e del degrado. Ed è un buon esempio del rapporto diretto, osservatoda Bergamaschi, Castrignanò e De Rubertis, tra meccanismi di controllo dello spazio pubblico ed esclusione degli indesiderati. Qualcosa che un’importante ricerca dello European Observatory on Homelessness ha individuato in aumento significativo dalla seconda metà degli anni Novanta.

Il primo in Italia a prendere questa direzione fu Giancarlo Gentilini, “lo Sceriffo”, sindaco di Treviso per un decennio. Era il 1997 quando fece rimuovere alcune panchine del centro perché non ci dormissero i migranti. In molti, tra i primi cittadini italiani, seguirono l’esempio. Togliendo le panchine o rendendole indisponibili.

Venezia mise il divieto di sedersi in modo scomposto. A Trieste vennero tagliate con la sega elettrica le panchine di una piazza. Voghera proibì anche solo di sedersi dopo le undici di sera. La situazione si è articolata in un modo più complesso nel 2007, quando Belluno ha introdotto nell’arredo urbano le panchine con il bracciolo divisorio. E in fretta le amministrazioni di parecchie città, grandi e piccole, hanno sperimentato la novità.

 

Sgombrate la marginalità. Togliete la povertà da sotto i miei occhi. Negate al senzatetto la libertà di vivere lo spazio pubblico come privato, lo spazio urbano come casa.

 

Succede in tutto il mondo. E negli ultimi tempi succede più spesso. Spuntoni di metallo a terra, sia a Londra che a Manchester, per rendere impossibile sedersi di fronte ai palazzi. Pietre sistemate su un prato di Tacoma dove i senzatetto della zona andavano a sdraiarsi. Un sistema di irrigazione attivato davanti alle vetrine di un centro benessere di Bristol. Nuovi sedili che sostituiscono le lunghe panchine in legno alla stazione ferroviaria di Varsavia (le operazioni condotte nelle stazioni europee, ovunque dello stesso segno, meritano un capitolo a sé).

 

 

E ancora, un’ingombrante rastrelliera porta-biciclette installata sotto un viadotto di Seattle (città dove nel 2017 sono stati sgombrati 165 accampamenti di homeless in dieci mesi), per evitare che il luogo facesse da rifugio agli indesiderati.

Mike Davis ha parlato di “sadismo” dell’ambiente urbano.

Pochi mesi fa il rapper britannico Professor Green ha guidato una protesta contro le panchine con la sbarra nel mezzo, installate nella cittadina inglese di Bournemouth. Ha invitato a rivoltarsi contro il tentativo di rendere invisibile il numero crescente di senzatetto.

La cittadinanza ha raccolto oltre ventimila firme perché il Comune “non voltasse le spalle agli homeless”. E lo stesso Professor Green ha partecipato alla sostituzione di una panchina-ostile con una panchina che permettesse di stendersi dignitosamente.

Non è un caso isolato. Negli ultimi anni, da Londra a Vancouver, la pressione dell’opinione pubblica ha spinto alla rimozione di spuntoni e sbarre per scacciare i poveri come si scacciano le bestie.

Sono state allestite anche a Roma, a dicembre 2017, le “panchine anti-barbone”. Nella zona di piazza Bologna, per volontà e a spese di un comitato di quartiere, con l’autorizzazione dell’amministrazione del Municipio II.

Dopo le proteste, un’azione simbolica del gruppo Baobab Experience ha segato la sbarra di una panchina, e lasciato un messaggio: “Più de còre, meno decoro”.

 

Per approfondire:

Un quadro ampio e con una ricca bibliografia: AA. VV., Homelessness and Exclusion: Regulating public space in European Cities, in «Surveillance & Society» vol. 5, n. 3, 2008

(E se si obiettasse che i clochard rendono inservibili le panchine, sottraendole alla comunità e a spese della comunità, si sappia che esistono modelli come questo.)

30/9/2018

Articolo apparso sul sito I Diavoli

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