WELFARE AZIENDALE: UNA SOLUZIONE? NO, UN PROBLEMA.

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Sulla base di questa narrazione il Governo Renzi con la Legge di Stabilità 2017 ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che sviluppano il welfare privato in azienda.
Ma è davvero così? Proviamo ad analizzare cosa sia in realtà questa strana bestia che sta’ entrando nelle nostre vite e, soprattutto, nei nostri salari.

1. Cos’è e come si è evoluto il welfare aziendale? Il welfare aziendale è un pacchetto di servizi offerto dalle aziende ai propri dipendenti. Fino a qui, tutto bene. Peccato che tale offerta sia sostitutiva degli aumenti stipendiali o, come avviene sempre più spesso, dei premi aziendali. Copertura sanitaria, spese per l’istruzione dei figli, ma non solo. Nel caso di imprese particolarmente “evolute”, servizi di baby-sitting, nidi aziendali, in un futuro non troppo lontano gestione delle incombenze della vita privata, come la spesa o l’invio delle raccomandate in posta.
Insomma un vero e proprio investimento aziendale nella fidelizzazione del dipendente. Ma è solo questo?

2. Quali sono i settori in cui si è maggiormente sviluppato? In ambito sanitario il welfare aziendale non è più un aggiunta ma è già diventato un obbligo. Gli enti bilaterali, istituiti da accordi contrattuali tra padroni e sindacati di stato gestiscono direttamente tramite contrattazione collettiva quest’aspetto e, nel caso del Fondo Est/Unisalute, impongono a tutte e tutti i dipendenti del settore commercio una vera e propria tassa in busta paga per finanziarlo. Insomma, un vero e proprio business costruito sulla malattia e pagato da tutte e tutti le lavoratrici ed i lavoratori del settore!

3. Lavoratrici e lavoratori ci guadagnano? Non è così: il welfare aziendale si sta sviluppando grazie alla defiscalizzazione. La conseguenza di quest’ultima per un lavoratore che aderisca (volontariamente o meno) a un fondo è un risparmio di circa il 10%; per l’azienda, invece, il risparmio si aggira attorno al 40%.
Si potrebbe dire che il 10% è meglio che un calcio in bocca. Peccato, però, che per il lavoratore si tratti di una partita di giro.
Spieghiamoci meglio: se lo Stato defiscalizza, riceve minori entrate fiscali e, quindi, destina meno fondi a istruzione, sanità, pensioni e welfare universale. In conseguenza diminuisce le prestazioni a favore dei cittadini, innalza i ticket sanitari, diminuisce la spesa per la scuola, aumenta a dismisura le tasse universitarie e porta l’età pensionistica oltre i 70 anni.
In pratica ci spingono a destinare i nostri soldi verso il business del welfare privato in modo da smantella re sempre di più lo stato sociale pubblico universale. In conseguenza ci fanno pagare due volte lo stesso servizio, una volta con le tasse sul reddito, un’altra con la contribuzione ai privati.

4. Chi è che ci guadagna? In primo luogo le aziende che vendono welfare, veri e propri parassiti che vivono dei fondi regalati dallo stato alle imprese; in secondo luogo i fondi pensione, le casse assicurative, le scuole private e tutti coloro che stanno ingrassando sullo sfacelo dello stato sociale.
In altra forma ci guadagnano le imprese che fidelizzano il dipendente mantenendolo sotto ricatto della perdita, con il posto di lavoro, anche di tutte le prestazioni sanitarie, scolastiche e assistenziali legate al welfare aziendale. Recenti studi mostrano come in queste aziende il tasso di malattia sia decisamente minore, quello di produttività maggiore e la combattività dei dipendenti a livello vicino allo zero. In pratica la paura di perdere insieme al posto di lavoro l’assistenza sanitaria o il voucher per le spese scolastiche dei figli fa letteralmente quaranta. Si va a lavorare anche con la febbre pur di non entrare nella lista dei licenziabili.

5. Quali sono i rischi per il nostro reddito e la nostra vita? Nel breve periodo padroni e sindacati di stato cercheranno di aumentare le quote del nostro stipendio da destinare al welfare aziendale. In campo metalmeccanico Fca sta già spianando la strada, costruendo contratti collettivi che prevedono aumenti salariali solo per i dipendenti che siano disponibili ad accedere al welfare d’azienda. In pratica le aziende risparmieranno perché di fatto abbasseranno gli stipendi, sostituendone una parte con benefit pagati dagli stessi lavoratori tramite gli sgravi fiscali operati ai danni della sanità e dell’istruzione pubbliche.Nel lungo periodo, se passerà il piano dei padroni, del governo e di Cgil-Cisl e Uil, il welfare universale è destinato ad essere sostituito da quello aziendale e questo comporterà che dovremo avere un posto di lavoro per poterci pagare l’assistenza sanitaria, la pensione e l’assistenza in generale. Senza posto di lavoro niente pensione, niente sanità, niente scuola per i figli.
La conseguenza sarà quella di accettare qualsiasi posto di lavoro, qualsiasi orario e qualsiasi stipendio pur di non essere espulsi dal circuito produttivo. Il paese di Bengodi per i padroni!
In più le aziende che vendono welfare cercheranno di spostare le prestazioni più costose (come quelle per le malattie più serie e per quelle mortali) su quanto rimarrà della sanità pubblica. Quindi lavoratrici e lavoratori pagheranno la sanità privata ma rimarranno in realtà senza cure se capiterà loro qualcosa di serio. Uno scenario da incubo per milioni di persone!

6. Perchè Cgil-Cisl e Uil accettano questa deriva? I sindacati di stato sonio complici della rapina del welfare perché ci guadagnano. La bilateralità è già oggi la principale fonte di entrate per i sindacati che aderiscono agli accordi specifici. Nel 2013 un rapporto su previdenza integrativa e fondi bilaterali contava 536 fondi previdenziali legati a Cgil-Cisl e Uil con un giro di 104 miliardi di euro (il 6% del PIL italiano, per intenderci) e 260 fondi di sanità integrativa con un giro d’affari stimato attorno ai 65 miliardi di euro. Sempre nello stesso rapporto si parlavo di 10mila persone impiegate in questo settore. Almeno il 75% di queste provengono dai sindacati firmatari degli accordi. Inoltre Cgil-Cisl e Uil incassano i gettoni di presenza per la partecipazione ai Consigli d’Amministrazioni di fondi ed enti bilaterali. I soldi versati dai lavoratori in parte cospicua finiscono proprio nelle spese di gestione, ossia negli stipendi e nei gettoni di presenza. Ad esempio il fondo Fonchim (settore chimico) nel 2013 ha destinato 588mila euro per gli organi statutari e 1,2 milioni per i costi di gestione, mentre Cometa (settore metalmeccanico) ha speso lo stesso anno 250mila euro per il proprio CdA e 1,1 milioni di euro per il personale del fondo.

7. Come opporci a questa deriva? La partita per ridurre il nostro reddito aumentando quello delle aziende è ancora in corso e il risultato non è scontato. Dopo averci provato chiedendo di aderire ai fondi integrativi nel 2006, padroni e sindacati di stato stanno cercando di imporre contrattualmente di contribuire alla nostra rovina. Noi però possiamo opporci: sviluppando l’opposizione a ogni accordo che preveda l’aumento delle quote di stipendio da destinare al welfare aziendale, rifiutando ogni collaborazione con questo sistema e quindi non iscrivendosi ai fondi e non accettando i loro regali avvelenati, rivendicando in ogni occasione il diritto ad uno stipendio dignitoso che cio consenta di vivere una vita decente e lottando per un welfare pubblico, universale e funzionante.

Non vogliamo pagarci sanità, pensioni e scuole private con i nostri stessi stipendi.
Vogliamo sanità, assistenza e scuola pubbliche gratuite e di ottima qualità; vogliamo andare in pensione non oltre i 60 anni e vogliamo una pensione pari al nostro ultimo stipendio!
Non vogliamo arricchire qualcun altro con il nostro lavoro.
Vogliamo che la nostra società sia ricca abbastanza da permettere a tutte e tutti di vivere una vita degna di essere vissuta!

Beppe Scienza

1 marzo 2018 www.cub.it

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