Aeroporto di Catania: concedere, obbedire, privatizzare
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Da anni, è opinione orami diffusa, tutto ciò che è “pubblico” equivale a spreco di denaro della collettività o peggio di inefficienza. Viceversa “privato” invece è diventato sempre più sinonimo di grande efficienza. Nel tempo, questo pensiero, è stato fatto sedimentare così bene nella mente di una larghissima parte dell’opinione da divenire una certezza consistente. Poco importa se una società a capitale pubblico funziona benissimo e crea utili e progredisce, anche quando è governata in un modo non proprio “compatibile”.
E’ il caso della SAC la società che gestisce l l’Aeroporto di Catania costituita il 23/03/1981. La composizione iniziale di questa società vedeva il comune di Catania, l’allora provincia di Catania, la Camere di commercio di Catania, Ragusa e Siracusa, e società partecipate della Regione Sicilia. Nel 2015, con decreto istitutivo del Ministro dello Sviluppo Economico, nasce la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura del Sud Est Sicilia che è frutto dall’accorpamento “in via volontaria” (sic) delle preesistenti Camere di commercio di Catania, Ragusa e Siracusa.
Da quest’atto normativo viene fuori una nuova compagine sociale della SAC che vede la Camera di commercio del Sud Est socio di maggioranza con il 61% circa, seguono poi la città metropolitana di Catania con 12% circa, L’Irsap (Regione Siciliana) con il 12% circa, il libero consorzio di Siracusa con il 12% circa e poi fanalini di coda sono il comune di Catania con il 2% circa e il comune di Comiso con meno dell’1% (esattamente lo 0,95%). Secondo l’adagio “pubblico è inefficienza” l’aeroporto di Catania, gestito da una struttura a intero capitale pubblico, dovrebbe essere un carrozzone clientelare (in parte lo è) che produce debiti di ogni tipo.
Invece no! E’ la 5° struttura aeroportuale d’Italia. Negli ultimi dieci anni è cresciuta significativamente. I dati dei passeggeri pubblicati nel sito di Assaeroporti, associazione di Confindustria, https://assaeroporti.com/serie-storiche/, ne sono una chiara conferma. Nel triennio 2017/2019 si è passati da 9.120.913 passeggeri del 2017 ai 9.933.318 del 2018 fino ai 10.860.068 del 2019. Ovviamente, causa COVID, nel 2020 e nel 2021 vi è stato un notevole calo. Ma già dal 2022, con 10.099.441 passeggeri la struttura è ripartita, per arrivare ai 10.739.614 passeggeri del 2023 e chiudere il 2024 con 12.346.530 passeggeri.
Questi numeri indicano come l’infrastruttura sia diventate centrale e strategica per l’economia siciliana, in particolare il turismo. La sua crescita è legata prevalentemente anche ai tanti investimenti pubblici fatti negli ultimi anni (nuovi terminal e pista su tutti). Il miglioramento, con soldi pubblici, dei servizi è uno dei motivi per cui le compagnie aeree hanno puntano sempre più ad atterrare sulla pista etnea. All’aeroporto servirebbe un management più attento, capace, con una visione che sappia esaltare, attraverso investimenti mirati, le grandi potenzialità della struttura.
Invece, dal 2015, cioè da quando la nuova Camera è nata, fino al suo commissariamento, la Sac è diventate il poltronificio e/o postificio delle organizzazioni che controllano l’ente camerale e quindi la Sac, cioè: Confcommercio, Confagricoltura, Confindustria delle tre province (Catania, Ragusa e Siracusa), il tutto, ovviamente, con il visto di conformità rilasciato dal centrodestra. Le stesse persone – Torrisi in prima persona (presidente di Federalberghi Confcommercio e uomo di Schifani) – ora puntano a gestire il grande business della privatizzazione annunciato urbi et orbi pochi giorni fa.
Pare che i gruppi da tempo interessati a quest’affare vanno dalla SAVE (società che gestisce l’aeroporto di Venezia), a quello della famiglia Benetton, che potrebbe imbastire una trattativa assieme alla società AdR (Aeroporti di Roma), posseduta per il 99,93% dal colosso Mundys (ex Atlantia). L’altra ipotesi è una joint venture fra Eurkenian (altro nome di grido: l’argentino Eduardo controlla gli aeroporti toscani di Firenze e Pisa) e il fondo d’investimenti F2i, dietro cui si celano alcuni colossi della finanza, comprese un paio di banche d’affari internazionali (Lehman Brothers e Merrill Lynch). Della serie: piatto ricco mi ci ficco?
Vedremo. Una cosa è certa se la privatizzazione andrà in porto non è assolutamente detto che aumenterà l’efficienza e/o gli investimenti, non è detto che i livelli occupazionali saranno salvaguardati, così come non è detto che l’impresa privata sia sempre più efficiente dell’impresa pubblica. Questa tesi non trova conferme, né nella letteratura scientifica né nell’esperienza del nostro paese. Un esempio lampante di privatizzazione fallimentare è stata la vendita delle concessioni autostradali ai Benetton (guarda caso): un mercato non contendibile, tariffe cresciute di 30 punti sopra l’inflazione, rendimenti superiori alle medie di mercato e investimenti effettivi sotto le previsioni.
Tutti dati noti già prima che crollasse il Ponte Morandi. Se certa classe dirigente nemmeno di fronte a queste evidenze è in grado di rivedere criticamente l’esperienza delle privatizzazioni e di trarne chiare implicazioni di linea politica, o si ha un serio problema con la memoria storica e col far di conto, oppure questa convinzione è dettata da qualcosa di strano.
Mimmo Cosentino
Rifondazione Comunista Sicilia
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