No Kings, la ribellione anti-Trump

Milioni di persone hanno manifestato contro Trump. Rappresentano un punto di svolta: oggi il presidente è meno amato e soprattutto meno sostenuto dai suoi. E le opposizioni hanno qualche arma in più per organizzare la resistenza

La vittoria di Donald Trump nel 2024 non rappresenta un cambiamento soltanto politico, è anche culturale. Il fatto che Trump abbia prevalso sia nel voto popolare che in tutti gli stati chiave ha significato, per molti (per Trump stesso in primis), che il paese aveva accettato con entusiasmo la sua visione del mondo, che condivideva pienamente il suo programma politico rendendo vana qualsiasi resistenza. Media, aziende e altre istituzioni si sono rapidamente piegate all’amministrazione entrante, la quale, una volta insediata, non ha incontrato nulla che si avvicinasse al tipo di diffusa resistenza e di energica protesta su larga scala che aveva perseguitato Trump durante il suo primo mandato.

Tutto questo si basava sulla percezione. In realtà, la vittoria di Trump, sebbene più netta di quella del 2016, è stata anemica nella sua portata storica. Non è infatti riuscito a superare la soglia del 50%, le sue vittorie negli stati chiave sono state ottenute tutte con margini risicatissimi e i repubblicani avevano in realtà ottenuto una quota maggiore del voto popolare alle elezioni di medio termine del 2022, un’elezione ampiamente considerata un fiasco storico per il Partito repubblicano.

Ma nonostante Trump non avesse ottenuto davvero un mandato per intraprendere il programma radicale e profondamente impopolare che è poi seguito, la diffusa demoralizzazione nel campo liberal provocata dalla sua vittoria lo ha avvantaggiato molto neutralizzando preventivamente gran parte dell’opposizione di sinistra.

Le proteste «No Kings» dello scorso fine settimana, motivate dal diffuso malcontento nei confronti di ciò che ha fatto Trump finora, sono un segnale che, dopo quasi sei mesi, questa situazione è cambiata radicalmente.

Non si tratta solo della portata delle manifestazioni, sebbene significativa: con una partecipazione compresa tra i due e i sei milioni di persone in più di duemila città, le manifestazioni di sabato 14 giugno non solo sono paragonabili alle più grandi proteste del caotico primo mandato di Trump, ma potrebbero essere state anche una delle più grandi proteste di massa nella storia americana.

Alcuni numeri nelle principali città degli Stati uniti sono impressionanti: 80.000 a Filadelfia; fino a 75.000 a Chicago; 50.000 a New York, San Francisco e nella ben più piccola Portland, dove il corteo si è esteso per dodici isolati; almeno 70.000 a Seattle, una delle più grandi proteste nella storia della città; diecimila o più in città come Los Angeles, Milwaukee e Spokane. A differenza delle recenti proteste contro i raid dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), molti dei manifestanti facevano parte dell’elettorato Democratico più anziano e moderato, con molti che hanno affermato che si trattava della loro prima protesta da decenni o in tutta la loro vita, e le manifestazioni nella stragrande maggioranza non hanno visto danni alla proprietà o violenze da parte della polizia.

Ma le proteste sono state probabilmente più significative per la loro profondità. Migliaia di persone si sono presentate nelle città più grandi e progressiste di Stati altrimenti Repubblicani, come le almeno quattromila persone che hanno protestato a Nashville; le diecimila e più persone che hanno partecipato alle proteste di Austin, Dallas e Houston; le tremila a Fargo, nel North Dakota; le altre migliaia a Topeka, Boise e Little Rock, o le quasi mille persone che si sono presentate a Charleston, nella Carolina del Sud.

Le proteste hanno raggiunto un’ampia area del paese che ha votato Trump, e non solo nelle grandi città popolose. Migliaia di persone si sono radunate in trentacinque diversi comuni dell’Iowa, tra cui diverse migliaia a Cedar Rapids e settemila al Campidoglio di Des Moines. In Nebraska, diecimila persone si sono radunate a Omaha, dove il giorno prima mille persone avevano protestato contro i recenti raid dell’Ice, mentre duemila persone hanno riempito la strada principale di Lincoln e altre centinaia hanno protestato in città rurali come Hastings e North Platte. Entrambi gli Stati avevano visto a febbraio alcune delle prime manifestazioni di massa contro Trump, quando folle numerose si sono radunate a Omaha e Iowa City per il tour «Fighting Oligarchy» di Bernie Sanders negli Stati Repubblicani.

Queste scene sono state replicate da molte altre migliaia di manifestanti in numerosi Stati che hanno votato Trump: in trenta città del Missouri, decine di altre città del Texas, almeno ventiquattro comunità in Alaska, più di una dozzina in Kentucky e Indiana, e più di settanta città in Florida, stato in evoluzione permanente che l’anno scorso ha visto persino metropoli tradizionalmente più progressiste come la contea di Miami-Dade spostarsi nettamente verso Trump. Per alcune di queste località, le recenti controverse azioni di Trump, tra cui l’invio dell’esercito contro i manifestanti, avevano chiaramente stimolato una maggiore opposizione popolare: a Mobile, in Alabama, ad esempio, i duemila che sono scesi in piazza hanno rappresentato un notevole passo avanti rispetto alle centinaia che si erano mobilitate due mesi prima, durante il primo ciclo di proteste nazionali «No Kings».

Non solo gli stati repubblicani, anche quelli democratici, hanno oscillato tra Trump e i candidati dem nell’ultimo decennio. La svolta uniforme in favore di Trump di questi stati lo scorso anno è stata ampiamente considerata un indicatore del clima politico generale del paese, eppure questo sabato hanno visto migliaia di persone partecipare a manifestazioni diffuse: in settanta città e paesi in tutto il Michigan, più di cinquanta in Wisconsin e circa quaranta in Arizona, dove un migliaio di persone si è riversato nelle strade di Scottsdale, feudo del Partito repubblicano, con temperature che hanno raggiunto i 38 gradi.

Il Missouri ha visto mille manifestanti presentarsi nella contea di Boone, saldamente democratica, ma almeno un centinaio di persone hanno protestato anche nella contea di Cooper, che ha dato a Trump il 70% o più dei voti in ciascuna delle ultime tre elezioni. Questo rientra in una tendenza nazionale, in cui nelle comunità che sostengono Trump sono emerse proteste «No Kings», a volte sorprendentemente numerose, a livello di contea.

Le contee di Bastrop e Brazos, in Texas, dove Trump ha vinto con oltre il 55% dei voti ogni volta che si è candidato, hanno visto proteste rispettivamente di oltre settecento e quasi mille persone. In Pennsylvania, circa un migliaio di manifestanti si sono presentati nella contea di Westmoreland, che ha votato Trump con oltre il 60% dei voti nelle ultime tre elezioni, mentre quattro proteste distinte si sono svolte nella contea di Bucks, una contea precedentemente democratica che è passata al Partito repubblicano, tra cui 1800 persone che hanno manifestato sotto la pioggia davanti all’ufficio del deputato repubblicano Brian Fitzpatrick.

Nella contea di Lee, in Florida, dove gli elettori repubblicani registrati superano i democratici in un rapporto di oltre due a uno e Trump ha vinto tre volte di fila, più di duemila manifestanti si sono scesi in piazza nel capoluogo, Fort Myers. Allo stesso modo, migliaia di persone sono scese in piazza nelle contee di Volusia e Flagler, entrambe saldamente pro-Trump, dove i repubblicani dominano le cariche elettive, così come centinaia di altre persone nei Villages, una vasta comunità di pensionati che è diventata sinonimo di Trump.

I media locali hanno registrato fenomeni simili in numerose altre comunità con un forte voto per Trump, spesso rurali, sebbene con numeri meno elevati, come nella contea di Marion, Ohio; nella contea di Pulaski, Kentucky – che ha visto la sua prima protesta anti-Trump lo scorso fine settimana –, nella contea di Ohio, West Virginia; o nelle città di Lebanon, Oregon, e nella parrocchia di Lafayette. La contea di Tippecanoe in Indiana è stata una contea indecisa negli ultimi dieci anni, avendo votato per Biden di misura cinque anni fa e per Trump le altre due volte, ma ha visto secondo gli organizzatori in piazza tremila partecipanti al suo raduno locale «No Kings» questo fine settimana.

Alcune aree si sono distinte per l’alto livello di partecipazione dei manifestanti rispetto alle dimensioni della popolazione. A Homer, in Alaska, una cittadina rurale di seimila abitanti che presenta un mix di elettori libertari di sinistra e di destra, hanno manifestato più di 600 persone. Axios ha riportato che a Pentland, nel Michigan, la folla presente al raduno locale era pari alla metà della popolazione totale di 800 persone.

A rendere l’affluenza particolarmente impressionante sono state le condizioni meteorologiche e i rischi che i manifestanti hanno sfidato. Tra i tremila e i cinquemila abitanti dell’Indiana si sono radunati fuori dal palazzo del governo in quella che è stata descritta come l’«inzuppata di pioggia» di Indianapolis per esempio.

Nel frattempo, in tutto il paese, i portavoce Repubblicani hanno minacciato in anticipo i manifestanti di conseguenze legali e persino fisiche. La partecipazione in Texas non sembra essere stata frenata dal dispiegamento anticipato della Guardia Nazionale da parte del governatore Greg Abbott, e migliaia di persone hanno protestato a New Orleans dopo che il procuratore generale pro-Trump della Louisiana ha minacciato di perseguire penalmente chi stava in piazza per aver fatto ricorso ad «anarchia, vandalismo e sommossa», termini generici utilizzati per reprimere gli attivisti pacifici. Più di duemila persone hanno protestato a Cocoa, in Florida, dopo che lo sceriffo locale ha minacciato di ricoverare in ospedale e uccidere i manifestanti che hanno oltrepassato le linee. Questo si è aggiunto all’avvertimento del segretario alla Difesa Pete Hegseth che la Guardia nazionale potrebbe essere schierata in tutto il paese come è successo a Los Angeles.

Molti commentatori hanno paragonato le proteste alla deludente parata militare di Trump a Washington, dove la partecipazione è stata ben al di sotto delle 200.000 persone previste, in parte a causa della preoccupazione per la pioggia, e senza analoghe minacce di violenza. Un paragone offensivo e imbarazzante per il presidente.

Ma c’è un punto più importante da sottolineare. La partecipazione nelle città progressiste e persino nei comuni e nelle contee che hanno votato per Trump non significa necessariamente che gli elettori anti-Trump siano più numerosi dei sostenitori del presidente in queste aree o nei loro Stati: in molti casi, non è così. Ma suggerisce che gli elettori contrari al programma di Trump – che hanno incontrato ovunque pochi o nessun contro-manifestante, persino nelle zone più repubblicane del paese – sono molto più energici dei suoi sostenitori e che, nonostante abbia vinto il voto popolare contro una candidata debole che ha condotto una pessima campagna elettorale, il sostegno pubblico a Trump è molto più debole e passivo di quanto non sembrasse la sua vittoria del 2024.

Dovrebbe essere un campanello d’allarme per le istituzioni che, in modo opportunistico e cinico, si sono spostate a destra dopo le elezioni, per rispondere a quello che vedono come un mutato umore pubblico, o per paura della Casa Bianca. La pacifica dimostrazione di forza da parte del fronte anti-Trump di sabato 14 giugno segnala che il paese non è cambiato in modo così drastico rispetto agli anni della «Resistenza» liberal, altamente imperfetta ma ben organizzata, che ha afflitto il primo mandato di Trump: basta la volontà delle persone di far conoscere la propria opposizione. E mentre Trump promuove una legge di austerità profondamente impopolare, oltrepassa limiti legali che pochi o nessun presidente ha oltrepassato e gioca con un’altra guerra in Medio oriente, anche questa volontà sta cambiando.

Branko Marcetic è è un redattore di Jacobin e autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden (Verso, 2020). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. 

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