Quello sull’ex Ilva è un «accordo di condanna»

L’accordo di programma proposto dal Governo, e appoggiato da Regione Puglia e Comune, prevede una graduale decarbonizzazione della produzione. La realtà però appare diversa dalla narrazione, e a Taranto continua a essere negato il diritto a respirare

La vertenza ex Ilva, che grava pubblicamente sulla città di Taranto dal 2012, ossia da quando la Procura ordinò il sequestro degli impianti a caldo per «disastro ambientale», è complessa sotto ogni profilo: sociale, ambientale e, nondimeno, giuridico. Un groviglio di leggi, decreti e disposizioni che si intreccia con una gestione dell’attività industriale basata sullo sfruttamento della forza lavoro, costantemente in pericolo, e sulla devastazione delle risorse ambientali e sociali, a favore del profitto del gestore. 

La città è avvezza da 13 anni a questa parte a un susseguirsi di fasi che ogni volta vengono descritte come decisive. Di fatto, in questo lungo periodo nulla è stato deciso, se non continuare a spremere gli impianti e le nostre esistenze. Non ci stupisce quindi che governo e sindacato, attori principali di questa politica industriale scellerata, facciano l’impossibile per tenere in vita il sistema su cui poggia il loro potere. Persino in questa fase ormai conclusiva, nella quale il rischio di incidente rilevante negli impianti in funzione è altissimo, espongono reiteratamente l’intero territorio a pericoli costanti.

Al cospetto dell’ennesimo passaggio cruciale per il territorio tarantino, gli Enti locali rivendicano però il loro ruolo centrale. Da una parte, sottolineano l’aver dato parere negativo all’Aia (autorizzazione integrata ambientale), dipingendo tale scelta come un atto rivoluzionario, proteso alla tutela della salute cittadina, pur essendo risaputo come tale parere non abbia giuridicamente carattere vincolante. Non è un caso, quindi, che l’Aia sia stata approvata subito dopo dal Governo per decreto, spalancando la strada alla continuità produttiva dell’impianto. Dall’altra, sventolano la partecipazione attiva come bandiera dell’appena nata amministrazione comunale tarantina. E su queste basi, in modo un po’ confusionario, hanno convocato il Consiglio comunale, necessario alla discussione dell’accordo di programma proposto dal Governo, per il 30 Luglio, rigorosamente a porte chiuse, salvo poi invitare movimenti, associazioni e comitati a un confronto in separata sede il 28. In questo incontro con l’Assessora all’Ambiente Fulvia Gravame e con il Sindaco Piero Bitetti si sarebbe dovuto discutere delle questioni cruciali e urgenti per il presente e il futuro di Taranto, e, nello specifico, dell’accordo di programma.

Un accordo di condanna più che un accordo di programma

Ma perché questo accordo di programma è così inscindibilmente legato alla continuità produttiva dello stabilimento? Quali elementi emergono dietro la narrazione istituzionale che, con le dovute diversità di facciata, va a braccetto tanto con il Governo quanto con gli Enti locali?

Questo accordo, firmato da Governo, Regione Puglia ed Enti locali, dovrebbe orientare la concessione dell’Aia (la prossima a cui dovrebbe accedere il nuovo gestore del siderurgico) atta a stabilire le condizioni vincolanti per tale gestione. Dentro la bozza di accordo di programma raccontano di una decarbonizzazione «graduale», della sostituzione degli altiforni con forni elettrici, di impianti Dri (Direct recuded iron, ossia il preridotto) e di centrali elettriche dedicate. 

Ma la narrazione è una, la realtà è un’altra, sia dal punto di vista tecnico che politico.

Dal punto di vista tecnico

È emersa in modo evidente e palese da anni di approfondimenti e di resoconti interni alla fabbrica la non fattibilità della decarbonizzazione di un impianto a ciclo integrale basato sul carbone. Nel piano green il carbone dovrebbe sparire completamente per far spazio a forni elettrici. L’alimentazione di questi forni, per essere in linea con una reale procedura di decarbonizzazione, dovrebbe essere totalmente indipendente anche dall’utilizzo di qualsivoglia gas fossile. L’accordo di programma governativo non prevede però nulla di simile.

Per prima cosa, non è prevista nessuna programmazione di chiusura, perché la bozza di accordo stabilisce, sulla base dell’Aia già rilasciata, un periodo di 12 anni di produzione con il ciclo integrale. Tale periodo dovrebbe in sostanza coincidere con i lavori di costruzione dei forni elettrici, rispetto al numero, alla collocazione e alla realizzazione dei quali l’accordo resta estremamente vago. 

A fronte di tale impossibilità e sulla base di una rivendicazione popolare, collettiva e dal basso, nel 2018 alcune delle realtà aderenti alla contestazione oggi in atto, insieme ad che attualmente siedono tra le fila dell’amministrazione locale, hanno studiato e redatto un progetto per il superamento di una siderurgia obsoleta e letale: Piano Taranto. Tale superamento risponde, da una parte, alla verifica tecnica dello stato degli impianti e della loro riconversione e, dall’altra, alla necessità di controbattere alle sollecitazioni di chi ieri come oggi accusa chi si mobilita di non avere una reale alternativa tecnicamente attuabile. Alla base di questo tentativo collettivo vi è soprattutto il desiderio profondo di provare a ripensare il «lavoro» in relazione all’operaio stesso, alla comunità e all’ambiente che lo circondano e che costituiscono le relazioni quotidiane del suo abitare.

Dal punto di vista politico

Fin dall’inizio il rapporto tra i movimenti e l’amministrazione comunale è sembrato immerso in un clima di esclusione rispetto al percorso di discussione dell’accordo di programma. Tanto la scelta di svolgere il consiglio monotematico del 30 luglio a porte chiuse, quanto i tempi ridotti e pilotati dell’incontro del 28 luglio hanno mostrato una postura contraddittoria da parte dell’amministrazione, mai in vero dialogo con il territorio e mai realmente consapevole della centralità delle storie e dei traumi della propria città.

Allo stesso tempo, il 28 luglio ha mostrato anche alcuni problemi interni al mondo delle associazioni tarantine e alla narrazione che insegue un discorso puramente analitico e tecno-scientifico. La maggior parte degli interventi si è arenata in tecnicismi e in sequele di dati, importanti certo, ma incapaci di restituire tutta la complessità del vivere in un territorio martoriato. La «zona di sacrificio» è stata ancora una volta letta attraverso elenchi interminabili di rilevazioni ambientali, in un clima di emergenza che non è consapevole della condizione sistemica e fondativa della distruzione socio-ecologica di Taranto.

Alcune di noi non hanno potuto parlare perché, di fatto, il Sindaco ha abbandonato il confronto pubblico, per dimettersi subito dopo, attribuendo le colpe di questa decisione a chi lo contestava. Il successivo ritiro delle dimissioni lampo è stato comunicato in un post sui social. Con piglio eroico il Primo cittadino ha sottolineato il suo senso di responsabilità e la sua statura condottiera, che lo hanno portato a recarsi in fretta e furia, come un’armata Brancaleone, a Roma presso il Mimit per rappresentare la «parte meritevole» della città, sempre educata e composta, mai fuori dalle righe e del tutto organica a una classe sociale intellettuale profondamente classista.

Il diritto a respirare

La cosiddetta decarbonizzazione non è né giusta, né reale, né sufficiente. È un altro inganno, un’altra maschera. Gli impianti sono ormai irrecuperabili. Lo confermano le denunce a giorni alterni dei sindacati stessi e il numero di incidenti che continuano a verificarsi, non ultimo l’incendio del 7 Maggio scorso in altoforno 1. Parlare di riconversione, senza parlare chiusura, di smantellamento, bonifiche, giustizia sociale, operaia e ambientale, è solo greenwashing industriale, sempre al servizio del profitto.

Alcune soggettività, che nel 2018 portavano avanti scientificamente questa tesi e che ora ricoprono posizioni tanto nel mondo dell’associazionismo quanto in Consiglio comunale e in Giunta, sostengono indirettamente, nascondendosi dietro le espressioni della maggioranza di Consiglio, questa impossibile decarbonizzazione. Di fronte alle richieste da parte della piazza di atti radicali di responsabilità, si impegnano in equilibrismi, richiamando alla correttezza del confronto e all’unità della città. Contemporaneamente, però, con le loro scelte contribuiscono a delegittimare la mobilitazione popolare, cavalcando una narrazione che l’addita come poco civile, ignorante, fatta da «scimmie urlatrici». Il Piano Taranto, redatto dal basso e sulla scorta dell’accordo di programma di Genova, è stato di colpo accantonato, in una strana sincronia con le spaccature che contraddistinguono l’attuale mondo ambientalista tarantino.

Non esiste transizione ecologica dal basso, se la classe operaia e la comunità rese subalterne vengono sistematicamente escluse dalle decisioni e dai processi decisionali, appellandosi addirittura, nel nostro caso, a una modalità incivile della protesta. Non esiste ecologismo reale senza conflitto sociale e politico, senza riconoscere che la violenza socio-ambientale in atto è una violenza anche di classe, di genere, abilista e razziale. Non esiste un’ecologia che rompa i processi di colonialità sui territori senza la presa di parola centrale delle comunità marginalizzate, senza la rivendicazione di una narrazione che riparta dall’esperienza diretta, personale, eppure collettiva, di ciascuna, senza l’affrancamento da un atteggiamento classista e razzista del mondo ambientalista tarantino e, più trasversalmente, occidentale bianco e borghese.

Una reale transizione ecologica dal basso si pone, invece, come una prospettiva radicalmente diversa, fondata sul dialogo tra movimenti ecologisti, lotte operaie e soggettività sociali marginalizzate, comunità portatrici del proprio vissuto e delle proprie relazioni. È un processo che lega le vertenze socio-ambientali con la giustizia sociale, in opposto all’approccio top-down originato dalle élite progressiste e da una buona parte del movimento ambientalista occidentale.

Nel suo libro Per un’ecologia pirata Fatima Ouassak apre uno squarcio su una nuova ecologia: «la proposta non riguarda unicamente i quartieri popolari. Piuttosto esso cerca di decentrare l’ecologia per immaginare un altro modo di vedere le cose – una prospettiva diversa da quella delle classi medie e alte bianche che abitano il centro delle città – ma lo fa per tutti e tutte».

La posizione ambigua espressa durante l’incontro da Legambiente e dalla maggioranza del Consiglio comunale, che continuano a sostenere un futuro dell’acciaio basato sull’idrogeno «verde», si rivela per ciò che è: sviluppismo mortifero, bianco e privilegiato, camuffato da sostenibilità. Un paradigma ancora legato al mito della crescita infinita e allo sfruttamento di specifici corpi e territori.

Noi, invece, mettiamo al centro la cura, i corpi, le relazioni, il territorio. Vogliamo la chiusura delle «fonti inquinanti». Con tale espressione intendiamo tanto l’area a caldo, già sequestrata nel 2012 eppure tuttora funzionante, quanto l’area a freddo, già ferma per oltre il 70% da quasi 15 anni e ugualmente responsabile di sversamento di oli, vernici, solventi e ogni scarto, nelle falde e in mare. Solo attuando il fermo totale degli impianti si potrà procedere allo smantellamento del siderurgico e all’avvio delle bonifiche. Tali operazioni consentiranno la restituzione graduale di un territorio enorme sottratto fino a oggi alla città. Esse consentiranno il reimpiego della forza-lavoro operaia e costituiranno un’opportunità gigantesca in una città che conta ancora 50.000 persone disoccupate.

Vogliamo bloccare i progetti ecocidi, dal sistema d’impianti di inerti che si vuole realizzare nel quartiere Paolo VI e che oggi vede una massiccia partecipazione da parte delle e degli abitanti del quartiere, alla nave rigassificatrice, passando per il dissalatore. Questi progetti continuano a colpire i quartieri e i luoghi più periferici, i corpi più vulnerabili, ipotecando ancora i bisogni e desideri più manifesti e i diritti essenziali di cui siamo private, andando a minare i pochi spazi che, grazie alla forza auto-rigeneratrice del mare, costituiscono una riserva naturale salvavita.

In piazza, sotto il Comune, la rabbia si è fatta presenza. I cori «Taranto libera», gli striscioni «I bambini di Taranto vogliono vivere» sono la prova che la città che resiste esiste. Una comunità che, in opposizione alle narrazioni tossiche dominanti del giornalismo mainstream, non è violenta: è lucida, determinata, politica.

Non sono stati i facinorosi a far dimettere il sindaco. I giochi politici che volevano strumentalizzarci si sono svelati in poche ore. Le stesse che sono bastate a rivelare una comunità viva, che ha casomai marcato l’inadeguatezza politica del Primo cittadino e dell’assise comunale. Nel tentativo disperato di distrarre l’opinione pubblica da accordi già presi, sono arrivati a chiamarci scimmie, incivili, terroriste. Hanno provato a dividerci tra persone «buone» e «cattive», tra chi parla bene e chi urla la verità.

Noi non siamo sacrificabili. Non siamo vite usa e getta. Siamo il margine che reclama ciò che ci è stato strappato: la bellezza delle nostre vite, la salute, la casa, il presente e il futuro.

Queste posizioni sono state ribadite nell’incontro ottenuto per la mattina del 29 luglio, dopo aver preteso la presa di parola collettiva che ci era stata negata il giorno prima. Come madri del quartiere Paolo VI, Comitato Liberi e Pensanti, Convocatoria Ecologista, collettiva transfemminista Le Mele di Artemisia, abbiamo portato la nostra testimonianza, le nostre analisi, le nostre visioni.

Ribadiamo il nostro NO a qualsiasi accordo che salva la produzione e sacrifica le persone. Le nostre vertenze non sono compartimenti stagni, ma parte di un’unica battaglia per la giustizia sociale e ambientale. Vogliamo vivere in una città dove si possa nascere senza condanna, crescere senza paura, restare per scelta. Vogliamo che la salute non sia un privilegio ma un diritto. Vogliamo un territorio non più zona di sacrificio o barattato per altri inganni di sviluppo, ma spazio di autodeterminazione collettiva.

Vogliamo, in definitiva, un nuovo «diritto a respirare», che non si riduca alla rilevazione della salubrità dell’ambiente o al mito della preservazione della natura, ma che invece pretenda il diritto di respirare libertà, il diritto di vivere senza solitudine, senza paura e senza dolore ogni spazio dell’abitare. Vogliamo ripartire dalla stessa domanda centrale di Fatima Ouassak: «come possiamo rendere il mondo un posto più respirabile per i bambini?».

Di fronte al nulla che avanza, la piazza ha gridato il suo desiderio di futuro anche il 30 luglio dalla mattina, in presidio sotto il Palazzo di Città, fino alla sera, in marcia per le strade di Taranto. Un’altra Taranto, un altro mondo solidale, ecologista, transfemminista, sono possibili, urgenti e necessari. Non sarà né un decreto né una firma a fermarci.

Noi siamo potenza collettiva. E non ci accontentiamo di sopravvivere: vogliamo vivere liberamente. Vogliamo sentire profondamente nelle nostre cellule contaminate, l’amore di un territorio e di una comunità che non ha mai smesso di lottare e sognare.

Alessandro Esposito e Michael Tortorella sono attivisti della Convocatoria Ecologista. Virginia Rondinelli è attivista del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti.

6/8/2025 https://jacobinitalia.it

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