La geopolitica delle aree interne
«Primavera sulle alpi» di Giovanni Segantini, dipinto nel 1897. Wikimedia Commons. Public Domain.
Nell’epoca delle megalopoli, principale driver della demografia economica, le aree interne e rurali sono sempre più percepite come marginali. Eppure garantiscono la vivibilità planetaria, fornendo aria e acqua pulite, regolando il clima, mantenendo la fertilità dei suoli e proteggendo la biodiversità. Custodiscono inoltre risorse agricole, forestali, geologiche, idriche ed energetiche cruciali per l’autonomia strategica delle nazioni. Solo pochi Paesi ne riconoscono il valore geopolitico e adottano politiche di gestione attiva e sostenibile.
La recente presentazione del Piano strategico italiano delle aree interne ha sollevato un acceso dibattito politico. Il documento, che costituisce la cornice strategica programmatoria per contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori interni, montani e rurali, è stato molto contestato. Al centro delle polemiche è l’obiettivo secondo cui un numero non trascurabile di aree interne «hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento». Detto in sintesi, per la prima volta è stato istituzionalizzato un percorso di «accompagnamento […allo] spopolamento irreversibile» di una parte del territorio nazionale.
Molte le reazioni al piano che coinvolge 1.060 comuni su una superficie di circa 51.000 km², rappresentando il 23% della popolazione nazionale. L’Unione nazionale comuni, comunità, enti montani ha evidenziato che l’obiettivo in questione «deve essere eliminato per il bene del Paese, per la sua coesione alla quale tutti e tutte lavoriamo». Altri hanno parlato di «tradimento costituzionale e di eutanasia culturale» oppure di «resa morale e politica», anche avendo a mente la specifica disposizione della Costituzione italiana a tutela delle aree interne: «la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane».
A un primo sguardo, può sembrare che questa discussione abbia una rilevanza politica marginale e un interesse circoscritto alla scala locale o regionale. Il tema acquisisce però uno spessore molto più significativo se analizzato nel contesto delle profonde evoluzioni della demografia economica mondiale.
Fra il 2010 e il 2020, si è verificata una profonda trasformazione nella demografia globale: per la prima volta nella storia dell’umanità la popolazione che risiede nelle aree urbane ha superato quella che abita nelle aree interne e rurali. Si tratta di un fenomeno epocale. Negli ultimi 12.000 anni, partendo dalla rivoluzione neolitica e passando per la nascita delle civiltà e delle polis, e finanche per le rivoluzioni industriali di fine Ottocento e del secondo dopoguerra, la popolazione mondiale è sempre stata in prevalenza rurale.

Il trend urbano-centrico è diventato oggi il principale driver della demografia economica mondiale: le stime indicano che nel 2050 addirittura il 70% della popolazione vivrà in città. Non a caso, alcuni studiosi hanno definito questa congiuntura storica l’inizio di una nuova epoca: l’urbanocene. Il fenomeno è l’elemento sul quale si struttura l’economia internazionale, ma agisce anche quale principale fattore di attrazione sociale e culturale.
Questi due processi innescano una reazione a catena: le aree urbane diventano sempre più attrattive, mentre al contrario le aree interne sono percepite quali elementi sempre più marginali e periferici e vengono quindi abbandonate.
Le società europee più industrializzate hanno per prime sperimentato i processi migratori interni, in particolare a partire dal secondo dopoguerra. Ad esempio, nel ventennio 1951-1971 si sono spopolati circa il 65% dei Comuni italiani, la maggior parte dei quali ubicati sulle Alpi e sull’Appennino. Non sono inoltre mancati esempi estremi, in particolare sull’arco alpino orientale dove «si sono configurati luoghi completamente disabitati (ghost town)».
Un altro esempio significativo è il grande esodo degli anni Cinquanta dalle aree interne della Spagna verso le principali città, definito l’España vaciada, la Spagna vuota. Oggigiorno il 48% dei Comuni rurali spagnoli hanno una densità abitativa dieci volte più bassa della densità media europea, risultando di fatto marginali dal punto di vista economico, demografico e politico.
In questo contesto, l’abbandono diffuso delle aree interne non ha solamente un significato antropologico e culturale, ma primariamente geografico. In primis per la dimensione topologica di queste aree: nella sola Repubblica italiana le aree interne rappresentano il 60% della geografia nazionale, in Unione Europea l’80%, nella Federazione russa il 70%, negli Stati Uniti d’America il 97%.
In secondo luogo, il fenomeno è significativo per la demografia residua. La popolazione residente nelle aree interne in Italia rappresenta il 23% della popolazione (14 milioni), nell’Unione europea il 30% (137 milioni), nella Federazione russa il 25% (36 milioni), negli Stati Uniti d’America il 20% (60 milioni), in Nigeria – lo Stato più popoloso del continente africano – tra il 53% e il 45% (114 milioni), nella Repubblica popolare cinese il 31% (447 milioni).

Inoltre, dalle aree interne dipendono due fattori a fondamento delle moderne società: la vivibilità e la disponibilità di risorse. La vivibilità si genera dalle matrici naturali e ambientali, le quali garantiscono i cosiddetti servizi ecosistemici a promozione dell’abitabilità del pianeta e dello sviluppo urbano.
Le foreste sono un esempio: nella sola Unione europea si estendono sul 39% del territorio e agiscono quale regolatore climatico, garantendo la depurazione e la qualità dell’aria e dell’acqua, ma contribuiscono anche a ridurre la desertificazione dei suoli. In sintesi, le foreste sono serbatoi di biodiversità, dalla quale dipende la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta.
Le aree interne sono inoltre i territori più significativamente ricchi di risorse naturali, necessarie per la vita delle moderne società industriali e tecnologiche. Queste aree ospitano gli ecosistemi forestali, unica fonte della materia prima legno, che trova applicazioni in molti settori dell’economia verde. Dalle aree interne dipende inoltre la totalità della produzione agricola alla base del sostentamento alimentare degli otto miliardi di abitanti del pianeta.
Ma le aree interne sono inoltre la principale fonte delle risorse geologiche: sali, metalli, minerali critici, materiali da costruzione. Nelle moderne economie a elevato livello tecnologico la disponibilità di questi elementi gioca un ruolo determinante. Ne sono un esempio le «terre rare» per l’industria dei semiconduttori, nonché i giacimenti di litio per la filiera delle auto elettriche. Dalle aree interne e rurali dipende anche la disponibilità di acqua dolce, nonché molte risorse energetiche (combustibili fossile e nucleare, energia idroelettrica, solare, geotermica, eolica, biomasse).
Alla luce di queste considerazioni, le aree interne e rurali non rappresentano piccole porzioni di territorio o una parte marginale della popolazione. Sono invece la principale porzione del patrimonio geografico, culturale ed economico degli Stati. Il dibattito sullo spopolamento e sul futuro di queste aree non può quindi essere considerato circoscritto o di limitata rilevanza politica. Anzi. Le aree interne sono un cardine a promozione dell’autonomia geopolitica degli stati, nonché elementi di primario interesse strategico.
Le classi dirigenti del passato avevano ben chiaro questo assioma della geografia politica ed economica e hanno promosso processi di migrazione (volontaria o forzosa) verso queste aree. Ne sono un esempio, in epoca medioevale, le forme di colonizzazione dell’arco alpino, attraverso la concessione di taluni privilegi di carattere amministrativo, politico e fiscale alle popolazioni montane «quale contropartita per il faticoso lavoro di rendere coltivabili le terre alte», a garanzia della gestione delle risorse naturali e di presidio delle vie di comunicazione.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo si possono ricordare i grandi progetti infrastrutturali che hanno promosso la residenzialità nelle aree interne e più remote. Casi emblemantici sono la realizzazione delle ferrovie storiche nordamericane (Stati Uniti d’America), della ferrovia transiberiana (Impero russo), della ferrovia Bajkal-Amur (Unione delle repubbliche socialiste sovietiche).
Oggigiorno però, i processi di marginalizzazione delle aree interne sono diffusi e interessano quasi tutte le nazioni e la popolazione del mondo. Molte di queste non sembrano tuttavia percepire la portata politica e strategica di questo fenomeno. Si può anzi affermare che in generale la politica di molti Paesi assecondi e promuova l’urbano-centrismo.
L’esempio forse più rilevante per il peso geopolitico è rappresentato dalle posizioni del partito democratico negli Stati Uniti d’America. I democratici sono i principali promotori della cultura urbana dominante, che condivide in forma globalizzata specifiche matrici culturali e una precisa cornice economica neoliberale e finanziaria. Non a caso, il loro elettorato è predominante proprio in quei grandi conglomerati urbani della sponda atlantica e pacifica statunitense. Nell’interno, risulta invece rilevante solamente presso i grandi centri urbani.
Al contrario, alcuni Stati dei Brics mettono in atto strategie di contrasto allo spopolamento delle aree interne. Ad esempio, la Repubblica popolare cinese sta attuando specifiche politiche per colmare il divario tra le ricche aree urbane costiere e le aree interne, tra i quali si ricordano la Strategia di sviluppo per la Cina occidentale e la Strategia di rivitalizzazione agricola.
Queste strategie promuovono la residenzialità nelle aree interne attraverso la realizzazione di infrastrutture, di servizi e specifiche agevolazioni fiscali, incentivando la migrazione giovanile verso queste aree. Di particolare interesse risulta l’introduzione alla Strategia di rivitalizzazione rurale (2024-2027), nella quale i principali obiettivi sono «la rivitalizzazione completa delle aree rurali, […] la garanzia della sicurezza alimentare nazionale […e] le “cinque rivitalizzazioni” delle industrie rurali, dei talenti, della cultura, dell’ecologia e delle organizzazioni».
Un altro esempio di interesse, anche per la dimensione geografica, è la Federazione russa, la quale ha approvato la Strategia per lo sviluppo della Siberia quale priorità nazionale, definito il «megaprogetto del secolo». Anche in questo caso, l’obiettivo è la promozione della residenzialità diffusa nelle aree remote della Siberia al fine di promuovere il governo e la gestione delle risorse naturali, il settore agricolo e la sicurezza nazionale.
L’Unione europea si pone in una situazione intermedia. Attraverso la politica di coesione sostiene strategie orientate alla riduzione delle disparità economiche e territoriali tra le sue regioni. Ma gli obiettivi specifici tendono a essere di carattere molto generale: la transizione digitale ed ecologica, l’inclusione sociale, e la resilienza economica a lungo termine. Sono un esempio alcuni progetti di rigenerazione urbana dei quartieri di Lisbona, la modernizzazione di una parte della rete ferroviaria polacca e il risanamento del patrimonio culturale di Dobrovnik e Spalato in Croazia.

Rispetto all’Europa, le politiche della Repubblica popolare cinese o della Federazione russa sono basate su una visione politica molto più strategica e sono incentrate sugli ambiti della sicurezza nell’approvvigionamento alimentare e di materie prime e del rafforzamento delle infrastrutture. Ne sono un esempio gli interventi realizzati nell’ambito della Strategia per la Cina occidentale, quali la ferrovia tibetana che collega l’altopiano alle regioni costiere per un percorso di 1956 chilometri in area montana.
Un altro esempio di interesse è la realizzazione dell’autostrada Lianyungang–Khorgas, che si sviluppa dalle coste cinesi fino al confine con il Kazakistan per un percorso di 4.395 chilometri in aree montane e desertiche. Le differenze di approccio e risultato rispetto agli interventi promossi dalla politica di coesione dell’Unione europea sono notevoli: non si tratta solamente di promuovere interventi puntuali, ma di garantire gli elementi oggettivi a favore dell’abitabilità e dell’attrattività economica delle aree interne.
Per Paesi come la Repubblica popolare cinese e la Federazione russa le politiche hanno come obiettivo primario una prospettiva geopolitica: in questo senso per lo Stato la capacità di governo delle risorse geografiche diviene una priorità strategica per garantire, almeno in parte, l’autonomia, la sovranità e la prosperità.
Un’autonomia da non intendersi in senso autarchico, ma etimologico: da autos «stesso» e nomos «legge» quale «capacità e facoltà di governarsi e reggersi da sé […] come carattere proprio di uno Stato sovrano rispetto ad altri Stati». Sovranità, autonomia, politiche strategiche e lungimiranti, governo delle risorse geografiche: abdicare da questi elementi espone gli Stati e le popolazioni alla dipendenza dai mercati internazionali, sui quali non vi è alcun controllo delle garanzie di fornitura e dei prezzi.
Precisazione conclusiva: la promozione della residenzialità e del governo delle risorse nelle aree interne e rurali non deve essere però percepita quale elemento subordinato e a esclusivo vantaggio delle aree urbane. Ad esempio, troppe volte le risorse idroelettriche montane sono state coattivamente utilizzate a vantaggio delle sole aree cittadine senza alcun rispetto delle popolazioni residenti nelle terre alte, con conseguenze spesso catastrofiche.
Un caso emblematico è il disastro del Vajont, nel 1963. Nell’area interna del Veneto, una società privata realizzò un grande progetto di invasi nelle Alpi orientali a fini idroelettrici con una limitata considerazione degli aspetti sociali e ambientali.
La strage non costò solo la vita a oltre 2.000 persone, ma svuotò alcune valli del loro contesto tradizionale, culturale e sociale, lasciando molte ferite ancora oggi aperte. L’attenzione nei confronti dei territori marginali non deve quindi significare una loro colonizzazione di matrice industriale e finanziaria, ma un accompagnamento condiviso nel percorso di prosperità delle popolazioni e degli Stati.
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Andrea Pincin
15/8/2025 https://krisis.info/it/










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