Il Gobbo del Quarticciolo. La vita temeraria di Giuseppe Albano, il bandito partigiano
Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-novembre-2025/
Archivio https://www.lavoroesalute.org/
di Alba vastano
La storia di Giuseppe Albano viene ripresa e descritta nel saggio ‘Il bandito partigiano, Vita e morte del Gobbo del Quarticciolo’ di Massimo Recchioni, Giovanni Parrella e Paola Polselli. Nel saggio vi sono descritte le gesta del Gobbo nel contesto della Resistenza romana. Gli autori nel raccontare e commentare quel periodo e i personaggi descritti intendono rivolgersi a tutti colori che credono ancora nei valori della Resistenza, ma anche, e forse soprattutto, ai dissidenti . Un libro che intende offrire spunti di riflessione alle nuove generazioni su quello che è stato un periodo storico in cui il fascismo era dominante e i valori della libertà erano vissuti dagli antifascisti come primari e insopprimibili.

Giuseppe Albano, detto il Gobbo del Quarticciolo, quartiere della Capitale in cui ha vissuto dopo il trasferimento dalla sua Gerace, quando aveva solo dieci anni, è un personaggio della Resistenza romana con una storia controversa che merita di essere ricordata. Era un partigiano, ma anche un bandito. Soprattutto un antifascista dotato di incredibile intraprendenza, per essere così giovane, in una Roma dominata dal nazifascismo. Tant’è che nel 1944 Peppino, alla testa della sua banda di borgata, banda composta da giovani militanti della lotta partigiana, riuscì a presidiare dagli attacchi dei soldati tedeschi i quartieri romani di Centocelle e del Quarticciolo
La storia di Giuseppe Albano viene ripresa e descritta nel saggio ‘Il bandito partigiano, Vita e morte del Gobbo del Quarticciolo’ di Massimo Recchioni, Giovanni Parrella e Paola Polselli. Nel saggio vi sono descritte le gesta del Gobbo nel contesto della Resistenza romana. Gli autori nel raccontare e commentare quel periodo e i personaggi descritti intendono rivolgersi a tutti colori che credono ancora nei valori della Resistenza, ma anche, e forse soprattutto, ai dissidenti . Un libro che intende offrire spunti di riflessione alle nuove generazioni su quello che è stato un periodo storico in cui il fascismo era dominante e i valori della libertà erano vissuti dagli antifascisti come primari e insopprimibili.
“Non è facile parlare oggi del periodo della Resistenza , soprattutto ai giovani – scrive Alessandra kersevan nella prefazione del saggio- non solo perché sono passati ormai ottant’anni e il mondo è completamente cambiato e il contesto e i valori che lo hanno caratterizzato possono non essere più di facile comprensione, ma anche perché negli ultimi decenni nella società italiana c’è stato un intenso lavoro di revisionismo, di riscrittura della Resistenza”.
Quando si parla di Resistenza c’è anche un altro aspetto su cui riflettere che riguarda l’esaltazione del giovane eroe, passato nella percezione comune a mito. Personaggi storici giovanissimi che hanno lottato per difendere gli ideali di giustizia e libertà opponendosi alla dittatura nazifascista, rischiando e , talvolta perdendo, la vita. Come non ricordare fra i tanti giovani eroi della Resistenza, Ughetto Forno, il partigiano bambino . Ughetto aveva appena dodici anni quando restò vittima del fuoco nazista nel tentativo di salvare dall’attacco tedesco il ponte dell’Aniene a Roma
https://www.anpi.it › biografia › ugo-forno
“La cosa è naturalmente bella e positiva- prosegue la Kersevan nell’introduzione – ma la tentazione in questo giusto quadro è di ricordare solo i fatti edificanti, il sacrificio, il coraggio dei protagonisti e di mettere in secondo piano, dimenticare o celare tutto ciò che non corrisponde all’immagine eroica”. Ughetto a parte, anche i Partigiani, nel loro atto eroico di difendere la libertà minacciata dalla dittatura nazifascista si sono dovuti scontrare con la casualità delle terribili vicende che hanno mietuto troppe vittime innocenti fra i civili. Hanno lottato, ma hanno anche avuto paura. ‘Nella vita vera anche l’eroe può aver paura, se non per sé, per i compagni o per la famiglia, e quindi uccidere’.
Ed è con questa visione dell’eroe che vive con e nelle sue fragilità in un percorso di vita complesso come è stato quello della Resistenza nelle borgate romane che si inserisce la vita del Gobbo del Quarticciolo, il bandito partigiano. Un uomo ‘in bilico fra l’essere paladino dei prevaricati e prevaricatore a sua volta…perchè quando ci si vuol difendere e le armi in possesso dell’avversario sono potenti è importante puntellare le posizioni raggiunte. Diventa necessario dare un segnale forte, essere disposti a tutto per difenderle’. Avviene così che chi lotta contro i soprusi compia dei soprusi egli stesso. Così è stato per il nostro Peppino, il Gobbo del Quarticciolo, che visse solo 19 anni per difendere i più alti ideali, ma finì in meccanismi controversi che non seppe affrontare e gestire, passando da vittima ad aggressore e finì vittima per mano fascista. Troppo giovane per morire.

Roma 1940, gli anni della guerra
Le borgate, la miseria, la fame
In una Roma dominata dal fascismo e dai sogni di fasti imperiali del Duce gli immigrati del Sud vennero relegati nelle estreme periferie dove vi era sovraffollamento e tuguri a mo’ di abitazioni prive di ogni servizio come l’acqua e l’elettricità e colme di sporcizia e di fango. Le borgate si trasformarono ben presto in una sorta di campi di concentramento. In una simile condizione di indigenza visse Peppino Albano e tanti giovani delle borgate romane di San Basilio, come del Quarticciolo e del Prenestino. Partigiani in erba che iniziarono a covare un odio profondo verso il fascismo, più per istinto di ribellione ai soprusi che per ideale antifascista. Iniziarono però ad organizzarsi in gruppi di lotta contro la dittatura fascista.. ‘Le anime dell’insubordinazione laggiù erano due.
Da un lato c’era una resistenza di popolo istintiva e precedente alla presa di coscienza politica, condotta da giovani inaspriti dalla miseria e dall’abitudine agli espedienti. Dall’altra c’era la Resistenza politica di Bandiera Rossa che includeva intellettuali, artigiani e operai politicizzati’. In questo contesto nascono, nell’anima istintiva, le bande. Fra le quali la banda del Gobbo del Quarticciolo, mentre verso le borgate affamate divenne sempre più feroce la repressione nazifascista, passando attraverso ‘il ricatto del pane’sulla gente delle borgate.
Agli immigrati del Sud, che avevano visto nella Capitale una via di fuga dalla miseria e dall’oppressione fascista, per sopravvivere alla fame nera, non rimase che coltivare la terra,facendo fruttare il più piccolo lembo di terra che sorgeva intorno alle borgate. Erano gli orti di guerra, la campagna che, coltivata, era una risorsa per la sopravvivenza

La vita rocambolesca di Giuseppe Albano, il bandito partigiano
Giuseppe Albano era nato nell’Aprile del 1926 a Gerace, un piccolo borgo costiero della Calabria. Non era gobbo ‘per natura’, ma per un incidente. Era caduto da un muretto e a Gerace non c’erano ospedali. La frattura riportata dalla caduta divenne la gobba che lo accompagnò e lo caratterizzò per tutta la sua giovane vita. Una vita intrepida, all’insegna della libertà e della giustizia. Una vita da eroe della Resistenza che, in seguito divenne anche da sbandato, infine da bandito e forse da doppiogiochista. Come accadeva a tanti giovani di borgata uniti da ideali importanti all’insegna dell’antifascismo, ma lasciati allo sbando per gestire la sopravvivenza che, all’epoca, nelle borgate romane era messa a forte rischio.
Roma , all’epoca del Gobbo, era occupata dai Tedeschi. In quella situazione di pericolo il piccolo Giuseppe fu costretto, come tanti suoi coetanei delle borgate, a vivere di espedienti, in quanto la sua famiglia era poverissima e non gli poteva assicurare alcun sostentamento. Le famiglie di immigrati del Sud, durante la dittatura fascista, si riversarono nella Capitale cercando lavoro e sicurezza, trovarono invece fame e miseria. In questa situazione di grande indigenza e di pericolo Peppino non si perse d’animo. Iniziò a perseguire l’arte di arrangiarsi e, come lui, molti giovanissimi delle borgate romane iniziarono a conoscere un valore: la coscienza di classe. Era solo un istinto, ovviamente ‘una coscienza prepolitica, che si manifestava spontaneamente in persone giovani e svelte, senza che nessuno la insegnasse loro…’.
Nascono allora, fra piccoli furti e assalti ai camion dei Tedeschi per dividere la refurtiva fra la povera gente, le bande di borgata, fra cui la banda del Gobbo. Questi gruppi erano animati da componenti comuni: la rabbia verso il potere fascista che li emarginava e l’approccio con i valori della coscienza di classe. Rabbia che non disdegnava azioni efferate di delinquenza. Piccoli Robin Hood allo sbaraglio.

Via Rasella
Febbraio/ Marzo 1944, i GAP entrano in azione sostenuti dalle periferie. Le donne romane assaltano i forni. Iniziano i rastrellamenti dei Tedeschi. In quello scenario di ritorsioni e violenze da parte dei Tedeschi riappare il Gobbo in tutta la sua veemenza giovanile e la rabbia verso i dittatori. E poi Via Rasella. Una carica di tritolo uccide 33 soldati. I sopravvissuti sparano in alto. Ancora oggi sui palazzi di Via Rasella sono visibili i buchi delle mitragliatrici. Lasciati lì alla memoria. Hitler ordina di distruggere la città, poi capitola e ordina di distruggere il quartiere, infine che fossero giustiziati 50 Italiani per ogni Tedesco ucciso. Scende a 10 per ogni Tedesco ucciso. Il colonnello Kappler prepara la rappresaglia. Era il 24 marzo,il giorno dopo l’attentato.
E il Gobbo era coinvolto nei fatti di Via Rasella? E come? A Roma i Tedeschi lo conoscevano bene ed era facilmente riconoscibile per la gobba. Il dubbio sulla doppia morale del Gobbo nasce proprio da questo episodio. Perché Kappler, non certo un uomo misericordioso, si rifiuta di ordinare l’esecuzione del Gobbo, notissimo antifascista con un curriculum di attentati contro i Tedeschi? ‘In Via Tasso il Gobbo fu un detenuto piuttosto fortunato. Non solo fu risparmiato, ma perfino impiegato come barbiere dei Tedeschi. Si ipotizza una qualche forma di scambio per tale trattamento di favore. Forse un passaggio di informazioni ai Tedeschi, ovvero attività di delazione. Finì dunque la parabola del Gobbo partigiano. Per alcuni egli fu un collaborazionista, per altri un coraggioso partigiano che non rivelò nulla sotto tortura’
La domanda che non ha avuto mai risposta è stata ed è : Giuseppe Albano è stato un partigiano doc per tutta la sua breve vita o finì doppiogiochista e delatore per paura o perché i suoi ideali di libertà e di giustizia erano solo dettati dalla rabbia di un povero immigrato?
Il 16 gennaio del 1945 Giuseppe Albano venne ucciso dalla forza pubblica. Testimonianze riportarono che il Gobbo era entrato nella sede dell’Unione proletaria in Via Fornovo 12 ‘tracotante come un boss’. In morte del bandito partigiano
Fonti: Il bandito partigiano, Autori : Massimo Recchioni, Giovanni Parrella, Paola Polselli. Ed . 4 Punte, 2024
‘Senza fare di necessità virtù’’ , memorie di un antifascista’ Autori Rosario Bentivegna, Michela Ponzani. Ed. Einaudi, 2011
Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-novembre-2025/
Archivio https://www.lavoroesalute.org/










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!