Gaza e la morte della verità
“Se avete preso per buone le ‘verità’ della televisione, anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti”, così recitava Fabrizio De Andre’ nel 1973, con la sua Canzone del Maggio. Il cantautore genovese voleva evidenziare l’immobilismo, la paura e la scarsa solidarietà della gente nei confronti di quella minoranza che si schierava a testa alta contro il potere organizzato. Un immobilismo simile si è percepito nei confronti del genocidio a Gaza, almeno prima che le piazze iniziassero a riempirsi. Mi domando: fino a che punto la cosiddetta ‘verità televisiva’ (di cui parlava De Andre’) ha condizionato l’opinione pubblica su quest’indescrivibile dramma? In che modo ha generato costruzioni ‘iperreali’, nonché specchiamenti simbolici che hanno poi tramutato la questione palestinese in un grande imbuto o serbatoio dove sono confluite le speranze di molti, aspirazioni collettive e sogni infranti?
Il pensiero del sociologo, filosofo francese e critico della postmodernità Jean Baudrillard (1929-2007) è quanto mai adeguato per affrontare, almeno in parte, queste domande. Egli sostiene che i media e la televisione, con la loro capacità di selezionare, montare e manipolare le immagini creano un mondo di ‘iperrealtà’ dove i simulacri (copie della realtà senza un originale) diventano più reali del reale, confondendo e sostituendo la realtà stessa. Il mondo, così come noi lo percepiamo, diventa una costruzione mediatica e la simulazione prende il sopravvento sulla realtà, sovrastandola (Baudrillard, 2022)[1]. Questo passaggio è quanto mai rapido ed irreversibile. Quando la distinzione tra il reale e la sua rappresentazione evapora, l’iperreale diventa così potente, pervasivo e indistinguibile, da rappresentare l’unico punto di vista e di riferimento. Questo è ciò che, è accaduto, realmente, in merito alla narrazione mediatica del conflitto a Gaza? Oppure si è verificato qualcosa di molto più complesso, forse d’inaspettato e profondamente diverso rispetto al rendering di precedenti narrazioni belliche, come quelle della Guerra del Golfo del 1991?
Di fatto, c’è qualcosa di profondamente diverso tra la narrazione del conflitto del ‘91 e le rappresentazioni contemporanee del genocidio Gaza. Chi ha memoria storica, ricorderà che i racconti televisivi della Guerra del Golfo non facevano penetrare immagini cruente ma soltanto movimenti di luci nel cielo simili a fuochi di artificio, quasi rasserenanti. Il genocidio a Gaza, invece, è andato in diretta con tutto il suo orrore, e ciò è stato possibile grazie al fallimento del ‘potere’ di controllare univocamente e uniformemente la narrazioni degli eventi. Insomma, c’è stato uno sforamento nei sistemi di comunicazione massificati, soprattutto da parte dei ‘social’; queste perforazioni hanno penetrato la muraglia delle costruzioni ‘iperreali’, ma non in tutta la sua interezza. Così, se in alcuni casi, la trasformazione del reale in ‘iperreale’ ha primeggiato (es. nella dialettica ‘Trumpiana’), in altri contesti – invece – la realtà palestinese, con tutto il suo sangue, è riuscita a sforare la censura mediatica, non sfuggendo – però – alla miriade di interpretazioni e rappresentazioni da parte della società civile.
Vale la pena rilevare come molti dei nostri stessi decisori politici, alla stregua di Trump, sono diventati simulacri di sé stessi, focalizzati unicamente sulla propria performance mediatica, svuotando – così – sia la realtà che la politica di significato. L’emulazione della semantica ‘Trumpiana’ prevede che tutto deve essere assorbito e iper-realizzato in una proiezione futuristica e ottimistica della realtà (il riarmo come strumento per garantire pace e stabilità, l’industria bellica come incentivo all’economia, il rinvigorimento dell’industria del carbone per ridare dignità alla classe operaia americana, la promozione, ad oltranza, degli idrocarburi, perché nulla hanno a che fare con la crisi climatica, etc.). Per essere all’altezza del presente, Trump (come molti dei nostri politici) evitano di interpretarlo, per non correre il rischio di rimanere invischiati nell’oggettività dei fatti (es. basta affermare che Israele ha il diritto di difendersi per giustificare la morte di migliaia di civili, senza poi sentirsi obbligati a fornire dettagli sul perché e sul percome). Fatti, quanto mai aberranti, come gli oltre 20,000 minori dilaniati a Gaza dalle bombe d’Israele, sono sostituiti con mere apparenze (ad esempio, i bambini palestinesi ricoverati in diverse strutture sanitarie italiane, a cui il Ministro Tajani, patriotticamente, fa spesso riferimento). Ecco che la realtà non è più necessaria per pianificare il futuro, e la connessione con essa è istantaneamente interrotta. Tale dinamica prevede che passato, presente e futuro implodano nell’istantaneità di affermazioni estemporanee: “E’ un giorno incredibile per il Medio Oriente, ci sono voluti tre mila anni per arrivare fin qui” queste sono le parole pronunciate da Trump il 13 ottobre 2025, dopo la firma dell’accordo di pace per Gaza a Sharm el-Sheikh, facendo intuire che tale patto, cambiando la storia, sarebbe stato ricordato per sempre. Il 29 Ottobre, sedici giorni dopo il fatidico accordo, e durante la tregua, il Vicepresidente Americano J. D. Vance liquidava l’uccisione di 104 civili palestinesi a Nord della striscia, dicendo che si è trattato soltanto di “scaramucce” ma “la pace resisterà”. Tutte queste asserzioni, pur avendo il pretesto di verità, sono completamente avulse dalla realtà e prive di qualsiasi fondamento fattuale, nonché storico. Tuttavia, affermazioni brutalmente realistiche, e prive di camuffamenti strategici non sono del tutto introvabili – vanno ricercate, però, oltre gli schermi televisivi, nei meeting a porte chiuse, e spesso sono quelle dirette a gruppi di simpatizzanti con simili affinità ideologiche. Così c’è un Netanyahu ‘iperreale’ che afferma “noi diamo la caccia a Hamas, non perseguitiamo la popolazione civile” ed un Netanyahu quanto mai autentico e reale che nel 2019, durante una conferenza del partito Likud, dichiarava: “Chiunque voglia ostacolare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro ad Hamas… Questo fa parte della nostra strategia: isolare i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania”[2] .
Se secondo Netanahu “Trump sta guidando con coraggio il mondo libero”[3]; la fascinazione per il presidente americano ed il nazionalismo del movimento MAGA, hanno avuto forte riverbero anche nella nostra classe dirigente, attraverso un’adesione, ormai totale, a parole chiavi come ‘orgoglio’, ‘fierezza’ e ‘l’interesse della nazione’. A queste seguono eruttazioni verbali, brutalmente semplificanti, ai limiti del delirante. Si riesce a cogliere la dinamica diabolica di tutto questo, in affermazioni che sovvertono realtà inoppugnabili come – ad esempio – il fatto stesso che Israele non avrebbe mai potuto commettere il genocidio a Gaza, senza il supporto militare garantito dell’attuale presidente americano. Eppure sia il Presidente del Consiglio Meloni, che il Vicepremier Matteo Salvini, hanno avuto la baldanza di identificare in Trump un potenziale e meritevole vincitore del premio Nobel per la Pace. L’agognato premio è stato, però, consegnato al leader dell’opposizione Venezuelana, Maria Corina Machado, la quale ha telefonato al primo ministro Banjamin Netanyahu facendogli gli elogi per le azioni decisive contro Hamas a Gaza e per i suoi sforzi più ampi per combattere l’asse iraniano[4]. In questo palcoscenico ‘Baudrillardiano’ dove, paradossalmente, simulacri e simulazione hanno assunto la fisionomia della verità (Brega, 2008)[5], tali dichiarazioni e accadimenti non sono soltanto possibili ma sfrontatamente replicabili.
L’eliminazione della memoria storica (e l’alterazione della storia stessa) non è più fatto accidentale ma amnesia pianificata, stravolgimento consapevole della verità. Così, nuovi eventi e contingenze permettono a Trump di ‘traslare’, in contesti diversi, alcune delle sue frasi più famose come: “Un nuovo capitolo della grandezza americana sta ora iniziando” (pronunciate al Congresso del 28 Febbraio 2017). In modo analogo, a Sharm El Sheikh, il presidente americano ha annunciato l’inizio di una “alba storica di un nuovo Medioriente” (discorso del 13 Ottobre 2025, durante la sottoscrizione dell’accordo di pace). Trump, e i suoi seguaci, sanno che ciò che funziona al livello mediatico sono affermazioni edulcorate, autoreferenziali e svuotate di significato. E’ questo il fulcro della nuova, ed ampiamente emulata, semantica ‘Trumpiana’: una “simulazione che trasforma i comportamenti con densità valoriale in attività da palcoscenico, condizionate dall’informazione senza interpretazione” (Gramigna, 2021: 223)[6] .
Ciò che spaventa è anche l’unilateralità delle reazioni positive al ‘nuovo’ accordo di pace, da parte di quasi tutti governi, senza eccezione di quelli arabi. Non è forse anche questo sintomatico dell’ineluttabile fallimento di un capitalismo (nelle sue varie incarnazioni e diramazioni geografiche) che continua ad avvitarsi su posizioni insostenibili, perché ormai privo di una qualsiasi dimensione progettuale? Se paragoniamo il discorso di Trump in campagna elettorale a quello fatto alla Kness e poi a Sharm El Sheikh riscontriamo lo stesso ottimismo, la medesima ostentata convinzione di aver intrapreso una strada di progresso e di sviluppo che consoliderà prosperità, pace e stabilità in un rinato Medioriente senza Hamas, Hezbollah e altri antagonisti. L’unico neo è rappresentato dal popolo palestinese, ormai alienato da qualsiasi processo politico e forse troppo stremato, per potersi rialzare da solo. L’aspettativa finale da parte dell’America è che, con le buone o con le cattive, o sotto l’infame minaccia di Netanyahu “finiremo il lavoro”, la popolazione di Gaza abbracci, prima o poi, la nuova proposta neo-colonial liberalista e, dunque, l’abominevole ‘accordo di pace’. Quest’ultimo dovrà essere difeso ad ogni costo, a dispetto di verosimili previsioni e catastrofici fallimenti (la tregua a Gaza è già stata violata oltre 50 volte; circa 240 palestinesi uccisi dall’attuazione del piano di pace, decine di camion con aiuti umanitari, ancora bloccati ai varchi, etc.).
Il cosiddetto accordo di pace: non propone alcuno strumento indirizzato alla vita e ai diritti individuali e sociali delle persone, bensì rinvigorisce ulteriormente, la presenzialità di poteri ben consolidati in uno scenario apparentemente in movimento ma, difatti, profondamente statico, poiché alcuni presupposti (es. la presunta superiorità etnico-culturale d’Israele e le smanie sioniste di annessione della Cisgiordania) restano, praticamente, immutati. Come, tra l’altro, resterà inalterata l’opera d’indottrinamento che lo stato d’Israele conduce, da sempre, nei confronti delle sue nuove generazioni attraverso la predisposizione indotta alla superiorità razziale, alla disumanizzazione del nemico islamico e ‘mostrificazione’ del palestinese. Ecco perché le speranze di un cambiamento dal basso, all’interno della stessa società israeliana, restano di difficile attuazione.
Oggi, la mappa di Gaza, con i suoi confini ben definiti, appare frequentemente nei telegiornali ed è data in pasto all’opinione pubblica, diventando – improvvisamente – patrimonio di tutti. Invece, il territorio di vita palestinese, come entità socio-culturale, è occultato. La nuova Gaza (quella da ricostruire) per essere innocua, dovrà chiudere qualsiasi circuito che la metta in relazione con il suo passato; il legame con ciò che è stato dovrà essere disattivato, perché sarebbe fonte d’interferenza alla nuova ‘era di pace’ (la promessa ‘simil-messianica’ di Trump). Alla popolazione Gazawa, al meglio delle previsioni, potrà essere soltanto concesso un’autorizzazione ad occupare spazi, ma non gli sarà mai permesso di abitare come ‘pratica attiva’ che include il ‘costruire’ (nel senso più ampio del termine) che è un ‘modo in cui gli esseri umani si relazionano con la terra e plasmano la loro esistenza’ (Ingold, 2011)[7].
In questo imminente e spaventoso futuro, anche l’immedesimarsi nel dolore del popolo palestinese, e qualsiasi condanna allo stato d’Israele, saranno pratiche da scoraggiare; il solo parlarne sarà vietato. I segni di tutto questo sono già evidenti, anche nel nostro stesso paese. Lo dimostra la vergognosa comunicazione, contrassegnata dalla dicitura “Riservato”, ed inviata il 3 Settembre dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio ai Dirigenti scolastici e che, secondo molti, avrebbe la precisa intenzione di incoraggiare il corpo docente ad evitare dibattiti su eventi internazionali scottanti, come il genocidio a Gaza. E cosa dire del Disegno di legge Gasparri (S. 1627) che rischia di creare una pericolosissima sovrapposizione fra antisemitismo (che è odio razziale) e antisionismo (ovvero forme di critica legittima al disegno espansionistico e coloniale di Israele)? I possibili risvolti del DDL Gasparri sull’autonomia educativa, nell’ambito di scuole e università, sono tristemente prevedibili.
All’immediatezza dell’iperrealta’ Trumpiana (dove ogni simbolo perde il suo referente) – si interfaccia un’altra immediatezza, quella emotiva di chi scende nelle piazze a manifestare, urlando il proprio dolore, la propria rabbia contro l’efferatezza impunita dello stato d’Israele. Si tratta di masse eterogenee, dove gruppi non necessariamente compatibili in un contesto di normale quotidianità, si coagulano attorno ad una tematica che unisce tutti, appiattendo apparentemente le differenze, ma anche generando semplificazioni del quadro storico e politico di riferimento. Slogan come «Palestina libera dal fiume fino al mare» sebbene parlino di libertà e decolonizzazione, implicano – indirettamente – anche dell’altro: una Palestina che si estendesse realmente dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, cancellerebbe automaticamente dalle mappe ufficiali lo Stato d’Israele. Sebbene molti, tra cui il sottoscritto, concordano che Israele è ormai il fattore primario di destabilizzazione del medio-oriente, la sua cancellazione come entità politica non è un obiettivo perseguibile.
Durante cortei e manifestazioni, chi scende nelle piazze italiane porta con se messaggi precisi ed irrinunciabili. Sabato 4 Ottobre 2025, corteo Pro-Palestina: un fiume umano attraversa Roma. C’è chi sostiene un cartellone dove si legge “Volevamo Salvare la Palestina ma la Palestina ha salvato noi”, poco più indietro una giovane donna con un’altra scritta: “Palestina, we are nothing without you!” (Palestina, non siamo nulla senza di te) e poi ancora uno striscione che inneggia “Sardigna e Palestina Dae Su Riv a Su Mari Libertadi”, insomma lo stesso richiamo ad un territorio liberato dal fiume al mare, ma che pone Sardegna e Palestina sullo stesso piano. Su un altro cartellone c’è una frase scritta in rosso: “may be, one day, we’ll realize we all bleed the same. Free Gaza” (forse, un giorno, ci renderemo conto che tutti sanguiniamo allo stesso modo. Gaza Libera”; dunque, un richiamo implicito alla matrice umana che accomuna tutti, e al rischio che il sangue versato a Gaza potrebbe, un giorno, essere il nostro. Si inneggia anche alla straordinaria missione della Global Sumud Flotilla e su come questa abbia aperto nuove scenari di autodeterminazione, responsabilità civica e disobbedienza civile. Non ci sono bandiere e simboli di partiti, ma una miriade di scritte come queste: “I Popoli in Rivolta Scrivono la Storia”, “A fianco dei Popoli contro le Guerre degli Stati”; “Resistenti Oggi, Liberi Domani”, “Contro l’Occidente”, “Sostenere la Resistenza Palestinese con Ogni Mezzo Necessario” (in questo striscione è impressa la fotografia di un militante di Hamas con il mitra tra le braccia). Durante l’evento, in alcuni interventi dei manifestanti, la ‘Resistenza Palestinese’ è equiparata – in un rapporto uno a uno – alla resistenza italiana e, per analogia, le azioni dei nostri partigiani sono accomunate a quelle di Hamas contro l’esercito israeliano. E poco importa se lo Stato d’Israele abbia per anni supportato Hamas, al fine d’indebolire l’autorità palestinese.
Cosi, la Palestina, con la sua potenza salvifica diventa il ‘NOI’, un luogo di proiezione simbolica, un ricettacolo tangibile delle nostre aspettative più recondite, l’ultima ‘spiaggia ideologica’ dove una vera forma di resistenza al potere è ancora possibile, nonché un autentico rinnovamento umanistico e socio-politico al livello globale. Queste suggestioni non possono che diventare più vive che mai, in considerazione del fatto che processi di vera trasformazione sociale e contrasto al post-colonialismo, all’imperialismo e globalizzazione sfrenata sono, altrove, già tremendamente falliti, come – ad esempio – in America Latina. E cosa dire dell’ultimo, recentissimo e drammatico cambio di rotta che consegna la Bolivia del governo socialista dell’indigeno Evo Morales a quello di Rodrigo Paz, della destra conservatrice neoliberista tradizionale? In questo scenario globale quanto mai desolante, Gaza, e l’intera Palestina, incarnano un modello di resistenza ad oltranza, un miracolo attrattivo non indifferente. Tuttavia, non si tratta di una recente fascinazione; già nel 2009, Alessandro Dal Lago, sociologo, intellettuale ed ex editorialista del Manifesto – nel suo libro “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza” – raccontava come gruppi rivoluzionari europei avessero eletto la Palestina a luogo ideale per testare e sviluppare strategie e tecniche di lotta armata internazionale. Ancora oggi la Palestina continua a stimolare ragionamenti possibili circa la sovversione dei regimi autoritari, ma è anche uno specchio, senza deformazioni, su cui si riflette l’inganno del potere economico-finanziario globale.
Tra schiacciamenti della realtà palestinese su posizioni concettuali altre, specchiamenti ideologici e buchi interpretativi, il vero grande assente è proprio il popolo palestinese. Come immaginano le donne Gazawe il futuro dei propri figli, in una ‘nuova’ e ‘ricostruita’ Gaza? Cosa pensa la gente di una possibile ‘Gaza’ senza Hamas? Quanti palestinesi percepiscono Hamas come un autentico movimento di resistenza popolare? E quanti ancora vorrebbero che Marwan Barghouti (“il Mandela palestinese”) ritornasse libero per unire – una volta per tutti – il popolo palestinese? E c’è ancora chi crede nella soluzione dei ‘Due Popoli e Due Stati’? E se la risposta è no, quali sono le possibili contro-proposte dal basso? Le risposte a queste domande già esistono ma sono silenti, perché non derubricate e palesemente oscurate all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
Mentre ritornano a cadere le bombe, le promesse di Trump per una pace giusta e duratura si dissolvono; perfino l’iperreale implode e le innumerevoli narrative sulla questione medio-orientale, dalle più progressiste alle più grossolane, convergono tutte in un unico punto, quello di sempre, tragicamente immutabile: il destino dei palestinesi non interessa a nessun governo ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Così, anche la verità sul 7 Ottobre resterà sepolta sotto le macerie, mentre Gaza muore.
[1] Baudrillard, J. 2022. Simulacra and Simulation (translated by Sheila Faria Glaser). The University of Michigan Press.
[2] Jonathan Freedland, Warning: Benjamin Netanyahu is walking right into Hamas’s trap, in The Guardian, 20 ottobre 2023. URL consultato l’8 dicembre 2024.
[3] Renata Pescatori, Le frasi celebri di Netanyahu e le benefiche iniziative del “mondo libero” in La Rivista di Riconquistare l’Italia, 24 giugno 2025. URL consultato il 2 Novembre 2025.
[4] Nina Prenda, Il Premio Nobel per la Pace Machado elogia Israele in chiamata con Netanyahu. Bet Magazine Mosaico (Sito Ufficiale della Comunità Ebraica di Milano), 22 Ottobre 2025. URL consultato il 28 Ottobre 2025.
[5] Brega, M. G., (2008) (a cura di, Baudrillard J.). Simulacri e impostura. Bestie Beaubourg, apparenze e altri oggetti. Milano: Pgreco.
[6] Gramigna, A. 2021. La lezione di Baudrillard: formare investigatori sull’omicidio del reale. Formazione & Insegnamento XIX-3. Pensa MultiMedia Editore.
[7] Ingold, T. 2011. The Perception of the Environment: Essays on Livelihood, Dwelling and Skill. Routledge.
Dario Novellino
11/11/2025 https://www.lafionda.org/










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