MALEDETTO QUESTO LAVORO
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Il lavoro, in un contesto di concorrenza ed esasperato produttivismo, ogni vera creatività professionale viene mortificata. Inoltre, ci viene tolto tempo e qualità di vita.
Una condizione d’essere inquinata da pervasività e pressioni che annullano scelte e bisogni individuali.
A complicare anche di più la condizione di disagio c’è la consapevolezza di una assoluta mancanza di riconoscimento professionale e personale ed una conseguente valorizzazione del proprio compito sociale.
Questo è uno dei punti nodali con cui le organizzazioni padronali scientemente cercano di isolare il lavoratore.
Ossia, attraverso una pratica organizzativa caratterizzata da: lavoro costrittivo, maggiorazione dei carichi di lavoro e il frazionamento in compiti specifici e ripetitivi che inducono alla solitudine e all’impotenza a fronte dell’impianto disumanizzante. organizzativo
A ciò si aggiunge una condizione salariale che è vicina alla soglia di sopravvivenza.
Prendiamo come esempio la paga oraria degli educatori che corrisponde a circa 7,50 euro all’ora.
Perché stupirsi che gli stessi stanno abband onino la professione?
Comunque il punto che voglio condividere è che dato la difficoltà nel coinvolgere i lavoratori nella discussione su questi temi mi chiedo quali strumenti possono essere utili per far emergere le difficoltà e gli stati di malessere.
E dire che anche le organizzazioni padronali provano a far emergere il disagio, tramite questionari, colloqui, ecc. ma solo ai fini di una gestione ottimale delle “risorse umane” non certamente per alleviare il disagio e cura re le patologie indotte.
L’attenzione è tutta riservata alla macchina organizzativa che deve girare a pieno regime.
Carichi di lavoro disagi e sofferenza sono solo danni collaterali nella guerra per la con correnza che si riverbera anche in un settore che non produce merci.
La riduzione dei salari, e del personale garantisce comunque la sopravvivenza delle finte cooperative che di umano e sociale non hanno nulla.
Luglio 1993 -2023: trentadue anni di furto salariale
Secondo i dati ufficiali dell’Istat, pubblicati pochi giorni fa, i salari italiani sono 3700 euro al di sotto della media europea.
L’inflazione ha toccato il 12%, la più alta dal 1984, anno segnato dal varo del primo decreto (quello Craxi) che mise per la prima volta in discussione la scala mobile, col taglio di 3 dei 12 punti di contingenza previsti per quell’anno.
I cosiddetti “Patti Sociali” e gli accordi interconfederali di allora trovarono suggello negli accordi del 31 luglio del 1992 e del 23 luglio del 1993. Esattamente trent’anni fa fu sancito il modello che impose il crollo inarrestabile dei salari dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese.
Gli accordi di luglio 92-93 avevano promesso ai lavoratori di allora che la riduzione dei diritti esistenti sarebbe stata controbilanciata dalla possibilità di recuperare o addirittura di accrescere questi diritti attraverso altre sedi. Parole d’ordine che appaiono molto simili a quelle di oggi che attaccano il salario minimo.
Sappiamo però che la storia è stata ben diversa: dicevano “togliere la scala mobile per rafforzare la contrattazione nazionale”, poi sono arrivati a svuotare il contratto nazionale per rafforzare il contratto aziendale, poi non serve più nemmeno quello, perché il modello di oggi è un modello dove la contrattazione è possibile anche individualmente, dove emergono modelli come quello della precarietà lavorativa in cui lo scambio dei diritti avviene sulla base delle libertà e delle disponibilità individuali.
Il salario del lavoro migrante
La pseudo discussione sul salario minimo mostra aspetti che ci paiono cruciali per capire le condizioni di lavoro e i rapporti di potere in Italia. Diciamo subito che il dibattito sul salario minimo è in realtà un dibattito sul lavoro migrante. Non solo perché i e le migranti stanno nella parte bassa dei livelli salariali, ma perché il salario del lavoro migrante non coincide con i e le migranti, ma con le condizioni a cui si vorrebbero assoggettare svariati milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia.
Di fronte a queste posizioni, il salario minimo forse potrebbe impedire lo sprofondamento nelle sabbie mobili del lavoro povero, in connessione o meno che sia con i contratti collettivi. Ci chiediamo però: nel caso il salario minimo fosse, diciamo, di 12 euro netti all’ora – una cifra che a nostro avviso rappresenta il minimo condivisibile rispetto alla miseria dei 9 euro proposti dalle opposizioni –, che succederebbe alle organizzazioni sindacali che sottoscrivono contratti collettivi sotto quella cifra?
Ripensando al recente “Decreto lavoro” del Governo di lavoro si parla molto poco in questo decreto, mentre si parla molto di sussidi, sgravi, crediti d’imposta, benefits; agendo di fatto senza trasformare di una virgola l’impianto normativo del mercato del lavoro.
Insomma, il governo interviene sì sul lavoro, ma solo per imporre alla forza lavoro, tramite il salario indiretto, di accettare le rinnovate esigenze post-pandemiche del capitale o, come piace dire a loro, “per fare incontrare domanda e offerta di lavoro” amplificandomsenza soluzione di continuità con i governio precedentio degli ultimi 30 anni, lo smantellamento delle politiche di welfare procedute di pari passo con quelle di deregolamentazione del mercato del lavoro favorendo la proliferazione di forme alternative sempre più spinte di flessibilità di ingaggio e gestione del lavoro (contratti, orari, messa a disposizione,ecc), mentre i cambiamenti strutturali nel sistema economico e nel mercato del lavoro hanno favorito il declino del sindacato con la diminuzione delle tutele e l’aumento delle forme di ingaggio del lavoro non salariali, atipiche e informali, ovvero precarie.
A questo cambiamento solitamente le organizzazioni sindacali hanno risposto in questi ultimi trentanni tutelando, al minimo sindacale, la parte organizzata o più facilmente organizzabile (grandi imprese private e lavoro pubblico), spesso arroccandosi dentro modalità corporative, come quelle di introdurre i doppi regimi di trattamento fra i neo assunti e i più anziani, a partire dal nefasto accordo Dini sulle pensioni e ai diversi rinnovi dei CCNL dalla seconda metà degli anni 90, fino ad arrivare a vere e proprie forme di deregolamentazione sui part-time, sui tempi determinati, su diverse forme di lavoro flessibile o precario.
La necessità di arrivare a una ricomposizione del mondo del lavoro è ormai un dato sempre più oggettivo e ineludibile. Pone la necessità di organizzare tutte le diverse forme del lavoro sfruttato, al ben oltre il semplice contratto a tempo indeterminato coperto dai contratti nazionali, come quello dei lavoratori precari dei call center, dei servizi di prenotazione sanitaria, dei musei, degli insegnanti a tempo determinato da dieci anni della scuola che con la loro singola lotta oggi illuminano ben più di uno sciopero generale (che comunque ci mancano!) sulle condizioni disastrate del lavoro a causa delle scelte politiche della classe governante degli ultimi 30 anni e le insufficienze delle risposte sindacali, anche al malessere psicosociale.
Il malessere psico-sociale sul lavoro. L’Inchiesta Cgil-Fondazione Di Vittorio
Solo un lavoratore o lavoratrice su 10 nell’ultimo anno non ha avuto alcun disturbo – fisico o psicologico – nello svolgere la propria occupazione.
I disturbi più diffusi riguardano l’apparato muscolo-scheletrico e lo stress. Si tratta del 67,8 e del 65,2% di chi ha segnalato almeno un disturbo. Seguono i disturbi legati all’ansia (39,9%) alla vista (38,2%) e il mal di testa (32,5%). Rispetto alla distribuzione complessiva, tra i più giovani si rileva una maggiore diffusione di mal di testa, ansia e stress, così come pure per la componente femminile. Insomma: dati che confermano la centralità che deve mantenere la lotta per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.
L’organizzazione giocano un ruolo straordinario sul benessere psico-sociale dei lavoratori e delle lavoratrici.
Avere scadenze rigide e strette, sostenere un ritmo di lavoro eccessivo, sostenere un carico di lavoro eccessivo, fare lavori ripetitivi e noiosi sono alcuni dei fattori che producono maggiore disagio, mentre un grado discreto di autonomia e di controllo dell’orario di lavoro diminuisce il disagio stesso. Sono ovviamente dati prevedibili. Interessante però incrociarli con alcune variabili, di genere e generazionali.
Redazione Lavoro e Salute
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