L’impresa titanica per impedire infortuni e morti sul lavoro oggi
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Ogni anno c’è la “Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro” nel mese di ottobre con centinaia di eventi di sensibilizzazione che si svolgono in tutta l’UE.
Ma «Oggi abbiamo un modello di fare impresa che uccide, fondato molto spesso su appalti, subappalti e precarietà. Se andiamo a vedere all’origine, purtroppo, nella grande maggioranza dei casi scopriamo che chi muore o si infortuna è dipendente di aziende in appalto o subappalto, o è un lavoratore precario. Alcune delle cose che si stanno facendo in queste ore sono molto gravi. Ad esempio, quello che si sta votando al Senato — proprio mentre noi siamo qui a discutere — ovvero togliere la responsabilità alle aziende committenti per ciò che accade lungo la filiera produttiva, credo sia inaccettabile. Se prevalgono il profitto e il mercato, e non la centralità della persona, è chiaro che la sicurezza diventa un costo».
Lo ha detto giustamente e autorevolmente Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, il 21 ottobre alla Camera dei Deputati, a margine degli Stati generali della salute e sicurezza sul lavoro.
Ma il problema alla fonte sta proprio in quel “ mentre noi siamo qui a discutere “ perche le tragedie quotidiane (record europeo) sono affrontate quasi sempre nelle sedi istituzionali, nei convegni, nelle dichiarazioni alla stampa, mentre i fatti delittuosi avvengono sui luoghi di lavoro senza più nessuna opera di prevenzione tramite l’azione sindacale nell’organizzazione del lavoro, perchè, è lapalissiano continuare ad affermarlo, non è colpa di chi lavora, ma di chi lo organizza quel lavoro, e anche quando, in pochissimi casi su centanaia al giorno, avvengono per disattenzione di lavoratrici e lavoratori è inconfutabile che avvengono causa carichi di lavoro schiavisti che mettono a rischio d’incolumità fisica e tenuta mentale del personale.
L’accumulo di fatica, disagio, stress, senso di abbandono, può condurre ai fenomeni del “danno biologico” o “danno esistenziale”. Per i danni subiti, certamente, i lavoratori possono adire l’autorità giudiziaria e rivendicare un giusto risarcimento in sede civile. Ma va fatta una causa atta a dirimere una controversia di lavoro a carattere extracontrattuale, ma sappiamo bene che se una lavoratrice e un lavoratore sono costretti, post infortunio, o post morte per i famigliari a ricorrere alla magistratura (tenuto conto che oggi sono rari i magistrati che non sono “influenzati” dall’insano principio della sacralità dell’Impresa) è la conferma della solitudine che li opprimono durante il lavoro. E da vittima deve paradossalmente dimostrare che i danni di salute subiti sono riconducibili alla cattiva organizzazione del lavoro.
E nell’accertamento della idoneità gioca un ruolo chiave la figura del medico competente aziendale però questi non è quasi mai dalla parte di chi lavora perché per legge è nomi nato dal datore di lavoro e non sorteggiato da una lista pubblica a garanzia di valutazioni obiettive.
Ma certamente questa commistione tra professione e interessi aziendali non incide sempre sulla valutazione del danno in un processo ma è una spada di Damocle sulla testa della vittima da infortunio, seppur, comunque, la giurisprudenza con gli articoli 2043, 2057 e 2059 del codice civile disciplinano: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”
Pare elementare dirlo ma, per prevenire, andrebbe sviluppata una attività di vigilanza e controllo con iniziative diretta o sostenute dagli RLS e da RSA-RSU oggi, silenti, spesso compiacenti e omertose. Affermazioni pesanti? No, l’omissione e l’inazione per “quieto vivere”, produce effetti dannosi ed è la realtà che regna oggi sui posti di lavoro, ovviamente senza generalizare tenuto conto che sono ancora presenti settori sindacali, della Cgil e dei sindacati di base che non hanno dimenticato il principio del conflitto e del convolgimento del lavoratori, praticandolo a prescindere dalle condizioni di solitudine, e spesso repressione aziendale e misure governative tese alla deresponsabilizzazione delle imprese, proprio come affermato da Landini.
Franco Cilenti
COSA DEVE FARE IL SINDACATO?
Dopo queste considerazioni della redazione di “Lavoro e Salute” crediamo utile affidarci al competente punto di vista di Umberto Franchi ex responsabile della FIOM e CGIL Toscana per la prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Anche il sindacato che deve cambiare la propria strategia di intervento nei luoghi di lavoro.
Se è vero come è vero che “gli incidenti sul lavoro” non sono causati dal destino cinico e baro, credo sia necessaria una forte ripresa della contrattazione e della lotta di classe nelle fabbriche per modificare tutta l’organizzazione del lavoro, e costringere le aziende a investire alla “fonte” su impianti ed ambiente. Se così non si fa gli «omicidi bianchi» sono destinati adumentare.
Per fare quanto sopra bisogna anche cambiare un articolo fondamentale del Testo Unico Sulla Sicurezza” a partire da questa considerazione: la legge 626 del 1994 – recepita e riformata con il Testo Unico sulla Sicurezza n. 81 del 2008 – pur essendo una buona legge, abbiamo visto (a 30 anni di distanza) che una grave lacuna impedisce una vera contrattazione sulle tematiche riguardanti la cause degli incidenti sul lavoro e quindi va modificata nel suo impianto centrale.
A mio parere va cambiato l’articolo 35 del Testo Unico sulla Sicurezza, riguardante la disciplina in merito alla riunione periodica sul documento riguardante la valutazione dei rischi che è obbligatorio.
La valutazione dei rischi viene fatta su un documento sui rischi esistenti predisposto dall’azienda, in una riunione svolta tra il datore di lavoro, il medico competente, il servizio di prevenzione e protezione dell’azienda (RSPP), il Rappresentante dei lavoratori alla sicurezza (RLS). Durante la riunione che viene svolta almeno una volta l’anno, in teoria si analizza il documento sui rischi esistenti, l’andamento degli infortuni e malattie professionali,
Dunque gli interventi di prevenzione svolti o programmati, la formazione fatta o da fare, ed eventualmente – se i soggetti interessati valutano inadeguato ciò che è stato fatto in azienda – intraprendere azioni ulteriori in salute e sicurezza.
In realtà quello che avviene nelle riunione sopra menzionate vede tre soggetti di parte datoriale e uno in rappresentanza dei lavoratori, che viene ingabbiato nella logica del “tutto va bene”, di norma viene convinto che è stato fatto tutto il possibile e anche se esprime una sua contrarietà è molto debole perché in precedenza non c’è stato alcun coinvolgimento dei lavoratori, non ha nessun mandato a contrattare e può solo riferire successivamente alla RSU e all’assemblea dei lavoratori (cosa che peraltro avviene molto raramente).
Quindi il sindacato – a partire dalla CGIL – deve cambiare la sua strategia e chiedere una modifica dell’art. 35 inserendo l’obbligo dell’indagine tecnica e medica da svolgere, solo dopo l’individuazione dei rischi esistenti con i “gruppi omogenei” dei lavoratori e prima del confronto annuale sulla valutazione dei rischi.
E’ innanzitutto necessario ricostruire il protagonismo dei lavoratori nelle aziende, a partire dalla individuazione dei rischi esistenti nei luoghi di lavoro, senza aspettare le riunioni periodiche per farceli elencare dal datore di lavoro, RSPP, Medico competente in sicurezza, che – come abbiamo detto – sono di parte. E senza nemmeno aspettare che sia il controllo dell’Ispettorato del lavoro a risolvere i problemi esistenti in azienda.
Occorre che il sindacato torni (come negli anni 70) a valorizzare la soggettività di chi lavora attraverso i “gruppi omogenei” , in apposite assemblee di lavoratori, con le RLS, le RSU, i tecnici delle ASL preposti a fare le indagini sui rischi esistenti, il medico competente.
È nell’assemblea che, anche tramite appositi questionari, è possibile individuare i rischi esistenti sugli impianti, polveri, rumore, microclima ecc… ma anche quelli causati dai carichi e ritmi di lavoro, dallo stress, dalla monotonia, dai turni di lavoro, dagli orari gravosi, dagli organici insufficienti, ecc…
E’ insieme a tutti i lavoratori, che – una volta individuati i rischi esistenti sull’organizzazione complessiva del lavoro – viene dato mandato ai tecnici di fare l’indagine sui rischi esistenti in ogni reparto e al medico competente di effettuare visite mirate in relazione ai rischi esistenti.
Solo successivamente la RLS (ma anche la RSU, i lavoratori e tutto il sindacato di categoria) è in grado di aprire un confronto vertenziale con la Direzione aziendale , con il mandato dei lavoratori per abolire i rischi individuati: non solo quelli sulla sicurezza degli impianti, microclima, fattori nocivi… ma anche quelli che riguardano tutta l’organizzazione del lavoro cioè quantità e qualità degli organici in ogni reparto, prodotti lavorati, orari necessari, carichi di lavoro, turni di lavoro, qualità della formazione-informazione -addestramento. Insomma poter stabilire il come ed il per cosa si lavora.
Così è possibile ricreare un nuovo protagonismo dei lavoratori, recuperare la cultura di rifiuto di ogni lavoro a rischio e acquisire un reale potere di contrattazione. Potere di contrattazione che va perseguito e sostenuto dalle azioni di lotta necessarie, su tutta l’organizzazione del lavoro, compreso gli orari e gli organici necessari, andando a stabilire gli investimenti da fare alla fonte, il come si lavora, con quanti organici si lavora, per cosa si lavora, quali investimenti l’azienda deve fare destinati alla prevenzione dai rischi esistenti. Tutto con il sostegno di tecnici e medici esperti.
Credo che solo agendo in questo modo sia possibile ridurre drasticamente sia gli infortuni che le morti sul lavoro.
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