Il commercio di armi nucleari è green. L’Unione europea, la sostenibilità e la guerra
Il finanziamento della produzione di armi
Il riarmo dell’Europa non richiede solo uno sforzo economico. Ha bisogno anche e soprattutto di una retorica capace di renderlo accettabile: di presentare l’acquisto di armi come un preferibile rispetto alla spesa per sanità e istruzione. Una componente fondamentale di questa retorica è stata al centro di un discorso tenuto alla Camera dei deputati da Roberto Cingolani alla cerimonia di apertura del corso di formazione dirigenziale della Scuola nazionale dell’amministrazione. L’attuale amministratore delegato di Leonardo, società tra le principali produttrici di armi al mondo, nonché ex Ministro della transizione ecologica, se l’è presa con un particolare ostacolo al riarmo: i “vincoli etici”[1].
Con notevole tempismo, il Parlamento europeo ha raccolto l’indicazione in occasione di un voto su un Regolamento delegato: un “atto non legislativo di portata generale” che la Commissione può essere autorizzata a emanare per integrare o modificare “determinati elementi non essenziali di un atto legislativo” (art. 290 Trattato sul funzionamento dell’Unione europea).
L’atto legislativo in questione è un Regolamento del 2016 volto a uniformare gli indici con cui sono valutati gli strumenti finanziari e i contratti finanziari, ad esempio il valore di un derivato o l’importo di un mutuo a tasso variabile, e il rendimento di un fondo comune di investimento[2]. L’autorizzazione a emanare Regolamenti delegati è invece quella contenuta nello stesso Regolamento così come modificato nel 2019[3].
Sulla base di questa autorizzazione la Commissione era già intervenuta per aggiornare il Regolamento del 2016 a quanto stabilito nell’Accordo di Parigi adottato nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici[4]. E con l’occasione aveva stabilito che la qualifica di prodotto finanziario sostenibile era riservata a quelli che rispettano determinati parametri ambientali, sociali e di gestione dell’impresa. Si era in particolare precisato che non erano sostenibili i prodotti destinati a imprese coinvolte della produzione di “armi controverse”: le armi “di cui ai trattati e alle convenzioni internazionali, ai principi delle Nazioni Unite e, se del caso, alle legislazioni nazionali”[5].
Dalle armi controversie alle armi vietate
Un nuovo Regolamento delegato vuole ora sostituire la dizione “armi controverse”, considerata fonte di “troppa incertezza e confusione”, con quella di “armi vietate”. Precisando che sono tali “le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche per le quali l’uso, la detenzione, lo sviluppo, il trasferimento, la fabbricazione e la costituzione di scorte sono espressamente vietati dalle convenzioni internazionali in materia di armi di cui la maggior parte degli Stati membri è parte”[6].
Il tutto, come abbiamo detto, è stato avallato dal Parlamento europeo. Questo ha per un verso approvato[7] la Proposta di regolamento “che istituisce il programma per l’industria europea della difesa e un quadro di misure per garantire la disponibilità e l’approvvigionamento tempestivi di prodotti per la difesa”[8], e per un altro bocciato tre Proposte di risoluzione volte a respingere il Regolamento delegato appena citato: della Sinistra, dei Verdi e dei Socialisti e democratici.
Tutte e tre le risoluzioni chiariscono che la definizione di armi vietate “non fa riferimento ad armi controverse quali armi nucleari, uranio impoverito, armi incendiarie, schegge non individuabili, laser accecanti e sistemi di armi letali autonomi”: i finanziamenti alle imprese che le producono potranno essere ritenuti sostenibili e dunque in linea con gli obiettivi climatici di cui all’Accordo di Parigi. Il che non solo costituisce una evidente pratica di “greenwashing”[9], ma anche e soprattutto un attentato al buon senso. E una palese violazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, sottoscritto da tutti i Paesi membri dell’Unione europea[10].
Il Regolamento delegato, che apre la strada non tanto all’investimento privato in armi quanto alla sua qualificazione in termini di investimento sostenibile, era stato recentemente sollecitato dal Consiglio europeo. Nella sessione straordinario del 6 marzo 2025, introdotta da uno scambio di opinioni tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i Capi di Stato e di governo degli Stati membri, questi ultimi hanno sottolineato “l’importanza di mobilitare finanziamenti privati per l’industria della difesa… segnalando agli investitori privati l’importanza dell’industria della difesa per l’Europa in generale”. Hanno poi invitato la Banca europea per gli investimenti a modificare le sue pratiche al fine di incentivare “gli investimenti in materia di prestiti all’industria della difesa”, e in particolare a rivedere “l’elenco delle attività escluse”[11].
Finanziare il riarmo: con il debito pubblico e i fondi per la coesione
Le stesse indicazioni sono contenute nel Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea, più noto come Rearm Europe, pubblicato qualche giorno dopo[12]. Lì si prevede la creazione di uno fondo di 150 miliardi di Euro alimentato da risorse reperite dalla Commissione sui mercati per appalti comuni, denominato Safe (Security action for Europe)[13]. Si prevede poi la sospensione del Patto di stabilità e crescita per spese militari sino a un massimo dell’1,5% del pil, consentendo così di mobilitare altri 650 miliardi nell’arco dei quattro anni[14].
Queste misure sono però destinate a produrre un incremento del debito degli Stati membri, i quali si troveranno prima o poi in difficoltà a rispettare i rigidi parametri di Maastricht. Di qui la ricerca di altre soluzioni idonee ad aggirare la ritrosia ad assumere scelte politiche poco lungimiranti, che passano in parte dalla distrazione di fondi previsti per altre finalità e in parte dal rastrellamento del risparmio privato.
La distrazione dei fondi previsti per altre finalità concerne innanzi tutto quelli a disposizione della Banca europea per gli investimenti, nata per sostenere finanziariamente gli obiettivi politici dell’Unione, già menzionati dal Consiglio europeo appena ricordato. Nel merito la Banca ha già rivisto la definizione di progetti a duplice uso, al fine di ammettere al finanziamento anche quelli in cui l’uso militare prevale su quello civile. Ha inoltre avviato iniziative volte a incentivare il partenariato tra soggetti pubblici e soggetti privati in materia di difesa[15].
Nello stesso senso va l’indicazione contenuta nel Libro bianco secondo cui occorre riformare le politiche di coesione. Di qui una Comunicazione della Commissione in cui si propone di individuare due nuovi obiettivi specifici per l’utilizzo dei fondi di coesione: il “rafforzamento delle capacità produttive nelle imprese del settore della difesa senza restrizioni in termini geografici o di dimensioni dell’impresa” e la “costruzione di infrastrutture di difesa o a duplice uso resilienti per promuovere la mobilità militare”[16].
Segue: drenare il risparmio privato affossando la finanza sostenibile
La parte del leone la fanno però le iniziative volte a drenare il risparmio privato, che si collocano a ben vedere lungo la linea tracciata nei Rapporti Draghi e Letta sul “futuro della competitività europea”. Questi ultimi sono fondati sull’assunto per cui lo sviluppo dell’Unione potrà sempre meno contare su investimenti pubblici e dovrà pertanto fondarsi in modo crescente su investimenti privati, se non altro a causa dei limiti imposti dal Patto di stabilità e crescita. In particolare il primo Rapporto scredita l’enfasi con cui in area europea si incentivano i cosiddetti investimenti sostenibili, criticati in quanto distraggono finanziamenti di cui potrebbe altrimenti beneficiare la produzione di armi[17].
Nello stesso senso il Libro bianco riconosce che l’intervento pubblico, per quanto indispensabile a realizzare i propositi di riarmo e dunque a sviluppare l’economia di guerra, “non sarà sufficiente”. Occorrerà dunque “mobilitare capitale privato”, e a tal fine riformare la disciplina della finanza sostenibile per introdurre novità che “potrebbero tornare utili sia al settore finanziario che a quello della difesa”.
Questi aspetti sono stati ribaditi in una Comunicazione della Commissione pubblicata lo stesso giorno del Libro bianco. Lì si constata che l’Europa unita costituisce un “ampio bacino di risparmio” e si afferma che occorre pertanto convogliare “il risparmio verso investimenti produttivi”: quelli nel settore della difesa in testa. Si riconosce infine che “le banche non sono sempre pronte a finanziare” questi investimenti, motivo per cui occorre stimolare in modo decisivo “uno sviluppo sostanziale dei mercati finanziari” attraverso sollecitazioni rivolte agli investitori non istituzionali[18]: i comuni cittadini.
Il Regolamento delegato appena varato dalla Commissione e avallato dal Parlamento europeo segue questa indicazione e rappresenta l’ennesimo passo verso il consolidamento del sistema di guerra. Un sistema “che assume la guerra, anche solo programmata e non combattuta, come fondamento e culmine dell’ordine politico”: un sistema nel quale la guerra è “l’ordinamento” e non più solamente “l’armamento di una società”[19].
[1] Roberto Cingolani (Leonardo): “La guerra non sta finendo, buon momento per investire sulla difesa. Altrimenti ci sterminano” (27 novembre 2025), www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/27/cingolani-leonardo-difesa-investimenti-news/8210339.
[2] Regolamento dell’8 giugno 2016, Ue 2016/1011.
[3] Art. 19bis, introdotto dal Regolamento del 27 novembre 2019, Ue 2019/2089.
[4] Decisione del Consiglio del 5 ottobre 2016, Ue 2016/1841.
[5] Art. 12 Regolamento delegato del 17 luglio 2020, Ue 2020/1818.
[6] Proposta di Regolamento del 3 novembre 2025, C/2025/3801 final/2.
[7] Risoluzione del 25 novembre 2025, P10_TA/2025/0281.
[8] Proposta di Regolamento del 5 marzo 2024, Com/2024/150 final. Cfr. A. Somma, L’Unione europea nel sistema di guerra: il conflitto russo ucraino e le evoluzioni del capitalismo, in Costituzionlaismo.it, 2025, 2, www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/2-2025-2.-Somma.pdf.
[9] Proposta di risoluzione del 19 novembre 2025, B10-0499/2025.
[10] Proposte di risoluzione del 19 novembre 2025, B10-0501/2025 e B10-0502/2025.
[11] Consiglio europeo del 6 marzo 2025, Conclusioni della Presidenza.
[12] Libro bianco congiunto sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 del 19 marzo 2025, Join/2025/120 final.
[13] Poi realizzato con il Regolamento del 27 maggio 2025, Ue/2025/1106.
[14] Lo si è fatto con la Comunicazione del 19 marzo 2025, C/2025/2000 final.
[15] European Investment Bank, Public-Private Partnerships in Security and Defence (aprile 2025), www.eib.org/attachments/lucalli/20240222_100425_ppp_in_security_and_defence_en.pdf.
[16] Comunicazione del 1. aprile 2025, Com/2025/163 final.
[17] The Future of European Competitiveness: Report by Mario Draghi (settembre 2024), https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en?, p. 161.
[18] Comunicazione del 19 marzo 2025, Com/2025/124 final.
[19] C. Napoleoni e R. La Valle, Lettera ai comunisti italiani, in C. Napoleoni, Cercate ancora. Lettere sulla laicità e ultimi scritti, Roma, 1990, p. 147 s.
Alessandro Somma
1/12/2025 https://www.lafionda.org/










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