Porto Marghera: i veleni e il silenzio
La zona industriale portuale di Porto Marghera non ha subìto una contaminazione inaspettata, esternalità negativa di un progetto in cui qualcosa è andato storto. Qualcuno ha invece scientemente deciso che dovesse diventare terra di atomi e scarti industriali
di Rita Cantalino
Come recita il Piano Regolatore del Comune di Venezia del 1962, a Porto Marghera dovevano trovare posto “le sostanze nocive alla salute umana diffuse nell’aria, nell’acqua e nel suolo”. Si tratta di una delle zone industriali costiere tra le più grandi d’Europa. Ha avuto un ruolo centrale nella trasformazione dell’Italia del secondo dopoguerra in un Paese di chimica e di plastica. Un paese che ha costruito così la propria ricchezza economica. Un paese che qui, come in molti altri territori, ha lasciato un’eredità di veleni, malattie e devastazione ambientale e sociale.
L’area, che all’inizio del Novecento ospitava barene, laguna e campagna, ha subito una rapida espansione e uno sviluppo in due fasi. Una prima tra gli anni ’20 e ’30, e una seconda, più lunga, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Accorsero tutti qui, quegli ex contadini delle aree agricole circostanti come il medio Brenta, per mettere le proprie braccia al servizio della grande novità del ‘900, di quella chimica che li avrebbe strappati dalla fatica dei campi per dare loro lavoro dignitoso, salariato, non soggetto ai capricci delle stagioni. Grandissima parte della forza lavoro impiegata nell’area, negli anni ’60, era del tutto priva di conoscenze impiantistiche. Così questi ex contadini, decine di migliaia di persone, venivano mandati a trattare sostanze pericolose senza che nessuno glielo spiegasse, a lavorarle con le mani, senza dispositivi di protezione, senza alcuna conoscenza dei rischi.
I veleni e il silenzio
A pagare non sono stati solo i lavoratori dell’area. La quotidianità a Marghera è stata segnata da continue fughe di gas. In vent’anni di monitoraggio, le associazioni del territorio ne hanno contate centinaia, a volte anche una volta alla settimana. Fughe spesso inodori, di sostanze che ammazzano lentamente senza che ce ne si accorga. Come il Cloruro Vinile Monomero (CVM) e il fosgene.
Il risultato di più di cent’anni di chimica, sul territorio, è una forte contaminazione da idrocarburi policiclici aromatici, benzene e derivati del cloro, oltre a scarti industriali colorati che venivano sparsi nel terreno negli anni ’50 e ’60. Porto Marghera è diventato un SIN, sito di interesse nazionale per le bonifiche, in cui però queste ultime sono ferme al palo.
L’impatto sulla salute è tra i più gravi d’Italia. Porto Marghera registra ancora oggi il 20% in più di tumori correlati all’inquinamento rispetto alla media regionale. Indagini locali hanno evidenziato tassi altissimi di tumori al fegato, all’apparato respiratorio, alle mammelle e alla pelle, con percentuali record su certi tumori come quello al fegato, rispetto ai dati disponibili globalmente negli anni 2000.
Al centro della contaminazione, un derivato del cloro usato per produrre il PVC, una delle plastiche più diffuse al mondo: il Cloruro di Vinile monomero (CVM). Come spesso accaduto nella storia della chimica di questo paese, intere generazioni di operai ignari sono stati esposti a questa molecola pericolosa per la salute, mentre chi stava sopra di loro sapeva esattamente cosa stava facendo. Le multinazionali chimiche che operavano anche a Venezia sapevano almeno dalla metà degli anni ’70 che la sostanza è cancerogena. La notizia giunse dagli USA, da una riunione a porte chiuse di una serie di aziende che, di fronte alle evidenze degli studi che avevano commissionato ad alcuni scienziati, decisero di stringere un patto di segretezza: nessuno avrebbe saputo.
Il processo CVM
Fu un operaio a rompere il silenzio. Le grandi battaglie di emancipazione non sono mai riconducibili a singoli uomini. Ma alcuni singoli uomini si assumono la responsabilità di dare una spinta a quelle battaglie. Così, Gabriele Bortolozzo, ex operaio in pensione, diede la spinta che portò Montedison in tribunale per quanto avvenuto a Marghera. Bortolozzo, isolato e attaccato dai sindacati e dagli stessi operai per paura di perdere il lavoro, condusse una lunga e silenziosa indagine indipendente. Intervistò centinaia di persone, raccolse referti medici e ricostruì le storie lavorative per documentare l’epidemia di operai malati e deceduti.
Nel 1994, il suo lavoro sfociò in un esposto presentato al Giudice Carlo Casson, che avviò le indagini. Non era la prima volta che Bortolozzo ci provava. Già nell’85 aveva presentato un esposto simile che fu archiviato. Era però la prima volta che qualcuno gli dava ascolto. Come dichiarò il giudice Casson in seguito, se il primo esposto fosse stato accolto, “molte vite si sarebbero salvate”. Il Processo CVM iniziò ufficialmente nel 1998. Bortolozzo non lo vide, era morto in un incidente in bicicletta nel 1995. Prima della sentenza di primo grado, Montedison, proprietaria degli stabilimenti, offrì 70 miliardi di lire a tutte le parti civili. La maggior parte delle famiglie accettò il risarcimento. A proseguire la battaglia rimasero gli enti istituzionali (Comune, Provincia, Regione, Stato), associazioni come Medicina Democratica e i figli di Gabriele Bortolozzo, Beatrice e Gianluca.
La sentenza definitiva del 2006 riconobbe la cancerogenicità del CVM e la responsabilità aziendale, ma applicò la prescrizione per la maggior parte dei casi. Il grosso dei circa 800 milioni di euro investiti successivamente per la bonifica, derivò proprio da queste transazioni accettate dalle industrie per alleggerire la loro posizione nel processo, e non da una scelta consapevole dello Stato.
Esplosioni, grida, proteste e voto: così si rompe il silenzio
Nel frattempo la situazione a Porto Marghera era cambiata. Al silenzio si era sostituita la consapevolezza, la protesta, la proposta di un nuovo destino per l’area, che la liberasse da veleni. Uno degli spartiacque fu l’incidente del 28 novembre 2002 nello stabilimento Dow. L’esplosione sfiorò un deposito di fosgene, un gas di guerra. “Grazia divina”, questo, secondo la relazioni dei Vigili del fuoco, il motivo per cui l’incidente non si è trasformato in una catastrofe. Ne derivò un’allerta sociale senza precedenti e la nascita spontanea dell’Assemblea Permanente Contro il Rischio Chimico Marghera.
L’Assemblea, composta da cittadini, avvocati, medici, ed ex lavoratori (inclusi ricercatori della Montedison/Enichem), ottenne l’istituzione di un sistema di allertamento e informazione della popolazione (SIMAGE), prima inesistente. Gli attivisti si dedicarono alla controinformazione, studiando i cicli produttivi per superare l’omertà delle aziende e degli organi di controllo.
Era nata una nuova consapevolezza, una nuova lettura della storia di Marghera e, di conseguenza, una nuova idea di quale dovesse essere il suo destino. Il petrolchimico non era più un “gran dono del padronato”. Nel 2002, mille persone marciarono in bicicletta fin dentro la zona industriale, sfondando i cordoni di polizia per affrontare la dirigenza aziendale che aveva annunciato: “Continueremo così”. Questo corteo fu un evento unico nella storia di Marghera.
Nel 2006 arrivò la consultazione comunale contro il ciclo del cloro, che vide una vittoria schiacciante: il 90% delle cittadine e dei cittadini che votarono dissero basta a quella chimica pericolosa per la salute e l’ambiente. Sebbene dinamiche di mercato stessero già segnando il declino della chimica di base, le battaglie di quegli anni imposero la chiusura del ciclo del cloro da parte di EVC nel 2006 e del CVM nel 2012.
Il destino di Porto Marghera
Il problema è quel che venne dopo.La dismissione della chimica ha lasciato Porto Marghera come una “terra di nessuno”. La politica ha abbandonato il territorio, sedotta da una nuova idea di sviluppo locale, sostituendo completamente l’idea della città fabbrica con quella della città turistica.
Ne è derivata una città patinata che oscura le sue zone dimenticate. Le bonifiche dell’area industriale portuale sono pressoché ferme. I terreni altamente contaminati sono stati per lo più messi in sicurezza, che vuol dire che, lungi dal rimediare alla contaminazione, sono stati tombati e coperti, in attesa e senza una vera risoluzione. ENI, attuale proprietaria degli stabilimenti, ha persino offerto di regalare al Comune i terreni contaminati (aggiungendovi la cifra di 100 milioni euro). Comune e Regione hanno declinato l’offerta.
L’assenza di una strategia politica unitaria ha creato un vuoto in cui si sono inseriti nuovi interessi. Da un lato lo sviluppo della logistica e le grandi navi, spostate a Marghera dopo le proteste per la loro invadenza in laguna. Qui, lontano dagli occhi, contribuiscono ad accrescere l’inquinamento dell’area visto che le banchine non sono elettrificate e i motori restano accesi perpetuamente. Fenomeno che si verifica in tutte le città d’Italia.
Ma a Marghera si è affacciata anche l’ipotesi dei rifiuti. La società Veritas ha chiesto l’autorizzazione per tre inceneritori a Fusina, uno dei quali per fanghi di depuratori e percolati di discarica. L’ENI ha proposto un mega-inceneritore per bruciare tutti i fanghi contaminati da PFAS provenienti da tutto il Veneto. I PFAS, o “inquinanti eterni” noti per contaminazioni estese (come in Vicenza), sono presenti nei terreni di Marghera a livelli paragonabili a quelli della zona rossa di Vicenza [qui potreste linkare l’altro mio pezzo sui PFAS]. Bruciare questi rifiuti sposta gli inquinanti nell’aria, da cui ricadono sul territorio.
Restano le battaglie dei comitati e delle associazioni locali, che vogliono avere voce in capitolo, decidere cosa produrre, come farlo e per chi. Che hanno ottenuto l’avvio di un biomonitoraggio ufficiale su un campione di cittadini per misurare la quantità di PFAS, diossine, PCB nel sangue. Che non hanno smesso di credere che per il territorio sia possibile una trasformazione radicale, che metta al centro i diritti di chi lo abita e non i profitti di chi arriva, avvelena e poi va via, sciogliendosi in decine di nuove sigle e nomi fino a sparire nel nulla.
2/12/2025 https://www.unimondo.org/










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