Autonomia disuguagliante: siamo all’ultimo miglio?

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di Marina Merlini

Coordinamento per la democrazia costituzionale

Nel programma del Governo Meloni la terza riforma, quella dell’autonomia differenziata, ha viaggiato sino a ieri 18 novembre come le merci di notte e saltando stazioni importanti, per esempio quelle indicate nella lettura costituzionalmente orientata della legge n. 86/2024 dettata dalla Consulta con la sentenza n. 192/2024, quella della centralità del Parlamento e della trasparenza e informazione negate anche alle Assemblee elettive regionali. In Lombardia, per esempio, non si riferiva sull’evoluzione delle richieste d’a.d. dal dicembre 2022 e il 5 novembre scorso il Sottosegretario Mauro Piazza l’ha fatto per la prima volta rivolto alle Commissioni consiliari competenti ma sempre a carte coperte, non dicendo niente di più di quanto che le veline dei giornali non avessero già annunciato.

In sintonia con questa strategia di trattativa segreta e di natura privatistica tra Regione e Governo che va avanti dal 2024 – e che ha portato all’attuale Accordo preliminare per ora non noto – Calderoli si è prodigato ad affermare, dopo la doppia sentenza della Consulta n. 192/2024 demolitoria e indicativa di modifiche e applicazioni della legge e quella successiva, n. che ha negato il referendum abrogativo su di essa, che bastava proseguire nel portare in Parlamento il ddl sui LEP e per il resto concentrarsi sull’applicazione parziale di due articoli superstiti della sua legge, il comma 2) dell’art. 4 e il comma 1) dell’art. 11.

Quindi, Calderoli e il Governo non si sono impegnati nella riscrittura della legge n. 86/2024, ma nell’implementazione di sue parti per il tutto, ossia l’attribuzione delle materie non LEP – messe invece in discussione dalla Consulta – e l’anticipata soddisfazione delle richieste delle Regioni che avevano sviluppato iter precedenti di richiesta d’a.d.: gli Accordi preliminari del 2018, le trattative 2019, ecc., oltre ad alcune più recenti richieste d’autonomia on demand, come nel caso di Liguria e Piemonte. E così siamo arrivati a oggi, in cui Calderoli sorride nelle foto di circostanza insieme al Presidente Fontana e afferma di nuovo – come se la Corte costituzionale non si fosse mai espressa – che dopo le prime quattro materie si potrà chiedere l’autonomia differenziata su tutte e 23 le materie ex art. 117 Cost.: il famoso “abito su misura” dell’a.d. auspicato dal Presidente del Veneto Zaia.

Non solo Calderoli e il Governo e i Presidenti delle 4 Regioni del Nord hanno aggirato, sminuito e ignorato la valenza generativa sull’ordinamento e il governo degli Enti locali della prima sentenza della Consulta, ma anche le opposizioni in Parlamento non hanno in effetti preso in mano la fiaccola della modificazione della normativa e dell’applicazione della riforma del Titolo V. della Costituzione del 2001. Anche le opposizioni, riduttivamente, si sono limitate ad accogliere tale sentenza come liberatoria e auto-sufficiente a fermare l’attuazione della terza riforma del Governo Meloni. Addirittura, arrivando ad affermare – almeno in Lombardia – che nulla sarebbe accaduto sino al termine dell’esame del ddl sui LEP in Parlamento.

In effetti, non è ancora percepibile nella discussione pubblica, nei contributi accademici e nella coscienza popolare – un’immagine nuova di Paese e delle istituzioni regionali a cui tendere, un nucleo di pensiero su cui ricostruire una nozione di regionalismo cooperativo e le parole necessarie insieme all’embrione di un costrutto culturale e politico con cui modificare non solo la legge n. 86/2024 ma il modello stesso di regionalismo competitivo e predatorio che il Titolo V. della Costituzione, così come riformato nel 2001, ha sinora permesso. Di tale esperienza ultraventennale sembrano tutti irresponsabili, incapaci di una rigenerazione e ricostruzione di una legislazione coerente con le indicazioni della Consulta.

Certo le ragioni di tale mix di prudenza, attendismo e opportunismo rispetto all’attuazione dell’a.d. sono diverse ma, nell’eterogenesi dei fini, esse hanno prodotto un effetto devastante, ossia lo stallo del dibattito pubblico, il disorientamento e la stasi della mobilitazione popolare che aveva contraddistinto la campagna per la raccolta firme per l’abrogazione della l. n. 86/2024, accanto al silenzio delle formazioni sociali che avevano dato vita a La Via Maestra. É venuto il tempo della politica, ma non si è ancora manifestato.

Anche per questi fattori disarmanti, quest’anno è prevalso il racconto delle Destre in cui l’a.d. dipende dal merito di ciascuna Regione e dalla conformità formale di alcune Regioni rispetto ad altre rispetto a parametri come il pareggio di bilancio e i LEA nel caso della Tutela della salute, ricreando l’equivoco dell’a.d. come questione regionale e non di rilevanza nazionale, del Nord contro Sud, ossia di nuovo si discute di aspetti reali ma non determinanti ed esclusivi del processo d’attuazione dell’a.d. In tale spazio, lasciato vuoto dalla mobilitazione popolare e dall’unità del Comitato referendario, le Destre si sono mosse bene in quanto protagoniste, almeno in Lombardia e Veneto, di un disegno trentennale sull’autonomia differenziata come rottura dell’unità nazionale in nome del primato del Nord.

Così le trattative del Governo con 4 Regioni del Nord Italia sulle cosiddette materie non LEP e sulla Tutela della salute sono andate avanti dal luglio 2024 sino a oggi, sfociando nella firma di atti politici quali gli Accordi preliminari in corso di sottoscrizione tra il 18 e il 19 novembre con le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Lombardia.

Ma, al vuoto di cui sopra hanno contribuito anche le affermazioni di autorevoli editorialisti nei media nazionali che hanno accreditato la vicenda dell’a.d. come ballon d’essai, contentino per una forza politica (la Lega) in via di estinzione e destinata a venir assorbita da FdI, FI e/o a dar vita a qualcosa di simile a un movimento MAGA in versione nordista, per non parlare del sempiterno sussurratore per ogni stagione di governo Sabino Cassese, a cui dobbiamo la legittimazione della pre-definizione delle materie non LEP e alcune delle ingannevoli quanto anticostituzionali affermazioni di Calderoli, l’ultima della quali è quella sulla mancanza di obblighi del Governo a garantire i LEP e i diritti a essi connessi con risorse adeguate e in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale: “[…] Aggiungo che, nelle cosiddette materie LEP, né la Costituzione, né la legge, né la sentenza della Corte costituzionale subordinano l’attuazione dell’autonomia differenziata alla garanzia dei LEP su tutto il territorio nazionale, bensì alla determinazione nelle materie al tal fine rilevanti. […]” (Discorso alla Camera dei deputati, 12 novembre 2025). Allora, se Calderoli può permettersi di essere addirittura sfacciato, dov’è l’errore di visione, le ragioni della sottovalutazione e della silenziosa attesa da parte di attori trasversali che convergono nel non voler assumere il compito e la prospettiva indicata dalla Corte costituzionale sul regionalismo e l’a.d.? E perché quando si tratta di attuare la Costituzione prevalgono il vuoto, l’afasia e il rinvio a tempi migliori?

In questo scenario, come valutare il peso e l’impatto degli Accordi preliminari attuali? Cosa vuol dire che quattro Regioni del Nord acquisteranno maggiori e/o esclusive competenze legislative e normative in funzioni (non note a oggi) nelle materie Protezione civile, Previdenza complementare e integrativa, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica per la sanità e Tutela della salute?

Ebbene, a questi interrogativi, si può rispondere al momento con un’altra domanda: come si correla l’attribuzione di a.d. con le scelte della manovra di bilancio 2026 e la sua mancanza di prospettiva, come si lega l’attribuzione di funzioni non LEP nella materia della Tutela della salute con il definanziamento, la crisi e il declino del SSN?

L’a.d. come processo di riarticolazione dei poteri e del controllo delle risorse pubbliche non è misurabile negli effetti e nell’impatto attesi come somma algebrica perché in realtà avrà conseguenze di sistema sulla finanza pubblica e territoriale e sulla coesione sociale dell’intero Paese. Tale processo ha e avrà inoltre un ruolo essenziale nel determinare aspettative di mercato a medio e lungo termine, al fine di creare condizioni a riforme economiche a cui questo Governo tende quanto quelle istituzionali. A questo serve, l’a.d. in particolare in sanità e nella previdenza complementare e integrativa: sono queste due materie “la ciccia” e il motivo della fretta leghista, insieme alla devoluzione della competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica per la sanità sulla base della conformità a parametri formali, in grado invece di innescare la rottura definitiva del SSN.

Per tale cogenza di fattori e interessi, non siamo di fronte a giochi di carte, nonostante l’effetto di regalia elettorale che cala sulle elezioni in Veneto. In Lombardia il disegno sulla sanità è nitido: mani libere sull’allocazione delle risorse economico-finanziarie del FSN, frammentazione ulteriore della medicina territoriale, da spezzettare nelle funzioni, nei servizi e attribuire al privato accreditato e non nelle più svariate forme con cui gli operatori di settore entreranno come gestori: fondazioni, società di MMG, farmacie, ecc. Una sanità in cui la regionalizzazione dei contratti nel comparto sociosanitario si affiancherà all’indicazione di parità pubblico e privato nell’erogazione di prestazioni sanitarie con l’obbligo alle strutture pubbliche di convenzionamento con fondi sanitari, assicurazioni, ecc. Il tutto raccontato in Lombardia come sistema di superamento delle liste d’attesa, con il ribaltamento della funzione integrativa nel SSR del privato accreditato. “lombardizzare la sanità” come dice Rosy Bindi vuol dire questo e l’a.d. lo permette definitivamente.

Non si tratta quindi di riforme di carta ma di azioni convergenti, del gioco di coalizioni d’interessi e politiche che spezzano relazioni e diritti in nome di aspettative di mercato, siano quelle sanitarie o della previdenza complementare. Fino a che si ignorerà la portata del disegno e la sua unitarietà – sia sul piano dei poteri istituzionali sia quello socioeconomico – l ‘a.d. finirà nelle ultime pagine dei giornali e a zero sui social e la cittadinanza non riuscirà ad afferrarne i contorni, i rischi e il bisogno di contrastarla con consapevolezza. Difficilmente riuscirà a sentirsi meno sola nell’affrontarne gli effetti e le diverse forme nella vita quotidiana.

Anche per tali motivi, occorre dire no agli ultimi Accordi e all’autonomia disuguagliante in Lombardia perché generatrice di divari e disuguaglianze, cioè di ingiustizia. Non fattore di miglioramento, efficienza o quant’altro. L’a.d. è per le attuali istituzioni regionali una robusta stampella che permette al Governo centrale e a quello regionale di sottrarsi alla lezione della pandemia e alla crisi del modello del “quasi mercato” della lunga stagione formigoniana, di cui in Lombardia si prepara il sequel più sostanzioso, con mano libera sulle risorse della sanità. Come se queste Destre non ne avessero avuto il governo da trent’anni e non dovessero mai rispondere di sprechi, inefficienze, scelte organizzative e tecniche sbagliate, senza un domani. No, vogliono e ottengono tempo e risorse pubbliche ulteriori per aprire un altro ciclo ultraliberista in sanità.

Eppure, il profilo del disegno si può cogliere anche a partire da un aneddoto che i cittadini lombardi possono apprezzare più di altri/e, a riprova di un percorso fatto di pezzi che però lega politiche diverse e a.d.: nella manovra di bilancio 2026 è previsto uno stanziamento di 440 milioni di euro di cui 240 statali per il nuovo “Grande ospedale della Malpensa”, un’opera “urgente” dal 2016 e contrastata da Comitati di cittadini, associazioni, ecc. Essa, a fronte di ripetuti stanziamenti e annunci, è stata accompagnata nel frattempo dallo svuotamento di competenze, perdita delle eccellenze professionali, di servizi e funzioni degli Ospedali di Gallarate e Busto Arsizio VA e l’insediamento del nuovo Galeazzi nell’ex area Expo, ecc. Ma, oltre al provvidenziale stanziamento nella Legge finanziaria in approvazione, c’è la prospettiva dell’a.d., la possibilità di dirottare sul modello ospedalocentrico lombardo ulteriori risorse e la messa sul mercato immobiliare del patrimonio del SSR: #Sapevatelo.

A ostacolare l’ultimo miglio di questa autonomia disuguagliante, le Associazioni Comitati contro ogni autonomia differenziata, Coordinamento Democrazia costituzionale, Milano e Libertà e Giustizia, Circolo di Milano hanno promosso dal maggio 2025 tre azioni a contrasto dell’attuazione dell’autonomia differenziata in Lombardia: una petizione popolare al Consiglio regionale, un accesso civico generalizzato e la proposta di un dibattito pubblico con le forze politiche dell’opposizione sulla base di un set di 10 domande. In questa direzione, come cittadini/e vogliamo contribuire all’esigenza di rigenerare il regionalismo e il sistema delle funzioni di tutte le Autonomie territoriali, nel senso indicato dalla sentenza della Consulta n. 192/2024.

Milano, 19 novembre 2025

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