Dagli insulti alla violenza contro i cubani sui social media
Sui social media, la politica raramente viene espressa con calma. Ma in determinati momenti, il rumore digitale smette di essere solo “rumore” e inizia ad assomigliare a un’escalation: prima si normalizza la violenza, poi si facilitano i modi per attuarla e, infine, si superano i limiti che prima frenavano molte persone.
Questa è, in termini semplici, l’idea centrale di due politologhe, Kathleen Klaus e Aditi Malik, che hanno analizzato l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti (6 gennaio 2021) come il risultato di un processo: la violenza diventa “pensabile”, risulta “fattibile” e i freni falliscono.
L’articolo offre un contributo interessante: accetta che ci siano torti (reali o percepiti), ma sottolinea che senza la capacità operativa di ricorrere alla violenza e senza la rottura delle restrizioni, l’escalation di massa è meno probabile. Questa triade ha facilitato gli eventi che hanno portato alla presa del Campidoglio di Washington, la cui violenza è stata trasmessa in diretta dalla televisione e dai social media.
Sebbene il caso da loro analizzato si sia verificato negli Stati Uniti, il loro quadro analitico serve a esaminare altri scenari in cui il confronto politico si sposta nell’ambiente digitale e può raggiungere lo spazio pubblico. Uno di questi è l’ecosistema dei social network su Cuba.
Questa analisi dell’Osservatorio dei media di Cubadebate non cerca di equiparare i contesti, ma di utilizzare uno strumento chiaro per rispondere a una domanda concreta: come si trasforma l’ostilità politica nei social network in un clima in cui compaiono appelli ad azioni violente?
Tre passaggi che trasformano il conflitto politico in escalation
1) La violenza diventa “pensabile” (diventa accettabile o “normalizzata” nella mente delle persone): prima che ci siano scontri, di solito ci sono parole che preparano il terreno. Klaus e Malik spiegano che la violenza degenera quando una parte sufficiente di persone inizia a considerarla un mezzo “legittimo” per raggiungere un obiettivo politico: “salvare il Paese”, “recuperare ciò che è stato rubato”, “punire i colpevoli”.
Sui social network, questo si manifesta solitamente come:
- linguaggio bellico (“questa è una guerra”, “ora o mai più”);
- disumanizzazione dell’avversario (trasformare “l’altro” in spazzatura, cane, spia);
- promesse di “giustizia” al di fuori delle istituzioni (“giustizia di strada”, “che paghino”).
Abbiamo selezionato una serie di messaggi pubblicati su X, Facebook e Telegram —ancora attivi su queste piattaforme— per dimostrare che esistono contenuti che, senza dare istruzioni, normalizzano l’idea di danno fisico (minacce simboliche estreme, contesti di “guerra” e “sangue”) e legittimano punizioni extragiudiziali.
Ciò non prova che la violenza si verificherà, ma indica che si sta creando un “clima” in cui la violenza non è più un tabù.
2) La violenza diventa “fattibile” (diventa possibile nella pratica): Il secondo passo è fondamentale: molte persone possono essere indignate, ma non per questo agiscono. Affinché ci sia un’escalation, deve esserci capacità: coordinamento, logistica, ruoli, canali, finanziamenti e meccanismi per ridurre i rischi.
Qui le reti svolgono un ruolo decisivo: fungono da infrastruttura leggera per organizzare azioni senza bisogno di strutture tradizionali. Gli indicatori tipici sono:
- inviti espliciti a “organizzarsi”;
- circolazione di link e coordinamento tra piattaforme;
- “guide” o “manuali” su come comportarsi durante le proteste;
- raccomandazioni per evitare l’identificazione (anonimato), che riducono il costo percepito della partecipazione.
Nei materiali che abbiamo studiato, emergono chiaramente elementi di questo tipo: coordinamento nelle chat, utilizzo di altri spazi per diffondere link e suggerimenti orientati all’anonimato. Inoltre, ci sono elementi che fungono da manuali d’azione: trasformano la protesta generica in un repertorio più mirato (leadership, scelta dei punti critici, ecc.). In termini di quadro di riferimento, questo spinge dal “pensare la violenza” al renderla eseguibile.
3) I freni falliscono (vengono superati i limiti che prima contenevano le persone): anche con una retorica aggressiva e il coordinamento, ci sono ancora dei freni: paura delle sanzioni, penalizzazione delle piattaforme per violazione delle norme della comunità, disapprovazione sociale, limiti morali o semplicemente la percezione che “questo è già troppo”. L’escalation diventa più probabile quando uno o più di questi freni si indeboliscono o vengono elusi.
Sui social media, si riconoscono quando compaiono:
- incitamenti espliciti ad aggredire persone o attaccare infrastrutture;
- messaggi che raccomandano di evitare prove o minimizzare la responsabilità;
- minacce coercitive (“se non vi unite, ci sarà sangue”);
- segnalazione di “nemici interni” a livello comunitario, che può sfociare in violenza selettiva.
Nel corpus fornito ci sono esempi che rientrano in questa zona rossa: appelli espliciti contro le infrastrutture o le forze dell’ordine, messaggi di coercizione e articoli in cui l’anonimato non è solo una questione di “stile”, ma parte di una logica di elusione dei costi legali o morali.
Cuba: un ecosistema digitale con ingredienti altamente polarizzanti
Perché questo è importante nel caso cubano? Perché il dibattito digitale su Cuba presenta diverse caratteristiche che ne favoriscono l’escalation:
Polarizzazione storica (progetto politico socialista contro opposizione frontale incoraggiata e finanziata dagli Stati Uniti) con identità molto marcate.
Settori dell’emigrazione politicizzati (in particolare gruppi di influenza politica ed economica con sede negli Stati Uniti, in particolare in Florida) che partecipano intensamente alle narrazioni e alle campagne.
Sanzioni unilaterali e transnazionali degli Stati Uniti che internazionalizzano la discussione e aumentano la temperatura del dibattito.
Economia dell’attenzione: i contenuti più estremi tendono a circolare più rapidamente, e questo crea incentivi ad alzare i toni. L’algoritmo delle piattaforme amplifica deliberatamente questi contenuti.
In questo contesto, è essenziale non confondere le categorie: le critiche non sono violenza. Il punto è un altro: all’interno dello stesso ecosistema possono coesistere critiche legittime, denunce, propaganda, disinformazione e, in segmenti specifici, incitamento ad azioni violente. Il quadro di Klaus e Malik aiuta a separare questi livelli e a definire quando una conversazione smette di essere solo polarizzata e inizia a diventare pericolosa.
Campione studiato
Abbiamo analizzato un campione di 230 pubblicazioni, tra luglio 2021 e dicembre 2025. Provengono da account che dichiarano ubicazioni al di fuori di Cuba o con segni pubblici di residenza all’estero, che di solito intervengono nei dibattiti che si svolgono nell’ecosistema digitale cubano.
Questi messaggi sono ancora attivi sulle piattaforme X, Facebook e Telegram, dove si manifestano i tre livelli di violenza sui social network segnalati dalle ricercatrici Klaus e Malik e che sono stati centrali negli attacchi al Campidoglio di Washington nel gennaio 2021.
Nel campione studiato è stato rilevato:
1) Scala di gravità
- mobilitazione/informazione per proteste di piazza; (1%)
- molestie/minacce implicite; (20%)
- appello generico alla violenza (“candela”, “pietra”) senza tattica; (26%)
- incitamento esplicito al danno (persone o infrastrutture) o coercizione “con la forza” (40%)
- incitamento esplicito + componenti operative (evasione, coordinamento, tattiche). (13%)
Come si può osservare, l’80% dei messaggi analizzati rientra nelle categorie di maggiore gravità della violenza (3, 4 e 5).

2) Classificazione tematica per “famiglie” di contenuti:
- Incitamento esplicito al danno fisico (persone) – Schema: linguaggio di punizione/annientamento o minaccia diretta; compare inoltre la componente dell’evasione (“non registrare”), che in Klaus-Malik viene interpretata come un indebolimento dei freni (costo percepito minore).
- Incitamento ad attacchi contro infrastrutture/beni (compresa la violenza incendiario) – Tipologia: trasferimento dell’odio politico verso obiettivi materiali (aziende/servizi), facilitando l’escalation perché riduce la soglia morale (“non è contro le persone, è contro i simboli”).
- Manuali e operatività (coordinamento, anonimato, tattiche) – Caratteristica: la violenza smette di essere solo discorso e acquista forma organizzativa: anonimato, leadership, blocchi, occupazione coercitiva di edifici, ecc. Questo blocco è il cuore della fase “violenza fattibile”.
- Mobilitazione/attivazione con tono conflittuale. – Modello: messaggi di urgenza, “uscire”, ‘sostenere’, “segnale”, che fungono da trigger per il coordinamento collettivo.
Oltre alle famiglie di modelli, è possibile identificare logiche comuni a tutte:
- Dalla “rabbia” all’‘azione’: diverse pubblicazioni mostrano la transizione tipica descritta da Klaus e Malik: prima si legittima il danno (“è giusto”, “se lo meritano”), poi si suggeriscono obiettivi concreti (polizia, dirigenti, istituzioni) e infine compaiono modelli di istruzione (come organizzarsi, come non essere identificati, come coordinare le azioni).
- La dimensione dei “freni”: non conta solo l’esistenza di un discorso aggressivo, ma anche il fatto che esso sia espresso senza costi visibili. Le catture che abbiamo pubblicato nel corpo di questa ricerca mostrano disinibizione, che nel quadro teorico viene interpretata come erosione dei freni. Inoltre, sono state pubblicate e rimangono visibili, nonostante violino le norme comunitarie delle piattaforme social.
- Ecosistema multipiattaforma: c’è una convergenza tra pubblicazioni aperte (FB/X/Telegram) e spazi di messaggistica, dove la radicalità può passare dal piano simbolico a quello operativo.

Segnali di allarme
Per giornalisti, ricercatori e cittadini, l’escalation raramente appare “all’improvviso”. Di solito lascia tracce rilevabili. Quali segnali dovremmo tenere in considerazione?
a) Segnali che indicano che la violenza sta diventando “pensabile” (normalizzazione)
- Cambiamento sostenuto del quadro: da “denuncia” a ‘guerra’, “tutto o niente”, “ora o mai più”.
- Disumanizzazione ed etichettatura: quando l’avversario smette di essere un attore politico e diventa “piaga”, “spazzatura”, “nemico interno”, ‘cyberclaria’, “spia” o altre categorie che giustificano la punizione.
- Giustificazione morale del danno: linguaggio del “meritato”, “che paghino”, “giustizia fai da te”, ‘pulizia’, “esempio”.
- Estetizzazione della violenza: meme, slogan o immagini che trasformano il danno in una battuta, uno slogan o un gesto identitario (“applausi” alla minaccia).
- Spostamento di responsabilità: “non c’è altra scelta”, “ci costringono”, “è autodifesa”, “se la sono cercata”. (È un classico indicatore di disinibizione morale).
b) Segnali che indicano che la violenza sta diventando “fattibile” (capacità / coordinamento)
- Passaggio dal generale all’operativo: da “bisogna uscire” a “come, quando, dove, con chi”.
- Coordinamento multicanale: inviti a portare l’azione in altri spazi (gruppi, canali, chat, strada) e diffusione a cascata di link/appelli.
- Ruoli e divisione dei compiti: chi convoca, chi registra, chi “coordina”, chi ‘diffonde’, chi “chiude le strade”, ecc.
- “Manuali” o guide all’azione: testi o documenti che trasformano la protesta in repertori concreti (punti critici, occupazione di edifici, barricate, ecc.).
- Indicazioni sull’anonimato: raccomandazioni esplicite di non farsi identificare, coprirsi, “non lasciare tracce”, utilizzare account usa e getta o spostarsi su canali meno controllabili.
c) Segnali di “freni” indeboliti (permissività e impunità)
- Incitazione esplicita: quando non è più una metafora ma un invito diretto ad aggredire persone o attaccare infrastrutture.
- Evasione dei costi: suggerimenti di occultamento, riduzione della responsabilità, cancellazione delle prove o normalizzazione del “non succede nulla”.
- Coercizione e ultimatum: “se non vi unite a noi, ci sarà sangue”, “o siete con noi o…”. Questo tipo di messaggio non cerca di persuadere: cerca di intimidire.
- Segnalazione comunitaria di “nemici interni”: liste informali, accuse localizzate, doxxing (rivelazione dell’identità, dei numeri di telefono, degli indirizzi di altre persone senza il loro consenso) o inviti ad “agire” contro individui.
- Effetto piattaforma: quando i contenuti che violano norme evidenti rimangono visibili, vengono replicati senza attrito e raccomandati algoritmicamente, la moderazione smette di funzionare come un vero freno.
d) Segnali di rapida escalation
- Picchi coordinati: improvviso aumento di messaggi con lo stesso frame, hashtag o slogan.
- Convergenza di account: attori diversi che attaccano simultaneamente lo stesso bersaglio (polizia, istituzione, leader) da piattaforme diverse.
- Radicalizzazione per retroazione: quando i contenuti più estremi ricevono più engagement (vengono condivisi di più) e spingono gli altri a competere in aggressività.
- Normalizzazione per ripetizione: ciò che ieri era “inammissibile” oggi diventa “opinione più” per saturazione.
Quando più di questi segnali compaiono insieme, il rischio aumenta, anche se non esiste una relazione automatica tra reti e violenza reale.
Perché il dibattito pubblico dovrebbe prendere sul serio questo tema
Il contributo del quadro teorico di Klaus e Malik è semplice e utile, poiché aiuta a considerare la violenza non come un “esplosione inspiegabile”, ma come un processo con segnali premonitori. Nel mondo digitale cubano, riconoscere questi segnali permette, come minimo, di discutere con maggiore chiarezza dove finisce la critica legittima e dove inizia l’incitamento all’odio e al crimine.
Prendere sul serio la violenza digitale non significa “esagerare” o confondere la critica con il reato. Significa riconoscere un’evidenza fondamentale: quando l’ecosistema normalizza il danno, la società perde la capacità di gestire i conflitti attraverso vie politiche e civili. La violenza non solo ferisce i corpi, ma degrada anche il linguaggio pubblico, rompe la fiducia e trasforma qualsiasi disaccordo in una minaccia.
Da questo lavoro emergono diverse conclusioni. In primo luogo, la violenza è un processo. Il valore del quadro di Klaus e Malik è che sposta lo sguardo dal “fatto spettacolare” al prima: i discorsi che legittimano, le capacità che abilitano e i freni che falliscono. In contesti altamente polarizzati, quel “prima” può essere visibile da settimane o mesi.
Seconda conclusione: la permissività delle piattaforme non è neutralità. Quando messaggi apertamente coercitivi o incitanti rimangono visibili e circolano senza attrito, non siamo di fronte alla “libertà di espressione”, ma a un’asimmetria di moderazione che premia l’estremismo per la sua resa nell’economia dell’attenzione. Tale permissività ha effetti politici: sposta il baricentro del dibattito verso l’intimidazione e spinge gli attori moderati a tacere o ad abbandonare lo spazio pubblico.
Una terza conclusione è che l’escalation finisce per colpire la popolazione civile e la politica reale. Nel breve termine, questi messaggi generano paura, molestie e polarizzazione. A medio termine, erodono la possibilità di accordi minimi, perché qualsiasi discussione su problemi concreti (economia, servizi, vita quotidiana) viene ostacolata da logiche conflittuali. A lungo termine, alimentano cicli in cui la violenza simbolica cerca di aprire la strada alla violenza selettiva o a sconfinamenti incontrollabili.
In definitiva, questa ricerca conferma che la violenza politica non nasce dal nulla. Viene preparata e allenata nell’ecosistema digitale, dove il danno viene normalizzato, il coordinamento viene reso operativo e i freni vengono erosi. Rilevare tempestivamente questi segnali – quando sono ancora “clima” e non fatti – è un obbligo preventivo. Mitigare la violenza sui social network significa, in pratica, evitare che l’intimidazione e l’incitamento finiscano per contaminare lo spazio pubblico e sfociare in aggressioni reali.
Allo stesso tempo, il lavoro mostra un dato politicamente significativo: una parte significativa dei messaggi più gravi proviene da account che dichiarano ubicazioni al di fuori di Cuba o mostrano segni pubblici di residenza all’estero; in altre parole, coloro che spingono all’escalation lo fanno spesso dalla comodità della distanza, senza assumersi costi o conseguenze.
Per questo motivo, la responsabilità delle piattaforme non può continuare a essere trattata come un dettaglio tecnico. Se i contenuti che violano norme evidenti rimangono visibili e vengono amplificati, la moderazione smette di essere un freno e diventa un permesso. Esigere che applichino con rigore le proprie regole di comunità è una condizione minima per proteggere il dibattito pubblico e ridurre il rischio di violenza.
Fonte: CUBADEBATE
Traduzione: italiacuba.it
30/12/2025 https://italiacuba.it/










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