IL SENSO DELLA MILITANZA POLITICA DI CLASSE
di Elio Limberti
Collaboratore Redazionale di Lavoro e Salute
Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-gennaio-2026/
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La militanza politica è un impegno che la singola persona assume verso il soggetto politico per cui ha posto la propria militanza a disposizione. Nel rapporto tra soggetto individuale e soggetto politico si instaura un rapporto dialettico in cui la disponibilità (dell’individuo) e la richiesta (dell’ente politico) oscillano per fattori esterni di ordine storico (contingenti la realtà) fra cui: le mutazioni della realtà esterna materiale, le condizioni materiali di vita del militante, le condizioni materiali del soggetto politico (economiche e organizzative), le dinamiche relazionali della socialità dell’individuo (emotiva e psicologica), le oscillazioni ideologico-strategiche sia del soggetto politico quanto dell’individuo militante. La dinamica relazionale è soggetta alla natura del rapporto, così come avviene per ogni tipo di rapporto personale (affettivo, parentelare, lavorativo, ecc.), in questo caso il rapporto tra militante e ente politico è sovrastato dall’ordine politico. Il primato della politica è dunque preminente perché costitutivo, in quanto motivazione basilare del rapporto stesso.
La socialità che si sviluppa all’interno del discorso militante non può godere di una propria autonomia pena la decadenza della natura politica del rapporto. In altri termini: i rapporti amicali che si sviluppano all’interno della militanza politica sono in sé certamente “amicali” ma subordinati alla specificità politica del rapporto. Al di fuori dell’ordine politico, l’amicalità che si sviluppa fra i diversi militanti perde la preminenza politica e crea un ambito proprio dove il carattere politico perde la preminenza e instaura un diverso ordine etico, dove la politica non può più essere l’ordinatore del discorso se non come alone di vaga appartenenza. La capacità del singolo militante di saper riconoscere i confini tra politica e amicalità è quindi essenziale per non giungere a confondere i due piani del discorso, confusione che può solo portare alla costruzione, pur se incosciente, di una condizione che di politico non ha più nulla dato che non è più la politica che ordina la relazione. Nella condizione di amicalità il dato politico è elemento estraneo e, sovente, diviene motivo di intralcio alla stessa relazione amicale; quindi, rimosso poiché l’amicalità ha assunto l’egemonia sostituendo l’impronta politica. I diritti/doveri della militanza politica vengono sostituiti, nella confusione, da un nuovo ordine in cui i diritti/doveri ordinatori sono quelli dell’amicalità e non più della politica.
Il carattere politico porta in sé l’impronta etica propria dell’indirizzo politico dell’ente per cui l’individuo milita. Questa impronta etica è diversa per ogni soggetto politico e lo caratterizza. Benché raramente esplicitata, questa impronta etica è assunta a sé dal militante, in questa impronta egli si riconosce, prima ancora che nella coincidenza di pensiero politico
esplicito e cosciente. Le eventuali divergenze politiche successive alla prima fase di militanza fra individuo e soggetto politico sono tollerate dalle parti in nome della necessaria dialettica politica tra individuo e soggetto politico. I limiti dialettici appena descritti vengono oltrepassati solo in caso di mancata coincidenza etica tra i due soggetti. E’ dunque l’etica a ordinare il discorso militante, in quanto l’etica sussume in sé il dato politico che, tuttavia, rimane rilevante e caratterizzante l’intero rapporto dialettico fra i soggetti.
L’importanza del discorso etico necessita tuttavia dell’indispensabile chiarimento della differenza tra etica e morale. Dalla Treccani on line si ottiene: Etica: complesso di norme morali e di costume che identificano un preciso comportamento nella vita di relazione con riferimento a particolari situazioni storiche https://www.treccani.it/vocabolario/etica/. Morale: Relativo ai costumi, cioè al vivere pratico, in quanto comporta una scelta consapevole tra azioni ugualmente possibili, ma alle quali compete o si attribuisce valore diverso o opposto (bene e male, giusto e ingiusto) https://www.treccani.it/vocabolario/morale1/.
Alla luce dei differenti significati, pare giustificata l’ipotesi che, molto spesso, non sia tanto l’etica a guidare il quotidiano della militanza quanto, invece, la morale
dell’individuo in quel dato momento, in quella data situazione. Sempre facendo riferimento alle differenze tra etica e morale, se ne desume che solo la morale può essere estemporanea in quanto il giudizio di valore del bene/male, il giusto/l’ingiusto, il corretto/sbagliato, ecc. possono variare al cangiare del rapporto tra soggetto esprimente e oggetto della valorizzazione. Al contrario, essendo l’etica un insieme complesso di norme, di costumi, di stratificazioni culturali, essa è molto meno libera di oscillare e non adattabile ad ogni singola situazione.
L’utilizzo della categoria morale in politica snatura l’idea stessa di politica e rende quest’ultima strumento asservito ai fini morali che l’individuo si pone di volta in volta. All’interno del discorso militante e, quindi, di una collettività più o meno coesa, la preminenza della morale sull’etica scardina la collettività dal contesto
politico e fa dello stesso collettivo il riferimento politico. La realtà sociale è relegata sullo sfondo, ininfluente alle dinamiche del collettivo militante che si erge a orizzonte dell’agire politico. In questo caso, l’impronta etica che era stata a motivazione della prima fase di militanza ora cade nel vuoto di una politica estranea all’etica ed improntata al giudizio morale del momento, giudizio che oltre essere oscillante per ogni individuo, è di per sé potenzialmente diverso da individuo a individuo. Il collettivo si ritrova così alla mercè delle valutazioni morali di ognuno e del singolo momento e, facilmente, tende ad un grado maggiore di coesione per resistere allo sgretolamento. Maggiore coesione che può essere trovata solamente invocando una qualche identità del collettivo militante a cui potersi richiamare. Tale identità, tuttavia, non può essere trovata nella dimensione etica della politica poiché proprio l’etica era stata espulsa per fare spazio alla più malleabile moralità. L’espulsione dell’etica dalla sfera politica è però impossibile poiché in questo caso l’ambito politico sarebbe nient’altro che un coacervo di tattiche e strategie finalizzate solamente a sé stesse, condizione questa che rende immediatamente sterile ogni sforzo pretesamene politico. Al collettivo che abbia rinunciato al primato della politica non resta altra strada se non l’assunzione di una precisa identità ma questa non può essere politica. Che sia l’adesione a un qualsiasi movimento di scopo o, in assenza anche di questo, la propria autocelebrazione in quanto collettivo, poco importa.
Presupposto fondativo di ogni comunità è il rispetto di ognuno per ognuno. A prescindere dalla presenza di eventuali cariche di gestione del potere della comunità, il concetto di rispetto, pur appartenendo in sé all’ambito morale, discende direttamente dall’ordinamento etico che il collettivo di militanti s’è dato. L’idea di rispetto della persona comporta l’assunzione di responsabilità dell’individuo verso la
comunità d’appartenenza ed è proprio questa responsabilità che lega in coerenza la morale corrente del collettivo e degli individui con l’etica che dovrebbe costituire l’identità del gruppo. La rottura del legame etico ad opera della mancata assunzione di responsabilità dell’individuo comporta l’abbandono del rapporto tra etica e morale all’interno del gruppo a favore di un piano esclusivamente morale. Morale che, s’è visto, è ampiamente oscillante in funzione dell’immediata relazione tra realtà e collettivo e, pertanto, soggetta alla convenienza immediata del gruppo e/o dell’individuo nei confronti tanto della realtà esterna quanto dei rapporti interni la comunità.
L’autonomia dell’ordine morale da quello etico, come descritto sopra, azzera l’orizzonte politico del collettivo e, di conseguenza, dal contesto sociale esterno. L’autonomizzazione del collettivo dalla realtà complessa dell’esterno è così compiuta. Il collettivo di militanti non si trova più a militare in funzione dell’ente politico originario ma assume una militanza in sé, esclusivamente autoreferenziale.
Militare nella sinistra di classe pone ontologicamente il tema della soggettività dell’individuo: il Sé del militante si deve riconoscere nella soggettività politica dell’ente politico per cui milita. Ciò non significa che la persona debba appiattire sé stessa entro quel che avverte essere l’universo della soggettività politica dell’ente ma che deve trovare la propria relazione dialettica tra la propria soggettività e la soggettività dell’ente politico per cui ha scelto di militare. Tale relazione costituisce il senso della militanza, la motivazione preminente alla militanza. Entro quel “senso” si sviluppa l’ordine etico in cui il militante si riconosce e costituisce il riferimento del Sé, ordine etico individuale che dovrà necessariamente essere interno al discorso etico del soggetto politico.
La soggettività politica (del soggetto politico in cui si milita) è a sua volta in stretta relazione dialettica con la soggettività di classe posta a riferimento sociale dal soggetto politico. Mentre la soggettività politica è data, la soggettività di classe si sviluppa solamente all’interno dello scontro di classe, in assenza dello scontro conclamato (quindi latente) la soggettività di classe può solamente essere supposta, descritta sommariamente e, comunque, sempre in via ipotetica. Nonostante la sua condizione ipotetica, la soggettività di classe costituisce il riferimento unico per la soggettività politica dell’ente politico. La relazione soggettività individuale-soggettività politica-soggettività di classe rappresenta l’asse relazionale in cui viene inscritto l’essere etico di tutti i soggetti in essa presenti. La mancata continuità dialettica tra i soggetti inclusi nella relazione determina una rottura da cui scaturisce l’essere esterni all’insieme relazionale. Laddove la soggettività individuale e/o di un collettivo di individui non riconosca la continuità dialettica dell’insieme, si determinerà la mancata relazione con la soggettività di classe; quasi sempre sostituendo la soggettività di classe con la soggettività dell’individuo e/o del collettivo. Si avrà così un’apparente (ma solida) identità tra individuo/collettivo e classe. Scompare la classe in sé, identificata con l’identità dell’individuo/collettivo. L’individuo/collettivo si fa classe in sé e, allo stesso tempo, soggetto politico. La classe c’est moi!
Il piano etico è scardinato, anch’esso sostituito dall’ambito morale del nuovo soggetto nell’impossibilità di poter costruire nell’isolamento una dimensione etica di riferimento.
La soggettività di classe si costituisce, come abbiamo già visto, solo nella realizzazione dello scontro di classe; tuttavia, la soggettività di classe viene posta in ipotesi e questa ipotesi è retta dalla dimensione etica del conflitto latente ma insito nei rapporti sociali determinati dal modo capitalistico di produzione. La dimensione etica è così assunta dal soggetto politico che si propone quale mezzo dello scontro di classe. Lavoro e Capitale sono i poli dialettici del conflitto, il conflitto diviene in questo modo la contraddizione insoluta dei rapporti sociali. A dipendere dalla scelta etica che il soggetto politico si pone, la contraddizione principale può essere sviluppata in organizzazione dello scontro tra le classi (soluzione del conflitto) oppure nell’organizzazione del confronto lasciando la contraddizione insoluta e operando sul piano fenomenologico mirando esclusivamente a contrattare migliori condizioni di vita e sociali per il lavoro.
Non è questa la sede per discettare delle conseguenze politiche di questa scelta ma, qui invece, occorre affrontare le dinamiche politico-dialettiche che si instaurano nello specifico caso in cui il soggetto politico non abbia la possibilità di operare grazie all’etica ma solamente possa essere dotato di strumenti morali. Quale è il caso di un individuo o collettivo che abbia assunto l’identità di classe pur non avendone alcuna caratteristica ontologica. Operare sul solo piano morale espone alla possibilità in cui l’unico metodo valoriale possa essere cosa è meglio per me/per noi. Sciolto l’orizzonte della composizione sociale delle classi (e, quindi, della contraddizione principale) a causa dell’essersi costituito in classe in sé, l’individuo/collettivo non è più libero dal bisogno di sopravvivenza identitaria. La scelta di indirizzo avviene in condizioni di assenza di libertà e le due possibili soluzioni sopra accennate apparentemente equivalgono, in modo apparente poiché la via dello scontro di classe è preclusa dalla già avvenuta autonomizzazione del soggetto dalla classe. Rimane solamente la via della convivenza tra lavoro e capitale dove lo strumento istituzionale appare come l’unica sponda a cui attraccare. L’istituzione (lo Stato e le sue articolazioni) non è più controparte della classe ma unico interlocutore al di fuori della dinamica lavoro/capitale. Rimane così un solo ruolo da svolgere per mantenere l’impronta identitaria che l’individuo/ collettivo s’è dato dopo l’autonomizzazione: riformare lo Stato. Tutto ciò che non è Stato è popolo, simbolo unico che sostituisce la classe e la omogenizza nella cittadinanza. Stato, rappresentanza, cittadinanza sono i tre soggetti superstiti all’avvenuta autonomizzazione dalla classe e dalla politica. Lo stesso Capitale è assimilato nella cittadinanza in quanto “produttore”.
Se il terreno politico comporta un’adesione etica che non può evitare la scelta tra scontro di classe (con controparte il capitale) e collaborazione tra classi (con controparte lo Stato), altri piani sembrano non comportare il medesimo obbligo di scelta, come ad esempio, l’ambito culturale. Agire in campo culturale piuttosto che in quello politico consente di non dover esplicitare la scelta, lasciando così spazio ad entrambi gli attori: l’anticapitalismo e la collaborazione riformista in una convivenza apparente. La spinta etica è sostituita dal sussulto morale in cui unica discriminante è la volontà di fare. Un “fare” imposto dall’obbligo identitario assunto dall’individuo/collettivo: l’identità è conseguente al “fare”. Ad uno sguardo più attento (critico), l’agire culturale è, parimenti a quello politico, soggetto all’obbligo etico dell’orizzonte adottato. Si può fare cultura per la sovversione del capitale come si può fare cultura per la collaborazione fra le classi. È pertanto la scelta etica, e non il terreno (politico o culturale) su cui è applicata, il discrimine tra Classe e Capitale.
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