Benvenuti nella democrazia occidentale

Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-febbraio-2026/

Archivio https://www.lavoroesalute.org/

di Massimo Recchioni Scrittore. ricercatore delle storie della Resistenza

A marzo saremo chiamati a votare, tramite lo strumento referendario, su una modifica costituzionale che – per semplificare – passa come legge sulla “separazione delle carriere”. Più volte è stato ricordato come le carriere si incrociano già ora in una percentuale infinitesimale di casi, e che comunque sarebbe bastata una legge ordinaria dello Stato, senza modificare la Costituzione. C’è allora qualcosa dietro questa proposta? Probabilmente sì, né è la prima volta che si cerca di attaccare, in senso reazionario, la Carta fondante dello Stato repubblicano.

In presenza di un Parlamento – oltretutto criminalmente ridotto da 630 deputati e 315 senatori a 400 deputati e 200 senatori, a discapito della rappresentanza – ormai relegato a ratificare disegni di legge del governo, indebolire la magistratura (anche attraverso la spaccatura del CSM) avrebbe un effetto enorme in un sistema costituzionale basato su un chiaro e corretto “equilibrio dei poteri”. Con una mazzata ai primi due, il legislativo e il giudiziario, il terzo potere, quello esecutivo, ne guadagna. Eccome! E in quest’ottica va letta la “riforma” del premierato che ci attende dietro l’angolo, per favorire un’ulteriore svolta autoritaria nel Paese.
Dopo anni di “tira e molla”, finalmente si getta la maschera e si cerca di dare una spallata decisiva all’impianto della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista. Ci hanno messo un po’, ma l’attacco decisivo è in corso.
Cerchiamo allora di tornare qualche anno indietro e capire come si è arrivati a questo momento.

Il nostro è un Paese, fin dalla sua liberazione, a sovranità e democrazia limitate. La Conferenza di Jalta ci aveva – è un dato di fatto – per fortuna o per sfortuna secondo l’opinione di ognuno, collocati nel blocco occidentale. Non potendo sapere cosa sarebbe successo se fossimo stati “dall’altra parte”, abbiamo però vissuto gli ottant’anni di storia dalla parte del mondo “democratico, occidentale e libero”.
Anche in virtù di Paese uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale (pur se in parte riabilitato dal grande movimento resistenziale che si sviluppò dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945), il trattamento che ci è stato riservato non è stato dei migliori. A iniziare dalla primavera del ’47, quando – viste le misere condizioni economico-sociale in cui versavamo – al nostro presidente del Consiglio De Gasperi furono concessi aiuti finanziari dagli Stati Uniti. Chiamarli “aiuti” è forse un parolone, visto che stiamo parlando del famigerato “Piano Marshall”, il quale metteva su un piatto della bilancia alcune centinaia di milioni di dollari, sull’altro la “richiesta” delle sue dimissioni e la formazione di un governo che escludesse comunisti e socialisti, le due forze che maggiormente avevano contribuito alla liberazione del Paese.

Ecco che cosa significava stare “da questa parte”: la fine dei governi di unità nazionale – presieduti da Parri, Bonomi e dallo stesso De Gasperi – e l’inizio di una forte sterzata a destra. Questo consentì, anche sul pianoo giudiziario, la caccia alle streghe nei confronti dei partigiani, con un’applicazione tossica dell’amnistia del 1946; era sufficiente, con vari espedienti, visto che la maggioranza dei giudizi erano rimasti quelli del Ventennio, trasformare i “reati” dei partigiani in reati comuni e quelli dei fascisti in reati politici (obbedienza, onore, servizio alla Patria ecc.). Infatti, in quello stesso periodo, i gerarchi fascisti vennero tutti amnistiati o condannati a pene lievissime. Anche i grandi gerarchi, a cominciare da Junio Valerio Borghese, comandante della famigerata X MAS, lo stesso Borghese che cercò di intrufolarsi nel dicembre 1970 nel ministero degli Interni per tentare un colpo di stato.

In questo Paese non era cambiato nulla: partigiani nemici del regime e fascisti sdoganati e protetti, proprio come prima della guerra! Un tale Gaetano Azzariti, firmatario del Manifesto della Razza e presidente del “Tribunale della Razza” – che fa schifo solo a scriverlo – nel dopo guerra divenne prima giudice costituzionale e poi addirittura presidente dell’Alta Corte! Un tradimento colossale dei valori della Resistenza! E di casi così ce ne sono a decine.
In un’Italia di questo tipo, ovviamente, la storia non poteva che essere già scritta, cioè una democrazia consentita finché non si esagerava. A Portella della Ginestra si esagerò subito, perché le sinistre unite vinsero le elezioni regionali e – quando pochi giorni dopo, il Primo Maggio, festeggiarono quella vittoria – la banda di Salvatore Giuliano insieme a dei fascisti e a chissà chi altro (alcuni documentati ancora restano secretati!) uccisero quattordici persone. Alle “Fonderie Riunite” di Modena si esagerò il 9 gennaio 1950 e la polizia sparò sugli scioperanti, uccidendo sei persone e ferendone duecento.

Chi voleva fare di questo Paese un posto migliore continuò a “esagerare”, e allora ci furono i morti di Reggio Emilia, le stragi fasciste del funesto periodo della strategia delle tensione: più si cercava di conquistare diritti, insomma, più la reazione governata dai servizi segreti a da potenze straniere cercavano di incutere timore nelle classi subalterne.

Pian piano questo Paese si è adagiato, quasi rassegnato al fatto che oltre una certa linea non si potesse andare. Erano comunque anni in cui, non esistendo ancora una linea di politica estera comune dell’Unione Europea, su certe cose il nostro parere lo potevamo dire. Un esempio su tutti, la Palestina: quasi tutta la classe politica italiana, a iniziare dai democristiani al governo, erano favorevoli alla formazione di uno Stato palestinese. Lo stesso Andreotti, che poi tanto progressista non era, in un discorso al Santo ammise che, dopo decenni di vita in una prigione a cielo aperto qual era la Palestina, sarebbe probebilmente diventato un terrorista. Un altro fattore di “reflusso”, contingente, è stata la graduale scomparsa dei protagonisti della guerra di liberazione; con loro se n’è andato un argine, anche a livello testimoniale, che bene o male a certe mostruosità aveva retto.
Mostruosità soprattutto dal punto di vista di riscrittura della storia. In questo Paese abbiamo addirittura superato Goebbels. Non serve più ripetere una bugia trenta volte per farla diventare verità, oggi ne bastano un paio. L’informazione gioca, in questa direzione, un ruolo fondamentale, sempre più decisivo, mettendo in primo piano cose a volte insignificanti e, al contrario, nascondendo fatti essenziali per la formazione di un pensiero critico da parte di chi si informa.

Il conflitto tra Russia e Ucraina, da questo punto di vista, è un esempio estremamente calzante. Se si vanno a rileggere articoli de la Repubblica degli scorsi anni, si può confermare come l’elezione del presidente Viktor Janukovy? del 2010 fosse trasparente e ineccepibile, anche a detta di osservatori internazionali OCSE. Ma Janukovy? aveva un difetto: era sfavorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Lì iniziarono – da piazza Majdan, nel novembre 2013 – le proteste di gruppi finanziati dall’esterno contro la presidenza. Il presidente fu addirittura costretto a scappare, a causa di quello che può essere considerato un vero e proprio golpe. La popolazione russofona dell’Ucraina, minacciata nella sua autonomia, indisse un referendum per chiedere l’indipendenza da Kiev.

Ancora nell’agosto 2014, la Repubblica scriveva di bombardamenti dell’esercito ucraino sulla popolazione civile di Donetsk. La popolazione russa delle repubbliche indipendestiche fu vessata dal governo centrale per anni, mentre l’Occidente armava Kiev. La Russia, che per anni aveva chiesto il rispetto degli accordi di Minsk (nessun Paese dell’ex Patto di Varsavia sarebbe entrato nella NATO) ha cercato per molti anni di risolvere la questione in modo diplomatico. Ben dodici Stati dell’ex Patto erano già entrati nell’organizzazione militare atlantica, e la Russia non poteva permettere che vi entrasse anche l’Ucraina, che con essa confina per centinaia di chilometri: praticamente la NATO dentro casa!

Proviamo a pensare, a carte invertite, la presenza di forze “potenzialmente nemiche” alle frontiere statunitensi. Gli USA sono abituati a far danni in giro per il mondo, a rapire e sostituire presidenti, figuriamoci cosa significherebbe per loro la presenza di truppe nemiche, ad esempio, alla frontiera messicana o canadese: la guerra mondiale sarebbe questione di ore, neanche di giorni (basti pensare alla presenza di missili sovietici a Cuba nel 1962).

La Russia ha dovuto invece ingoiare tutto questo, finché si è giunti a un’ipocrita nostra guerra “per interposta persona”; cioè non una guerra diretta, ma armando qualcun altro che la facesse al posto nostro; tanto a morire ci vanno russi e ucraini…
Il nostro Paese si è servilmente allineato ai diktat dell’UE e degli Stati Uniti. Chi è andato in giro a cercare di dire cose diverse, del tipo “la Russia non è mia nemica”, è stato tacciato di “propaganda putiniana”, neanche fosse un untore. Tutto nel totale disprezzo dell’articolo 21 della Costituzione e della libertà di parola o espressione. Ancora una volta, la democrazia è tale finché non si esagera.

I casi che riguardano il professor Angelo D’Orsi sono recenti e svariati. Ma si parla molto di lui per la sua carriera università e il suo prestigio: in realtà D’Orsi è solo la punta dell’icerberg. Decine di volte la “libertà di informazione” all’occidentale ha colpito; si trattasse di altri giornalisti, si trattasse di persone che in Russia, se non nel Donbass, ci vivono. I documentari prodotti dalla televisione russa o artigianalmente in Russia, le presentazioni dei lavori del giornalista Vincenzo Lorusso, italiano residente a Lugansk, sono regolarmente impedite.

Ci sono persone – Calenda qualche volta, la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picerno, eurodeputata del PD, quotidianamente) – che amano passare la giornata a chiamare amici consiglieri e sindaci “amici” per vietare dibattiti nei luoghi pubblici, trattandosi di “propaganda putiniana”. Oggi, in Italia, o si sta dalla parte di chi vuol togliere soldi alla sanità, alle pensioni e alle istruzione e dirottarli sulle armi, o si è un antiatlantista putiniano! Nessun confronto pubblico è possibile se la si pensa diversamente da Bruxelles! Non perché si voglia fare propaganda, anche se semplicemente si vogliono sentire due campane invece di una, roboante e rimbombante, come quella di regime.

La propaganda vera, invece, sicuramente l’ha fatta chi ha assecondato, politicamente e militarmente, chi stava – e sta – estinguendo la popolazione della Palestina. Chi è contrario, o alza la voce, a quel genocidio è tacciato di antisemitismo; addirittura da personaggi ambigui che hanno il busto del duce in camera da letto o hanno indossato divise naziste. È tacciato di antisemitismo da personaggi che sono nel Partito Democratico, o in Sinistra per Israele, come il senatore Delrio. Quest’ultimo, insieme a Gasparri, vuole arrivare a paragonare chi è per la sopravvivenza dello Stato palestinese a un antisemita, facendo passare la falsa equazione “antisionismo uguale antisemitismo”

Le parole (rare) del nostro governo durante questi ultimi tre anni sono state di una vergogna profonda; ma in tutta Europa, a fronte di ben diciannove pacchetti di sanzioni contro la Russia, mai nessuna proposta di sanzione si è alzata contro Israele. Anche in questo, e in altri casi, poi, il nostro esecutivo ci mette abbondantemente del suo, ripetendo a cantilena quello che viene sostenuto a Washington, sia che si parli di Iran, o di Venezuela, o di Gaza o di qualsiasi altra cosa; e non ha neanche importanza se quello che viene sostenuto lì è l’esatto contrario di quello che veniva sostenuto il giorno prima: il governo del nostro Paese, quando non tace per evidente imbarazzo, scimmiotta le posizioni della Casa Bianca, nulla di più e nulla di meno. Invece, quando deve parlare di “affari interni”, un ministro della Repubblica balbetta che il ponte sullo stretto servirebbe ai siciliani a scappare più facilmente in caso di un’invasione da Sud! Lo stesso ministro che chiedeva a Israele “moderazione”.

Moderazione che non abbiamo notato, in questi ultimi anni, nei confronti del dissenso. Operazioni di sgomberi violenti dei centri sociali (giammai del fabbricato romano occupato da Casapound); identificazione di chi ha osato dire in un teatro: “Viva l’Italia antifascista”; spiegamento di forze dell’ordine, con abbondante uso di lacrimogeni e manganelli, ormai contro qualsiasi forma di mobilitazione sociale e civile; criminalizzazione del diritto di sciopero, costato sangue e anni di lotte.

A quando un’opposizione innanzitutto “sociale”, degna di questo nome, per porre fine a tutto ciò? Quando si riuscirà a capire che alla nostra gente non serve repressione, ma prevenzione? Che non serve obbedienza, ma efficienza dello Stato? Che non serve assoggettare la magistratura, ma velocizzarne l’operato? Che non serve “governabilità”, ma “buon governo”? Che servono investimenti per le nuove – e future – generazioni, affinché non emigrino in cerca di salari più equi e di un migliore stato sociale (che ovunque, in Europa, sta subendo tagli in favore dello scellerato riarmo)?
La situazione è nera (in tutti i sensi, mentre le persone hanno perso la volontà e la dignità di sdegnarsi): signori, benvenuti nella democrazia occidentale!

Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-febbraio-2026/

Archivio https://www.lavoroesalute.org/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *