Inflazione, energia, Borse: altro che sicurezza
Il sostegno dell’Italia a Trump e Netanyahu aumenta i rischi di conflitto, non la nostra “sicurezza”. Dovremmo interrogarci su cosa potremmo fare per ridurre la vulnerabilità dell’Italia, a cominciare da energia e inflazione. Il leader di Madrid Sanchez che nega l’uso delle basi in Spagna, un esempio da seguire.
Aerei americani che decollano dalla base di Sigonella per le missioni sull’Iran, ma milioni di passeggeri fermi senza aerei. La portaerei francese che si avvicina al Medio Oriente, ma petroliere ferme nel Golfo Persico, raffinerie bombardate e prezzi dell’energia impazziti. Londra che interviene per “proteggere gli interessi britannici”, ma la base inglese a Cipro raggiunta dai missili di Teheran. Attacchi israeliani ad alta precisione sulla leadership iraniana, ma tre data centres di Amazon colpiti dall’Iran nei paesi del Golfo. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran mette a nudo le molte vulnerabilità di un mondo fragile e ci interroga su che cosa significhi oggi “sicurezza”.
I duemila attacchi di Washington e Tel Aviv sull’Iran sono una prova di forza militare, ma tra i “danni collaterali” ci sono le economia mondiali che rallentano, l’inflazione che ritorna e le Borse che cadono del 4% in Europa e del 12% in Corea del Sud.
Partiamo da noi. La pandemia prima e la guerra in Ucraina poi avevano mostrato quanto sia importante proteggere le economie, ridurre la dipendenza dall’estero e le fragilità delle reti produttive internazionali, tenere sotto controllo l’inflazione dovuta alle importazioni di energia. Perfino l’Europa aveva imparato qualcosa, con politiche all’insegna dell’“autonomia strategica” e del rilancio della spesa pubblica comune con i Pnrr di Next Generation EU.
La vulnerabilità principale dell’Italia oggi è sul fronte delle energie fossili: c’è la fine degli acquisti dalla Russia, l’imposizione di acquisto di gas liquefatto dagli Usa, l’incertezza sulle forniture dai Paesi arabi, i prezzi stabiliti dal mercato di Amsterdam che riflettono speculazioni finanziarie e non la disponibilità di approvvigionamenti.
Qualche soluzione è a portata di mano: bloccare la speculazione, decidere che i prezzi dell’energia per imprese e famiglie saranno fissati dal governo; al posto dei “bonus energia” usare le risorse per stabilizzare le tariffe. E’ questa la via più efficace – come hanno insegnato le recenti politiche di Spagna e Francia – per fermare l’inflazione e evitare che si diffonda al resto dell’economia. Per arrivare a un’autonomia energetica è necessario orientare le politiche di Eni e Enel – imprese a controllo pubblico – in queste direzioni. Si può lanciare un piano per le energie rinnovabili che arrivino in cinque anni all’80% del nostro fabbisogno energetico – siamo oggi al 40% – e, in questo modo, rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e l’impatto sul clima. Ci sono i fondi rimasti non spesi del Pnrr, perché non usarli per questo obiettivo?
Poi c’è il resto dell’economia. Le crisi dell’acciaio e dell’auto sono in primo piano. Pensiamo di poter fare a meno di queste produzioni? Di fronte al totale fallimento delle imprese private in questi campi, serve un ritorno dell’intervento pubblico per guidare il passaggio a produzioni sostenibili, di qualità, con joint ventures con la Cina per fare dell’Italia un produttore di batterie e auto elettriche.
Una svolta in queste direzioni metterebbe l’Italia un po’ più al riparo dagli effetti delle guerre. Ma Roma e Bruxelles hanno finora preso un’altra strada, quella che vuole Washington: portare al 5% del Pil la spesa militare, concentrare gli investimenti nella produzione di armi con gli 800 miliardi di “Rearm Europe”, aerei, missili e sistemi largamente importati dagli Usa. Il presidente francese Macron si affida alle armi nucleari, ne aumenta la produzione, vuole portarle anche in altri paesi europei. E’ davvero questo che può darci più “sicurezza”?
Il sostegno dell’Italia agli Stati Uniti di Trump e all’Israele di Netanyahu aumenta i rischi di conflitto, non la nostra “sicurezza”. Forse ci sentiamo più sicuri a Roma che a Londra o New York proprio perché l’Italia non ha basi militari a Cipro o nel Golfo, e ha – per ora – una politica un po’ meno interventista sull’attacco di Israele e Usa. Il leader di Madrid Sanchez che nega a Trump l’uso delle basi in Spagna è un esempio da seguire. Perfino il ministro della Difesa Crosetto in vacanza con la famiglia a Dubai allo scoppio della guerra – se fosse davvero così – può sembrare una prova di estraneità che, a suo modo, diventa rassicurante. Quello che darebbe sicurezza all’Italia oggi non è “Rearm Europe”, ma una politica che sostituisca i boati delle armi.
Mario Pianta
5/3/2026 https://ilmanifesto.it/










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