DONNE, POTERE E GUERRA
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Il genere nella struttura del sistema
Il rapporto tra le donne e il concetto di guerra. Stereotipo femminile? Le donne sono istintivamente portate alla “pace”?
No, non è vero che le donne “non fanno la guerra”. È un’idea molto diffusa, ma storicamente questo non si può più sostenere senza venire giustamente accusate di qualunquismo. Le donne hanno partecipato e partecipano oggi ai conflitti in molti ruoli: decisionali, politici e anche come combattenti.
Alcune figure le ricordiamo come combattenti: Giovanna d’Arco, che guidò le truppe francesi durante la Guerra dei Cent’anni; oppure Boudica, regina degli Iceni, che guidò una rivolta contro l’Impero Romano. Le Onna-musha in Giappone erano donne della classe samurai addestrate al combattimento e le leggendarie Amazzoni fanno parte del mito, ma riflettono l’idea antica di donne guerriere.
Nel XX e XXI secolo le donne hanno servito e servono in molti eserciti: nell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale, migliaia di donne furono cecchine, piloti e soldatesse e oggi le forze armate di paesi come Israele o Stati Uniti includono donne anche in ruoli combattenti.
Le forze armate di Israele, le Israel Defense Forces (IDF), includono molte donne anche in ruoli operativi. Come in qualsiasi esercito del mondo, possono verificarsi violazioni individuali, comportamenti abusivi e casi oggetto di indagini o processi militari (non stiamo parlando del genocidio, ovviamente). Ma questo vale per uomini e donne in uniforme, non è qualcosa legato al genere.
Nei conflitti, specialmente in contesti prolungati e altamente polarizzati come quello israelo-palestinese, la brutalizzazione colpisce chiunque sia immerso in una situazione di stress costante, disumanizzazione del nemico oppure in dinamiche di occupazione o di guerriglia urbana.
Attribuire la crudeltà al fatto che sono donne non è sostenuto da prove solide. Gli studi sulla violenza mostrano che il contesto, l’addestramento, le regole d’ingaggio e la cultura organizzativa contano molto più del genere.
Perché si dice che le donne “non fanno la guerra”? Spesso è un’affermazione culturale o simbolica: storicamente gli eserciti sono stati dominati dagli uomini per ragioni sociali, legali e fisiche. In molte società alle donne è stato vietato combattere non perché incapaci in assoluto, ma per norme e ruoli di genere. Prevalentemente guidate e combattute da uomini, ma le donne hanno sempre partecipato, come combattenti, strateghe, leader, partigiane, infermiere, logiste e anche come capi di stato che le guerre le decidono.
Perfetto. Approfondiamo in modo chiaro e senza slogan, su tre piani: biologico, storico-sociale e culturale.
Per millenni le società sono state organizzate in modo: patrilineare, con divisione rigida dei ruoli (uomini alla guerra, donne alla riproduzione e cura). Una comunità piccola poteva “perdere” più facilmente uomini che donne, dal punto di vista demografico (una donna può avere un numero limitato di gravidanze; molti uomini possono fecondare molte donne). Questo ha rafforzato l’idea che gli uomini fossero “sacrificabili” in guerra.
Per quanto riguarda l’aspetto culturale e simbolico dire “le donne non fanno la guerra” spesso significa:
. associare le donne a cura, mediazione, protezione;
. associare gli uomini a violenza, difesa, aggressività.
Ma questi sono modelli culturali, non leggi naturali.
Anche nella leadership politica le donne hanno preso decisioni militari: Margaret Thatcher durante la guerra delle Falkland; Golda Meir durante la guerra del Kippur fino ai nostri giorni, dove le figure femminili non si risparmiano in politiche di guerra.
La domanda alla quale dovremmo rispondere ora è: pensi che la guerra sia legata più alla biologia maschile o alle strutture di potere? Sicuramente non c’è alcun dubbio alcuno. Alle strutture di potere.
Questa è una posizione molto solida, e molti studiosi la condividono.
Se guardiamo alla storia, la guerra nasce quasi sempre da strutture di potere organizzate, non da impulsi individuali.
La guerra richiede organizzazione, non basta l’aggressività. Servono Stato o proto-Stato, gerarchie, risorse, eserciti strutturati.
Le guerre moderne sono decisioni politiche prese da élite.
Per esempio, la Prima guerra mondiale non scoppiò perché “gli uomini fossero aggressivi”, ma per alleanze, imperialismo e competizione tra potenze come l’Impero tedesco e l’Impero britannico.
Il potere è stato storicamente maschile per secoli:
. la leadership politica era quasi solo maschile
. la proprietà e l’autorità erano maschili
. gli eserciti erano istituzioni maschili
Quindi il fatto che gli uomini abbiano fatto più guerre potrebbe dipendere dal fatto che detenevano il potere, non necessariamente da una predisposizione biologica inevitabile.
La guerra come strumento politico secondo la famosa formula di Carl von Clausewitz, è “la continuazione della politica con altri mezzi”. Se è uno strumento politico, allora dipende da:
. interessi economici
. controllo del territorio
. ideologie
. competizione per risorse
Tutti elementi strutturali.
Ma c’è una sfumatura interessante: anche in società con leadership femminile la guerra non scompare.
Questo suggerisce che entrare in una struttura di potere può portare a comportamenti simili, indipendentemente dal genere.
Un’altra domanda provocatoria potrebbe essere: pensi che un mondo governato principalmente da donne sarebbe meno violento, oppure che le dinamiche di potere resterebbero simili? Le dinamiche resterebbero simili. Posizione molto coerente con molte analisi politiche contemporanee.
Se le dinamiche restano simili, significa che il problema non è “chi” detiene il potere (uomini o donne), ma come è strutturato il potere.
Ci sono alcune idee chiave dietro questa visione: il potere tende ad autoconservarsi, le istituzioni, Stati, eserciti, economie, hanno logiche proprie: ossia la competizione tra Stati, la difesa degli interessi economici, l’equilibrio di potenza, la pressione dell’opinione pubblica.
Anche un leader con intenzioni pacifiche può trovarsi fortemente vincolato e condizionato da queste strutture.
Secondo il realismo politico (per esempio Kenneth Waltz), non esiste un’autorità superiore agli Stati, il sistema internazionale è anarchico, e questo produce:
. sfiducia reciproca
. corsa agli armamenti
. deterrenza
Non dipende dal genere dei governanti, ma dalla struttura del sistema.
Il ruolo plasma il comportamento, quindi chi entra in una posizione di comando deve mantenere credibilità, mostrare forza, proteggere interessi nazionali.
La storia oggi e molti studi genere mostrano che leader donne, una volta al potere, non sono automaticamente più pacifiste: rispondono alle stesse pressioni strategiche, e alle politiche reazionarie di guerra.
Manrica Buri
Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
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