Il delirio sanguinario di Trump: “li sto uccidendo. Che grande onore farlo”. Gli attacchi criminali a Iran e Venezuela, l’assedio e le minacce a Cuba
“Hanno ucciso innocenti in tutto il mondo per 47 anni e ora io, come 47esimo presidente degli Stati Uniti, li sto uccidendo. Che grande onore farlo”. Queste parole di Donald Trump contro l’ Iran fanno la misura del suo delirio sanguinario. Purtroppo l’ attacco contro l’Iran non può essere letto come un episodio isolato della politica internazionale. Esso si inserisce in una lunga sequenza di aggressioni, pressioni economiche e tentativi di destabilizzazione che da decenni colpiscono i paesi che osano sottrarsi all’ordine imperiale. È la stessa logica che oggi si abbatte sul Venezuela con sanzioni e tentativi di strangolamento economico, ed è la stessa che da oltre sessant’anni assedia Cuba con un embargo che la comunità internazionale continua a denunciare come illegittimo e contrario al diritto internazionale.
L’ imperialismo efferato, una politica che uccide
L’imperialismo non cambia forma: cambia soltanto il teatro delle operazioni. I metodi restano gli stessi. Blocco economico, guerra per procura, destabilizzazione politica, propaganda mediatica e, quando necessario, aggressione militare diretta.
È in questo quadro che va interpretata la nuova offensiva contro l’Iran. Gli Stati Uniti hanno mostrato ancora una volta il loro vero volto. Non quello della retorica democratica, ma quello di una potenza che agisce secondo la logica del dominio.
Prima di tutto come traditori, perché l’attacco è giunto mentre erano in corso trattative diplomatiche. Nella storia delle relazioni internazionali questo non è soltanto un atto ostile: è una rottura deliberata delle regole minime della diplomazia
Sono apparsi anche come vili, colpendo un capo di Stato anziano, con modalità che ricordano più un’esecuzione mafiosa che un’operazione militare. Non è la forza che si manifesta in questo gesto, ma la paura.
E si sono rivelati simili a una banda di banditi, perché come nel caso dell’ aggressione del 3 gennaio al Venezuela e del rapimento di Maduro, non hanno neppure nascosto l’obiettivo reale: il controllo delle risorse energetiche. Quando una potenza afferma apertamente che la guerra serve a mettere le mani sul petrolio di un altro paese, cade ogni velo ideologico. Non è più geopolitica, è saccheggio.
La narrazione ufficiale non regge. Gli Stati Uniti si sono mostrati falsi, perché le giustificazioni addotte non convincono più nessuno. Nemmeno una parte della loro stessa classe politica e dei loro apparati di sicurezza crede davvero alla retorica delle minacce imminenti.
Sono apparsi anche incoerenti, oscillando in poche ore tra due versioni opposte: da un lato la guerra già vinta, dall’altro la previsione di un conflitto lungo mesi. Questa oscillazione tradisce l’assenza di una strategia reale.
Infine si sono rivelati superficiali e impreparati. Ancora una volta Washington dimostra di non comprendere i popoli che pretende di dominare. Non comprende la storia millenaria dell’Iran, la sua identità culturale, il senso profondo di indipendenza che attraversa quella società.
È lo stesso errore che gli Stati Uniti hanno commesso molte volte: in Vietnam, in Iraq, in Afghanistan. Pensare che la superiorità tecnologica basti a piegare un popolo.
Le armi non riescono a piegare i popoli, come dimostra Cuba
La realtà è diversa. I popoli non combattono soltanto con le armi. Combattono con la memoria, con la dignità, con la coscienza di difendere la propria sovranità.
Negli ultimi mesi la tensione tra Stati Uniti e Cuba è nuovamente esplosa in un clima di forte pressione politica ed economica da parte dell’amministrazione Trump. All’inizio del 2026 il presidente USA ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale nei confronti di Cuba, qualificando il governo dell’isola come una “minaccia straordinaria” alla sicurezza statunitense e annunciando l’imposizione di nuovi dazi alle nazioni che forniscono petrolio a Cuba, una misura che di fatto ha aggravato la già fragile situazione energetica ed economica cubana.
Parallelamente, Trump ha lanciato messaggi pubblici – anche tramite social e dichiarazioni ufficiali – in cui esorta Cuba a “fare un accordo prima che sia troppo tardi” e lascia intendere che l’isola potrebbe essere soggetta a un “cambiamento di regime” o a una qualche forma di intervento politico diretto se non accetterà condizioni politiche favorevoli a Washington. Queste minacce hanno suscitato forti reazioni internazionali, incluse condanne da parte di paesi come la Russia e sforzi del Congresso USA per limitare l’autorità presidenziale su possibili azioni militari, mentre l’economia cubana affronta gravi carenze di energia e provocati dall’embargo e dal blocco delle importazioni di petrolio. Ma il suo popolo resiste nella fedeltà alla rivoluzione di Fidel Castro che fu proprio affermazione di dignità e sovranità del Paese fino ad allora schiavo degli USA che ne avevano fatto il loro parco dei divertimenti, spesso illeciti, sempre umilianti.
È qui che si colloca il senso profondo di questa fase storica. L’imperialismo può colpire, può distruggere infrastrutture, può imporre sanzioni e blocchi economici. Ma non riesce più a imporre la propria egemonia morale.
Per questo oggi appare sempre più isolato.
Il mondo multipolare che sta emergendo non è soltanto una questione di equilibri tra potenze. È il risultato di decenni di resistenza dei popoli del Sud globale: da Cuba che resiste a un embargo sessantennale, al Venezuela sottoposto a sanzioni devastanti, fino all’Iran che rifiuta di piegarsi.
Ogni aggressione rivela una verità che la propaganda non riesce più a nascondere: l’imperialismo non difende la democrazia, difende interessi economici e strategici. E tuttavia la storia non è scritta solo dalle potenze dominanti.
La storia, spesso, la scrivono gli umili. Quelli che resistono. Quelli che non hanno portaerei ma hanno memoria. Quelli che non controllano i mercati finanziari ma difendono la propria terra.
Per questo, al di là degli esiti militari immediati, il segno politico di questa fase è già chiaro. Quando l’arroganza del potere diventa così evidente da mostrarsi senza maschera, allora comincia il suo declino. E la storia, ancora una volta, dimostra una verità semplice:la vittoria, prima o poi, arride agli umili.
Luciano Vasapollo
13/3/2026 https://www.farodiroma.it/









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