Insegnanti senza sostegno. Il caso di una ragazza
Caro Gerry Scotti: Il Sostegno non è “Quello che Passa il Convento”
Durante una puntata de La Ruota della Fortuna, condotta da Gerry Scotti, una ragazza racconta il suo lavoro. Insegna italiano, storia, geografia. Poi dice: “quest’anno sono sul sostegno”.
E Gerry Scotti sorridendo leggero, tranquillo, come se stesse parlando del meteo, se ne esce con:
“Lo sappiamo che voi insegnanti, pur di lavorare, accettate quello che passa il convento.”
Sono una madre di figli autistici, e presidente di un’associazione che ogni giorno entra nelle scuole, nei GLO, nei problemi veri.
Io sono quella che poi raccoglie i pezzi. E questa frase non è una battuta. È una coltellata irricevibile.
Non è una gaffe. È il sistema.
Perché il problema non è che l’ha detto. Il problema è che è vero. È esattamente quello che succede, anche a discapito di quegli insegnanti che invece il sostegno lo hanno scelto per passione e che lo fanno con amore e dedizione.
Ne ho parlato proprio in questo articolo uscito recentemente, il 18 marzo 2026.
Il sostegno, oggi, da moltissimi docenti, troppi, viene trattato così:
un ripiego.
una scorciatoia.
un “intanto entro nella scuola e poi vediamo”.
Quello che ha detto Gerry Scotti, senza un briciolo di tatto e senza vergogna, in televisione, e con la leggerezza di un elefante in una cristalleria, è l’amara realtà che noi famiglie e associazioni stiamo combattendo.
E nel frattempo chi ci sta sotto?
I nostri figli. Bambini autistici. Ragazzi con disabilità complesse. Fragilità che non puoi permetterti di gestire “a tentativi”. E invece succede. Ogni giorno.
E permettetemi di farvi notare una cosa che va detta:
Noi pretendiamo rispetto. Non perché “diamo lavoro” a qualcuno. Non perché dobbiamo essere riconoscenti a un sistema che arranca.
Ma perché quelli sono i nostri figli. Esseri umani. Persone con una dignità piena. Ragazzi fragili che, se seguiti nel modo giusto, possono crescere, evolvere, costruirsi una vita. E invece troppo spesso vengono affidati a chi non è preparato, a chi non ha scelto quel ruolo e non ne ha nemmeno la pazienza, a chi aspetta solo di andarsene. E lì il rischio è reale. Non essere capiti. Non essere stimolati. Non essere visti. E quando succede, non è neutro. Si perde tempo. Si perdono occasioni. Si perdono pezzi di vita. In molti casi si peggiora la situazione.
Questo non è accettabile. Perché i nostri figli non sono “quello che passa il convento”. Non sono un riempitivo. Non sono una tappa da attraversare per raggiungere un altro obiettivo.
Sono persone.
E nessuno si deve permettere di trattarli — o di parlarne — come se non lo fossero.
Io li vedo, i GLO fatti di niente
Io nei GLO ci sto dentro. Li vedo gli insegnanti che non sanno cosa stanno facendo. Che nemmeno lo capiscono. Alcuni, dall’alto della loro ignoranza, nemmeno accettano la condizione del bambino perché non la comprendono.
Li vedo quelli che aspettano solo di scappare sulla materia.
Li vedo quelli che non hanno idea di cosa sia un PEI, di come si gestisce un comportamento, di come si costruisce una relazione educativa.
E non perché siano cattive persone. Ma perché non è quello che vogliono fare. Perché il sostegno, per troppi, è solo “quello che passa il convento”.
Esattamente come ha detto lui, con la leggerezza di un bisonte che calpesta tutto ciò che trova senza neanche comprendere ciò che sta facendo.
Una frase che pesa più di quanto sembra
Al signor Gerry Scotti qualcuno deve spiegare cosa ha fatto, soprattutto dopo le sue sterili e inadeguate scuse social.
Quello che per lei è leggero, quasi scontato, detto con un sorriso in una fascia televisiva, davanti a milioni di persone, per noi è esattamente il contrario. Noi famiglie e noi associazioni lo stiamo combattendo ogni giorno da decenni nei GLO, nelle scuole, nelle riunioni, nei confronti continui con chi quel sistema lo vive sulla pelle.
Lo combattiamo con le unghie e con i denti.
Perché sappiamo cosa significa davvero quando il sostegno viene trattato come un passaggio,
come una soluzione temporanea, come qualcosa da accettare “intanto per lavorare”.
Quella frase, detta così, non è stata solo fuori luogo.
Ha reso normale ciò che noi stiamo cercando, da anni, di cambiare.
E quando una cosa viene normalizzata, smette di essere vista come un problema.
E questo, detto da lei, pesa di più.
Perché lei entra nelle case degli italiani. Parla a milioni di persone. Contribuisce a costruire pensiero, a orientare percezioni, a rendere accettabile o inaccettabile ciò che racconta.
Lei non è “uno che parla”. È parte di un sistema che forma opinioni.
E proprio per questo ha una responsabilità enorme.
Non può permettersi di trasformare in normalità qualcosa che noi stiamo cercando di cambiare da anni. Non può permettersi di raccontare con leggerezza una realtà che, per chi la vive, è tutto fuorché leggera.
Perché mentre quelle parole scorrono veloci in televisione, qui fuori c’è chi ne paga le conseguenze.
E non sono dettagli.
Sono persone.
Le scuse? No, grazie.
Poi arrivano le scuse di Gerry Scotti. Sui social. Quindi prima ti infanga davanti a milioni di italiani in televisione e poi sistema tutto con un post molto sbrigativo e superficiale come le parole che ha usato per definire i nostri figli.
“Parole superficiali.”
“Non volevo mancare di rispetto.”
No. Non basta. Non basta perché quella frase non è uscita per caso. È uscita perché è normale pensarla. Ed è questo il problema.
Se il sostegno fosse davvero riconosciuto per quello che è — una professione a tutti gli effetti— se esistesse un percorso universitario specifico per diventare insegnanti di sostegno, come è giusto che sia, e non un passaggio rapido, non una fase temporanea della carriera, quella frase non le sarebbe mai venuta in mente. Nemmeno per scherzo. E soprattutto, molti dei danni che oggi vediamo — causati da insegnanti di passaggio, di ripiego, di attesa — semplicemente non esisterebbero.
I nostri figli non sono un passaggio di carriera
Questa è la verità che dà fastidio. I nostri figli non possono più essere il trampolino per entrare nella scuola.
Non possono essere un passaggio. Non possono più essere “intanto lavoro”.
Sono persone. Ed hanno diritto ad insegnanti preparati, presenti, motivati. Non di gente che sta lì contando i giorni per andarsene.
Basta raccontarcela
L’Italia si riempie la bocca con la parola inclusione.
Inclusione.
Inclusione.
Poi nella realtà?
Si tappano buchi. Si improvvisa. Si manda chi capita. E se qualcuno lo dice, dà fastidio.
Bene.
Io sono qui proprio per questo.
Per dare fastidio.
Perché finché il sostegno resterà “quello che passa il convento”, non stiamo includendo nessuno.
Stiamo solo facendo finta.
E nel frattempo, qualcuno resta indietro.
Sempre gli stessi.
Marie Helene Benedetti
Presidente Associazione Asperger Abruzzo









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