Riparazioni per la schiavitù: il Sud Globale alza la voce all’ONU di fronte all’oblio coloniale

I rappresentanti della CELAC e dell’Africa si unirono a Bogotá per condannare la schiavitù, il colonialismo e i blocchi attuali, avvertendo di un battuto d’arresto all’ONU e respingendo le aggressioni contro Cuba e Venezuela. Foto: EFE.

di María Fernanda de la Quintana

Il riconoscimento della schiavitù come crimine contro l’umanità richiede di superare il discorso del perdono per stabilire meccanismi concreti che correggano le lacune di disuguaglianza ereditate.

La recente risoluzione delle Nazioni Unite che dichiara la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razzializzata degli africani “il crimine più grave contro l’umanità” non è solo un gesto simbolico: inaugura un nuovo linguaggio giuridico e politico sul passato coloniale e sulle sue conseguenze presenti. Il voto – 123 paesi favorevoli, 3 contrari e 52 astensioni – ha consolidato una maggioranza internazionale guidata da paesi africani e caraibici che mira a spostare il dibattito dalla memoria morale a una giustizia riparativa concreta.

La risoluzione, promossa dal Ghana e sostenuta dal blocco africano, afferma che le attuali disuguaglianze globali non possono essere comprese senza riconoscere che gran parte dell’accumulo originario del capitalismo moderno è stata sostenuta dal lavoro forzato, dall’espropriazione e dalla razzializzazione dei corpi umani. Ecco perché il testo chiede misure specifiche: riparazione economica, restituzione del patrimonio culturale saccheggiato e riconoscimento istituzionale dei danni storici.

La dimensione bioetica: il corpo umano diventato una merce

Da una prospettiva bioetica, la schiavitù rappresenta una delle forme estreme di negazione della dignità umana: non solo annullava le libertà, ma trasformava le persone in proprietà ereditabili, trasferibili e sfruttabili. Qui risiede la sua gravità singolare: il corpo ha cessato di essere oggetto di diritti per diventare un’unità economica di produzione.

La conversione legale delle persone in beni trasferibili lasciò un segno storico eccezionale: poche istituzioni condensavano così esplicitamente la subordinazione del corpo umano al valore economico. Pertanto, il dibattito contemporaneo sulle riparazioni non si limita a una memoria simbolica, ma torna alla questione di quali responsabilità attuali derivino dalla violenza legalmente organizzata per secoli.

Questo fatto storico spiega perché il dibattito attuale supera la cronologia dell’abolizione. La schiavitù fu legalmente abolita nel diciannovesimo secolo nella maggior parte del mondo occidentale, ma l’abolizione legale non implicava una riparazione delle strutture che creava. In altre paroleil regime legale fu abolito, ma le gerarchie sociali, razziali ed economiche che quel regime aveva sedimentato non scomparvero automaticamente.

La bioetica contemporanea insiste sul fatto che non basta dichiarare danni passati se le sue conseguenze continuano a produrre vulnerabilità differenziale nel presente. Quando intere popolazioni hanno meno accesso a ricchezza, istruzione, salute o rappresentanza politica a causa di eredità storiche accumulate, il problema cessa di essere esclusivamente memoriale e diventa distributivo.

La domanda di classe: la schiavitù come matrice della disuguaglianza moderna

Il nucleo più scomodo di questa risoluzione è che riapre una discussione sulla classe sociale su scala globale.

La schiavitù costituiva contemporaneamente una tecnologia di dominazione razziale e un sistema economico di massiccia accumulazione di ricchezza. L’espansione atlantica, l’industrializzazione europea e lo sviluppo finanziario occidentale erano legati a questa estrazione di valore umano.

Ecco perché molti paesi del cosiddetto Sud Globale sostengono che non si tratti di giudicare moralmente le generazioni attuali per eventi remoti, ma di riconoscere che alcuni vantaggi strutturali contemporanei hanno una genealogia storica.

A questo punto emerge una tensione fondamentale: se il capitale globale moderno fosse consolidato su una distribuzione radicalmente diseguale di vite e risorse, allora la riparazione cesserebbe di essere solo un atto simbolico e diventerebbe una discussione sulla redistribuzione.

Perché persiste la resistenza occidentale?

Le 52 astensioni – principalmente europee – dimostrano un’accettazione morale senza impegno legale. Molti stati europei riconoscono l’atrocità storica, ma si rifiutano di aprire un’architettura legale che consenta rivendicazioni patrimoniali, massiccia restituzione dei beni museali o risarcimento interstatale.

La resistenza si basa su due argomenti: evitare una gerarchia tra crimini storici; prevenire la retroattività legale che porta a obblighi finanziari.

Tuttavia, politicamente, questa astensione esprime anche qualcos’altro: la paura che la storia smetta di essere solo una storia e diventi un debito applicabile.

Il significato politico del voto contro Argentina, Stati Uniti e Israele

Il voto negativo di Argentina, Stati Uniti e Israele concentra motivi diversi, sebbene convergenti.

Nel caso degli Stati Uniti, la paura centrale è dottrinale e finanziaria: accettare formulazioni che possano rafforzare le richieste interne di riparazioni per la schiavitù.

Israele ha mantenuto una posizione critica sul processo di Durban per anni, considerando che il forum è stato usato per mettere in discussione in modo sproporzionato la sua politica statale.

L’Argentina, invece, esprime una recente ridefinizione geopolitica: allineamento con posizioni occidentali rigide e distanziamento dalle agende multilaterali storicamente sostenute dall’America Latina.

Questo gesto è politicamente significativo perché rompe con una tradizione diplomatica argentina legata al consenso sui diritti umani nel Sud globale.

Il paradosso storico: antica abolizione, disuguaglianza persistente

Uno dei punti più delicati del dibattito è evitare un errore comune: credere che, poiché la schiavitù è stata abolita più di un secolo fa, la sua discussione appartenga esclusivamente al passato.

La storia dimostra che l’abolizione legale non ha automaticamente sciolto le matrici dell’esclusione. In molti paesi, la libertà formale fu seguita dalla segregazione, dall’esclusione educativa, dalla limitazione patrimoniale e dalla subordinazione del lavoro.

Ecco perché la risoluzione ONU colloca la schiavitù come un’eredità attiva: un’architettura storica i cui effetti influenzano ancora i rapporti di classe, razza e potere.

Una disputa sulla memoria… e del futuro

Ciò che è in gioco non è solo come ricordare il passato, ma chi paga il costo politico di riconoscerlo pienamente.

La risoluzione non è legalmente vincolante, ma riorganizza il dibattito internazionale: per la prima volta una tale maggioranza legittima l’idea che la giustizia storica non sia esaurita nella condanna morale.

Il ventesimo secolo sanciva i diritti; Il ventunesimo secolo ha iniziato a farsi sentire. Questa risoluzione non chiude alcun conto, ma apre il fascicolo di un debito storico che la politica internazionale non può più ignorare.

María Fernanda de la Quintana è una giornalista. Laurea in Scienze e Discipline Umanistiche. Laurea magistrale in bioetica. Specializzato in “Bioetica e Diritti Umani in America Latina”, Università di Buenos Aires.

3/4/2026 https://www.telesurtv.net/opinion

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